Il sistema ti annienta. È creato come la schiavitù per distruggerti. Ma anziché usare una frusta, loro usano il tempo: queste erano le parole che usava Sibil Fox Richardson nel corto documentario Alone (2016) di Garrett Bradley per descrivere il sistema carcerario statunitense alla giovane Aloné Watts, intenzionata a sposarsi con un uomo in prigione. Le sue parole erano un avvertimento, ma anche un modo per dirle che non era sola perché lei stessa aveva vissuto sulla sua pelle gli effetti di quel mondo.

Come aveva seguito Aloné Watts, Bradley ha guardato nello stesso modo la vicenda di Richardson, desiderosa di realizzarci un cortometraggio, ma al termine delle riprese questa decise di consegnarle una scatola piena di girato: nello specifico si trattava di video-diari che documentano vent’anni, vent’anni visti da una telecamera per mostrarli a chi non c’è potuto essere. Erano video che mostravano la quotidianità di Sibil e dei suoi sei figli, mostrandoli nella loro crescita, dalle corse in macchina per andare a scuola ai compleanni. Quei video erano una lettera d’amore per Robert, suo marito, incarcerato per una rapina a mano armata e costretto da un sistema giudiziario fallace a scontare una pena di 60 anni. Vedendo il contenuto di quella scatola, Bradley si rese conto che la storia di quella famiglia e nello specifico di Sibil non poteva essere contenuta in un semplice cortometraggio. Così Garrett Bradley e il suo montatore Gabriel Rhodes decisero di combinare quanto avevano girato loro seguendo Fox nelle sue battaglie come attivista con i filmati girati dalla donna nel corso di quegli anni e da questa sintonia è nato Time.

Il documentario, vincitore del premio alla regia nella sezione dedicata del Sundance Film Festival, è conscio di avere un compito difficile davanti: coniugare periodi diversi, toni diversi, emozioni contrastanti per portare sullo schermo una visione rispettosa dell’esperienza di Sibil, capace di non perdersi nel melodramma. La narrazione scelta rigetta quella che potrebbe essere una linea cronologica per avvicinarsi a un canto lirico, sospeso tra momenti diversi della vita di Sibil, tutti con due grandi comuni denominatori: l’amore che prova per la vita, i figli e per il marito e l’assenza di quest’ultimo.

Uno still del documentario

Time sa di poter essere una potente denuncia del sistema carcerario statunitense e del suo sistematico razzismo, ma più che farne un racconto universale, usa la voce del singolo, in questo caso Richardson, per esprimere cosa significhino quegli anni di vita sottratti. Time non vuole essere un documentario di true crime, evitando quindi di soffermarsi sulle dinamiche che hanno portato all’incarcerazione di Robert. Il focus di Bradley è preciso fin dalle prime immagini, quando sotto il triste racconto di Sibil si sentono le voci dei suoi bambini che scherzano: a lei interessano le persone coinvolte e l’effetto che un sistema marcio ha avuto su di loro.

Time è un collage di momenti, di istanti che a occhi qualsiasi potrebbero sembrare irrilevanti, ma tenuti insieme dalla voce saggia di Sibil Fox Richardson acquistano significato e potenza, perché intrisi di amore, dolore e assenza. Sono vent’anni che il lavoro di Bradley riesce a rappresentare sullo schermo con pazienza e rispetto, senza snaturarli attraverso schemi narrativi forzati. Time è un documentario essenziale, sia da un punto di vista estetico (l’unica libertà che si prendono Bradley e Rhodes nell’unire il proprio girato con i filmati di Sibil sta nell’uniformarli da un punto di vista cromatico in un bianco e nero quasi ovattato) che da quello tematico. Time non pretende di essere una lezione di educazione civica, ma piuttosto una lezione di umanità e un invito ad apprezzare anche quei piccoli frammenti di quotidianità che potrebbero mancare un giorno.

Time è disponibile su Prime Video.