Ieri, 27 Ottobre, Linea d’Ombra ha avuto il piacere di ospitare, seppure in diretta streaming, Alessandro Borghi per una conversazione con il direttore del festival Boris Sollazzo. Definito un talento purissimo, l’attore romano ha parlato della sua carriera, delle sue scelte e del suo modo di approcciare i progetti, annunciando anche la partecipazione (nei panni di un pescatore) al nuovo film di Michele Vannucci, con cui aveva già collaborato ne Il più grande sogno.

Mirko Frezza e Alessandro Borghi in uno still di Il più grande sogno

Per Alessandro Borghi quello che più conta nel panorama odierno dell’audiovisivo è far parte di un progetto nel modo giusto, ovvero capire il modo per dare un apporto serio e il più costruttivo possibile. Vuole mettere in pratica quest’idea anche partecipando nelle vesti di produttore a prodotti in cui crede. Se per il momento dichiara di non avere velleità registiche, l’aspetto produttivo lo interessa molto, soprattutto visto un approccio diverso sviluppato dall’attore romano negli ultimi tempi, che lo ha portato a seguire i progetti fin dallo stato embrionale, in modo da averne una visione a 360° gradi. A piacergli è anche il lavoro di squadra, secondo lui essenziale anche a un ricambio creativo del settore.

Parlando della sua carriera, Borghi inizia menzionando la lunga gavetta, descritta da lui come 10 anni di televisione brutta per arrivare a cinque anni di cinema bello per me. Nel primo periodo si è trovato a fare altri lavori per poter continuare a vivere di recitazione. Tra questi ricorda con affetto il periodo come sorvegliante notturno, che si è rivelato basilare per approfondire la sua cultura cinematografica in un viaggio tra film di diversi paesi, lasciandosi attirare da qualsiasi cosa fosse capace di stupirlo.

Alessandro Borghi in uno still di Diavoli

In questi anni ha visto cambiare fortemente il mondo dell’audiovisivo. Secondo lui adesso non ci sono più i film che incassano a prescindere, quindi occorre prendersi dei rischi. A permetterlo è il periodo della peak TV, con broadcaster come Netflix, Sky e Prime Video che investono in nuovi contenuti (importante ricordare che Borghi ha partecipato per i primi due rispettivamente a Suburra e Diavoli). Ci sono più possibilità da un punto di vista narrativo, ma l’attore romano evidenzia soprattutto come sia più facile raggiungere un pubblico ampio: ricorda con lo stesso stupore degli inizi che grazie a Netflix Suburra (di cui la terza e ultima stagione uscirà su Netflix il 30 ottobre) è disponibile in 190 paesi.

Per lui il mestiere dell’attore è un modo gratuito di psicoanalizzarsi, che porta a mettere i propri fantasmi a disposizione degli altri. Il suo consiglio spassionato a chi volesse seguire le sue orme è quello di perdere di vista l’importanza della performance, perché non dipenderà mai da voi. Di base bisogna essere disposti ad imparare, facendo pace con se stessi e con l’idea che non si conoscerà mai la verità assoluta. Lo scopo principale dell’attore, nonché il suo obiettivo ultimo, è quello di restituire ciò per cui è stato creato il personaggio. Per arrivarci ci sono diverse strade possibili. Borghi ricorda ad esempio come abbia conversato a lungo con Sergio Castellitto per avere un quadro completo del personaggio di Chicano in Fortunata e invece come sia arrivato sul set di Sulla mia pelle con un’idea precisa che è stata subito accettata dal regista Alessio Cremonini. Per interpretare personaggi cattivi o moralmente discutibili, secondo lui l’importante è trovare una linea di empatia con questi. Non bisogna pensare a ciò che farebbe il personaggio ma semplicemente farlo. Alla base di questo lavoro però c’è sempre una buona scrittura.

Alessandro Borghi in uno still di Fortunata

La carriera di Alessandro Borghi però non comporta solo il cinema (che lui definisce un incontro di menti e idee) ma anche la televisione. Se guarda al percorso fatto con Suburra, a cui ha partecipato sia alla versione filmica che a quella seriale, la principale differenza è il tempo a disposizione, cambiando il numero di pose. Nella serialità, per lui, subentra quella paura incredibile di qualcosa che si è già fatta.

Alla domanda di Boris Sollazzo su una sua possibile avventura nella commedia, Borghi rivela di non essere un grandissimo fan della visione del genere che si ha in Italia. Non ama particolarmente la dimensione in cui si cerca di far ridere come scopo primario, preferendo quando si ride invece di conseguenza. Per lui uno degli esempi più lampanti di commedia è Quasi Amici di Oliver Nakache e Éric Toledano. Sottolinea però che questa tendenza sta lentamente emergendo anche in Italia: menziona l’esempio de I Predatori di Pietro Castellitto, vincitore del premio come miglior sceneggiatura nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, che ha regalato all’attore romano alcune delle risate più belle degli ultimi anni.

L’aspetto che emerge con più forza nel corso della conversazione è il profondo amore che Alessandro Borghi prova per il suo lavoro e il cinema in sé. Da ogni sua parola emerge il profondo rispetto che ha per ogni persona con cui ha collaborato e per ogni progetto a cui ha partecipato. È un mondo volatile, quello dell’audiovisivo, a cui bisogna aggrapparsi e saper fare tesoro di tutto. La sua passione si legge nei suoi occhi, quando parla di attori a cui è profondamente affezionato come Nino Manfredi, per lui la più grande espressione del saper fare l’attore nel cinema italiano. Quando Alessandro Borghi dice che ancora oggi alla veneranda età di 34 anni i film hanno questo potere incredibile di cambiarmi le giornate e ce l’avranno per sempre, gli credi perché quell’amore è palpabile in ogni istante che si trova sullo schermo e non.

di Giada Sartori