Il mio nome è Bond, James Bond.
Tra le battute che hanno fatto la storia del cinema, questa è una delle più indimenticabili. Quando Sean Connery la pronuncia, nel 1962, in Agente 007, licenza di uccidere, di Terence Young, l’agente del controspionaggio britannico nato nel 1953 dalla penna di Ian Fleming trova la sua incarnazione cinematografica più carismatica e definitiva, quella che, nonostante i successivi tentativi di imitazione, non conoscerà mai rivali e che, ancora oggi, tutti abbiamo nel nostro bagaglio di icone del cuore.

Nessun altro ha saputo incarnare con la stessa naturalezza e perfezione l’eleganza e il fascino dell’agente segreto per eccellenza. L’uomo forte e astuto capace di tener testa al nemico in qualunque momento e con qualsiasi mezzo. Dal volante della sua futuristica Aston Martin divenuta leggenda, alle acque dell’oceano dalle quali emerge a nuoto in una nerissima muta da sub e dalla quale, in un attimo, esce ed appare, impeccabile, nel più hollywoodiano degli smoking, pronto per il tavolo da gioco, tra perfidi milionari e belle donne esca.
La saga dei suoi 007 arriva sul grande schermo nei favolosi anni sessanta e conquista subito il pubblico mondiale, pronto ad innamorarsi non solo delle sue avventure ma dell’esotismo e dell’erotismo che, per la prima volta, diventano protagonisti in modo così diretto, esaltati dal Technicolor, dagli effetti speciali di Frank George e da quella colonna sonora di Monty Norman che ha scandito per sempre il nostro immaginario.

Con la stessa naturalezza ed eleganza del suo Bond, Sean Connery ha saputo cambiare ruolo e vestire con carisma i personaggi più diversi, in una carriera fatta di quasi cento film. Dal Marnie di Hitchcock (1964) a Gli Intoccabili di Brian De Palma (1987), riuscendo a giocare la carta di una fisicità straordinaria perfino indossando il saio del monaco inquisitore de Il nome della rosa, dal best seller di Umberto Eco. E’ stato poliziotto e fuorilegge (La grande rapina al treno, Entrapment) professore (La giusta causa, Indiana Jones, Scoprendo Forrester, La casa Russia) e avventuriero. Fino alle corde intimiste e introspettive di Cinque giorni un’estate (1982, di Fred Zinneman) e Scherzi del cuore (1998).

Tra i tanti registi incontrati sul cammino, Sidney Lumet è forse quello che meglio ne ha saputo esprimere il versatile talento. Penso a Sono Affari di famiglia (1989), La collina del disonore (1965), Assassino sull’Orient Express (1974).
Grazie alla magia del cinema non ci mancherà, perché, come disse qualcuno, a Hollywood non si muore mai.

di Gabriella Maldini