La vie devant soi, romanzo di Romain Gary, fu talmente apprezzato dalla critica al momento della sua uscita in Francia nel 1975 che spinse la giuria del premio Goncourt ad andare contro le sue stesse regole per assegnare il premio per la seconda volta allo stesso autore. A sua discolpa all’epoca non poteva sapere che si trattasse effettivamente della stessa persona, essendosi lui nascosto dietro lo pseudonimo di Émile Ajar e dietro un parente che si finse l’autore per coprirlo. L’opera è stata adattata per il grande schermo per la prima volta dal regista israeliano Moshé Mizrahi nel 1977, vincendo anche il premo come miglior film straniero agli Oscar dell’anno successivo. Non stupisce che per la versione italiana del romanzo di Gray, La vita davanti a sé, uscito oggi 13 novembre su Netflix, molti sperino in un futuro simile. Questo ottimismo verso il futuro del secondo lungometraggio di Edoardo Ponti è dovuto principalmente a quello che è stato il perno dell’intera campagna marketing de La vita davanti a sé: il ritorno di Sophia Loren al cinema dopo 7 anni di assenza. La sua ultima apparizione risaliva al mediometraggio Voce umana, sempre dello stesso Ponti, mentre l’ultima incursione nel lungo al piccolo ruolo nel fallimentare Nine di Rob Marshall (2009). Se la leggenda del cinema italiano è stata il principale biglietto da visita della produzione Palomar distribuita da Netflix, quest’azione ha portato a un annullamento totale del nome di Ponti, che ha finito per essere chiamato da tutte le principali riviste con la semplice dicitura di figlio di Sophia Loren.

La scelta più forte come regista e autore di Edoardo Ponti, che gli permette di emergere creativamente, risiede nel traslare la storia dal quartiere parigino di Belleville a una Bari colorata di giallo, un colore ricorrente nel film, quasi per renderla ancora più accogliente. Al centro della narrazione si trova Momo, soprannome del piccolo Mohammed (Ibrahima Gueye), bambino senegalese di 12 anni che dopo una tragedia viene affidato al Dottor Coen (Renato Carpentieri). Quest’ultimo pensa che per portarlo sulla buona strada sia tuttavia necessaria una presenza femminile tenace e caparbia nella sua vita, che non si arrenda di fronte alla forte personalità del ragazzino. La scelta ricade su Madame Rosa (Sophia Loren), sua paziente da anni a causa di problemi di cuore, che proprio quella mattina è stata derubata dallo stesso Momo. Il rapporto tra i due non parte nel migliore dei modi per differenze culturali, generazionali, ma anche personali. Il ragazzino, segnato da un’infanzia tra violenza e servizi sociali, si piega in fretta a una vita criminale, finendo per diventare uno scagnozzo di Ruspa (Massimiliano Rossi che sembra uscire da un film di Edoardo De Angelis). Madame Rosa, sopravvissuta per miracolo all’Olocausto, cerca di non soccombere alla demenza senile che lentamente sta distruggendo la sua esistenza.

Guardando Madame Rosa è facile capire perché sia stata scelta proprio Sophia Loren per interpretarla: sembra di assistere a una raccolta di tutti i personaggi (anche se spicca come paragone più diretto la sua Ciociara) e i motivi ricorrenti nella lunga carriera dell’attrice. Sophia Loren in effetti sfrutta tutta la sua esperienza passata per portare sullo schermo una performance potente, che viene frenata dall’anonimità della sua cornice. La vita davanti a sé viene appiattito dalla sceneggiatura di Ugo Chiti e dello stesso Ponti, che lo porta verso terreni melodrammatici che banalizzano e rendono troppo frettolosa la trattazione di tematiche importanti che dovrebbero essere centrali alla storia. Se alcuni elementi son realizzati appieno (la recitazione è sicuramente uno dei fiori all’occhiello del film, oltre a Loren emergono Ibrahima Gueye ed Abril Zamora), altri sembrano lasciati allo stato embrionale e allo spettatore viene da chiedersi cosa sarebbe potuto essere La vita davanti a sé se solo avesse avuto più cuore e una regia più decisa.

di Giada Sartori