Capita a tutti di lasciarsi prendere dalla curiosità. Così è iniziato tutto per Zoé Wittock. I suoi studi negli Stati Uniti stavano per finire e lei si trovava ad occupare il tempo libero, che aveva faticosamente guadagnato, con la lettura di articoli alla ricerca di storie che potessero intrigarla. Un giorno incontrò una storia degna della sezione Lo sapevate che… della Settimana Enigmistica: Erika LaBrie, un’arciera agonistica americana, nel 2004 visitò Parigi per la prima volta e subito sentì un’attrazione verso la Tour Eiffel che la portò nel 2007 a convolare a nozze con il monumento, suggellando poi quel legame prendendo il cognome Eiffel. Erika ha fondato poi OS Internationale, un’organizzazione dedicata agli oggettofili come lei. Wittock rimase affascinata dalla storia della donna e decise di iniziare un lungo scambio di email, chiamate Skype con lei per capire meglio quell’attrazione, senza però mai cadere nel giudizio altezzoso. Non voleva realizzarne un documentario distaccato (come ha fatto invece Agnieszska Piotrowska nel 2008 con Married to the Eiffel Tower), ma inserire quel suo interesse in una storia di finzione che potesse far capire il punto di vista di una persona come Erika.

Tutto ciò è diventato Jumbo, opera prima di Wittock presentata in anteprima mondiale al Sundance Film Festival e ora in concorso al Trieste Science + Fiction Festival. In questo caso però l’oggetto del desiderio della protagonista, Jeanne (interpretata dalla dolce Noémie Merlant, vista di recente in Ritratto della Giovane in Fiamme), non è un monumento, ma una giostra del parco di divertimenti, dove lei lavora come sorvegliante notturna. Durante il loro primo incontro ravvicinato, dove decide di ignorare l’anonimo nome Move it per chiamarlo con affetto Jumbo, l’attrazione inizia a comportarsi in modo quasi umano con lei, usando le sue luci per rispondere alle sue domande e accendendosi da sola senza controllo umano per salvarla quando rischia un incidente. Se nel corso del film lo spettatore vede Jeanne quasi rigettare le relazioni romantiche e sessuali con altri esseri umani di qualsiasi identità di genere, ciò non è mai osservato di cattivo occhio dalla cinepresa di Wittock che sembra piuttosto inquadrare questa storia d’amore come farebbe un qualsiasi coming of age.

Jumbo è di base una favola dove la principessa ha un principe azzurro alquanto inusuale. Le luci roteanti della giostra che illuminano gli occhi sognanti di Jeanne creano un’atmosfera onirica (accentuata dalla fotografia di Thomas Buelens) che chiede allo spettatore una sospensione dell’incredulità. Wittock accudisce la sua protagonista proteggendola da un mondo che vorrebbe solo attaccare le sue scelte che scelte non sono, perché come si dice sempre al cuore non si comanda. Se Jumbo stupisce sul piano visivo, il vero collante del film è la performance di Noémie Merlant che con i suoi grandi occhi castani non smette di farci credere nemmeno per un secondo in quell’amore.

La potenza di Jumbo sta nel fatto che sulla carta questa appare come una storia assurda che il pubblico potrebbe guardare solo con scherno e distacco, ma Wittock, sebbene si trovi solo al suo esordio, riesce con una maestria rara a renderla una storia universale, perché ai suoi occhi tutto può essere amore se non fa male a nessuno. È possibile trovare nella sceneggiatura anche accenni a un possibile sottotesto in chiave queer, che rende le scene del conflitto familiare ancora più risonanti e toccanti.

Jumbo è un timido esperimento che riesce a valicare i confini del tradizionale coming of age, specialmente quelli con un’attenzione precisa alla scoperta della sessualità del protagonista. Wittock attraverso Jeanne, la sua forza di volontà e il suo sguardo innamorato ci implora di non giudicare l’amore altrui e di lasciarsi trascinare dalla giostra di quesiti su noi stessi, sulla nostra percezione dell’attrazione e sui rischi che siamo disposti a correre per essere felici che è il suo Jumbo.

di Giada Sartori