Il documentarista Nathan Grossman scoprì nel 2018 tramite un piccolo passaparola che una ragazzina di appena quindici anni aveva intenzione di iniziare a scioperare davanti al parlamento svedese per portare l’attenzione dei politici locale sul tema ambientale. Decise di prendere la telecamera e di iniziare a riprenderla. Fece pure fatica a trovarla la prima volta da quanto era minuscola di fronte a un edificio così massiccio, ma la sua forza di volontà e la sua fermezza lo conquistarono. Temeva però che la protesta di quella ragazzina potesse restare inascoltata, soffocata dalle critiche dei passanti, che volevano incoraggiarla a tornare a scuola e lasciar perdere quell’impresa da novella Don Chisciotte. Pian piano però le persone iniziarono a fermarsi, a informarsi sul perché di quello che faceva e a unirsi a lei. Quelle idee presto si diffusero in tutto il mondo con una dirompenza inaspettata arrivando persino alle Nazioni Unite. Questa ragazzina non era altri che Greta Thunberg e Grossman, per una fortunata coincidenza, ha avuto modo di assistere in prima persona al suo percorso con la sua telecamera. Quelle ore di girato (sembra che il numero si aggiri intorno a 150) son diventate poi I am Greta.

Con questo film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e da pochi giorni disponibile in Italia in premium on demand grazie a Koch Media, Grossman fa un’operazione preziosa e profondamente necessaria: mostra solo parzialmente quelli che sono gli aspetti più pubblicizzati e sfruttati dai media per concentrarsi sulla sfera più intima e personale di Greta Thunberg, considerandola come persona e non come personaggio. Così si ha modo di vedere la giovane attivista per quello che è: una semplice ragazzina che ha deciso di fare qualcosa per cambiare il mondo, prendendosi delle responsabilità forse fin troppo grandi per la sua persona. A un certo punto dichiara di aver deciso di prendere una barca per andare negli Stati Uniti piuttosto che iniziare il suo primo anno da liceale come avrebbe voluto. Dalla telecamera di Grossman emerge che Greta è così perché non ha scelta, sa che è una battaglia che può portare avanti solamente lei ormai. I am Greta mostra quei frammenti di quella normalità che sembra esserle stata strappata dalle mani: la vediamo scherzare con il padre Svante che l’accompagna nei suoi viaggi intorno al mondo fin dall’inizio oppure ridere quando in una videochiamata vede i suoi cani gironzolare per lo schermo.

Il merito di Grossman – dovuto all’essersi trovato nel posto giusto al momento giusto in modo da poter catturare nella sua interezza il percorso dell’attivista, ma anche al rispetto che mostra con ogni sua scelta – è proprio quello di non aver realizzato una banale celebrazione di Greta e del suo operato, ma di aver optato piuttosto per un ritratto più complesso, capace sì di ispirare lo spettatore attraverso le diverse istanze dove emerge la tenacia senza limiti di una semplice adolescente, ma allo stesso è capace di far arrabbiare. Ad esempio verso l’inizio Grossman mostra il padre che spiega quasi scherzosamente che Greta conosce le problematiche ambientali meglio del 97% dei politici al mondo e subito dopo si passa quasi bruscamente a parlare del suo mutismo selettivo e di come sia rimasta un anno a casa da scuola. Quella non dovrebbe essere la sua battaglia, eppure adesso è costretta a essere non più una persona, ma un emblema. Nathan Grossman è consapevole che il suo lavoro di regista deve essere molto delicato con un soggetto simile, quindi sembra quasi mettersi da parte e lasciare che sia la storia di Greta a parlare, non ponendo mai domande, ma semplicemente limitandosi a documentare. Lo spettatore si trova quindi ad osservare come una mosca attimi nascosti della vita di Greta e questo aiuta, proprio come evidenziato dal titolo del documentario, a capire chi sia veramente, andando oltre le apparenze e i titoli di giornale.

di Giada Sartori