Una foto è capace di nascondere dentro di sé molte bugie. Nemmeno quello che dovrebbe essere un frammento preciso della realtà, strappato da questa dal flash emanato dall’obiettivo, può essere considerato un dogma. Al giorno d’oggi basta un attimo per diventare un’altra persona. Togliere delle rughe, avere una mascella più sottile o i fianchi più stretti, ingrandire gli occhi, rendere i denti più bianchi. Basta qualche ritocco e non siamo nemmeno più la persona nella foto. Iniziamo a invidiare quella nuova persona, quella versione perfetta di noi stessi, e finiamo per odiare il nostro riflesso nello specchio che logicamente non può essere plasmato a nostro piacimento. Attraverso la modifica eccessiva delle foto creiamo degli standard di bellezza che sappiamo di non poter raggiungere ma cui allo stesso aspiriamo perché li vediamo come possibili per il nostro corpo grazie alla tecnologia.

Woman of the Photographs, esordio nel lungometraggio del regista giapponese Takeshi Kushida, vuole proprio riflettere sulla relazione tra foto e identità, su questa lacerazione tra l’io reale e l’io fotografato. Kay (Hideki Nagai) lavora come fotografo e ritrae quasi esclusivamente donne. Donne che il suo obiettivo assorbisce e che lui annulla, modificando tutte le caratteristiche che le rendono le persone che sono. Questo atteggiamento, tuttavia, viene incoraggiato dalle sue clienti: come spiega una donna, quelle correzioni non la porteranno a essere una persona diversa, ma semplicemente a dare un’impressione migliore della vera se stessa. Durante una passeggiata nei boschi incontra Kyoko (Itsuki Otaki), modella, che è solita postare una foto al giorno sui suoi profili social. Adesso però quella sua continuità perfetta è minacciata dalla grande ferita sul suo petto. Kay decide allora di fotografarla e rimuoverle attraverso la sua chirurgia tecnologica.

Il film di Kushida si concentra sul modo in cui due figure così agli antipodi, un uomo così cupo e nascosto e una donna quasi sovraesposta, entrano uno nell’orbita dell’altro e di come questo porti a sbilanciare ogni precedente equilibrio. L’aspetto più interessante del loro rapporto sta nel continuo gioco di potere tra di loro, di come riescano a influenzarsi a vicenda, spingendosi verso versioni inaspettate di se stessi. Il film che viene descritto come horror si presenta tuttavia quindi più come una storia d’amore che esce ai confini reali e accettabili per sfociare in una mutuale dipendenza con Kyoko e Kay che si trasformano lentamente in due parassiti che si sfamano l’uno dell’altra.

L’oggetto di principale interesse di Woman of the Photographs è tuttavia appunto questa lacerazione tra l’io reale e l’io fotografato. È un tema che viene proposto in molteplici vesti: non solo per quanto riguarda Kyoko che chiede a Kay di continuare a modificare le sue foto per non mostrare a nessuno quella cicatrice, ma anche una donna che vorrebbe sottoporsi a un intervento chirurgico proprio per raggiungere i canoni di bellezza creati per lei dal fotografo o il direttore di un’impresa funebre che gli chiede di modificare le foto dei defunti affinché siano perfette. In mezzo a questo marasma di idee e di voci troviamo Kay, immobile bussola che vuole portare verso la perfezione e solo Kyoko sarà capace di portare del cambiamento in lui.

Woman of the Photographs è un film lento e feroce, che tuttavia risulta avere qualche difficoltà nella gestione del ritmo, oscillando tra momenti dinamici e improvvise battute d’arresto. Nonostante ciò, l’esordio di Kushida è un’elegante e malinconica riflessione sulla normale tensione umana verso ciò che non siamo e non saremo mai.

di Giada Sartori