Dove andiamo?

Non lo so, ma dobbiamo andare.

(Jack Kerouac, On the Road, 1951)

On the road di Jack Kerouac è divenuto il manifesto della beat generation degli anni ’50. E’ il racconto di un lungo viaggio per gli Stati Uniti intrapreso dai due amici Sal Paradise (pseudonimo di Jack Kerouac) e Dean Moriarty (pseudonimo di Neal Cassady). Senza meta, senza soldi, viaggiano lungo le strade con qualunque mezzo attraverso paesaggi sconfinati, praterie, montagne, incontrano persone, fanno amicizie, litigano, vivono di quello che trovano. Una vita selvaggia, borderline, alla ricerca di qualcosa di nuovo, di una realtà diversa da ciò che ha vissuto la generazione che li ha preceduti. Un’esperienza trasgressiva di rifiuto di ogni genere di imposizione della società di massa che passa anche attraverso sperimentazioni estreme, senza regole: la musica jazz, l’alcol, la droga, la libertà sessuale.

Anche il cinema ha fatto la sua parte con il genere di film on the road. Non sono solo film di evasione, di viaggio, di avventura, sono soprattutto storie di formazione e cambiamento interiore di chi intraprende il viaggio, così come mutano il paesaggio, i paesi, la lingua e le persone che si incontrano. Alcuni hanno segnato un’epoca, lasciando un segno nella società e in chi li ha visti.

Lo schema del film on the road è generalmente piuttosto semplice, sono sufficienti un paio di personaggi, un’auto o una moto, se non addirittura a piedi e con mezzi di fortuna, una meta finale da raggiungere o improvvisata di volta in volta, le tappe, le difficoltà da superare, i luoghi e le persone incontrate sull’itinerario.

In un momento in cui siamo bloccati in casa, il viaggio è il massimo desiderio. La voglia di partire, verso luoghi lontani, esotici, ma in questo frangente anche vicini andrebbe ugualmente bene, basterebbe poter partire, con una meta, ma anche senza. Consoliamoci con la visione di alcuni di questi film on the road.

Accadde una notte (Frank Capra, 1934)

Può considerarsi il capostipite dei road movie. Mette in viaggio una giovane miliardaria estremamente viziata (Claudette Colbert), che fugge di casa per sposare l’amato aviatore disapprovato del padre, e un giornalista a caccia di scoop (Clark Gable) nel quale si imbatte, che, riconosciutala, si offre di aiutarla in cambio di un servizio esclusivo. Attraverso l’America sconvolta dalla Grande Depressione i due viaggiano con ogni mezzo che trovano, anche i meno convenzionali, bus, autostop, storica è la scena in cui le gambe scoperte della Colbert sono molto più efficaci del pollice alzato di Gable per trovare un passaggio. La necessità di dover affrontare assieme molte difficoltà e momenti di intimità, come dormire nella stessa stanza di un motel anche se separati da una coperta tesa tra i due letti, situazioni alquanto ardite per l’epoca, faranno sì che la ragazza abbia più di un ripensamento, ma per entrambi si rivelerà un viaggio di formazione. E’ stato il primo film a vincere i cinque Oscar più importanti: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista e miglior sceneggiatura non originale, ebbe un grande successo di pubblico e divenne un vero e proprio modello per molti altri film.

Il giro del mondo in 80 giorni (Michael Anderson, 1956)

In questo caso c’è chi viaggia per vincere una scommessa di 20.000 sterline fatta con i membri del club di appartenenza. Per aggiudicarsela Phileas Fogg (David Niven) e il suo fido maggiordomo Passepartout (Cantinflas) devono riuscire a fare il giro del mondo entro ottanta giorni. Tratto dal famoso romanzo di Jules Verne i due viaggiatori si trovano ad affrontare movimentate avventure, utilizzando i mezzi di trasporto più svariati: treni, battelli, mongolfiere, canoe, elefanti. Oggi è possibile circumnavigare il pianeta in circa 40 ore di volo, via terra è un altro discorso.

Il posto delle fragole (Ingmar Bergman, 1957)

Un vecchio professore egoista e misantropo, viene insignito di un prestigioso riconoscimento accademico. Lungo il percorso da Stoccolma a Lund per andare a ritirarlo il professore, accompagnato dalla giovane nuora, attraversa i luoghi della sua giovinezza. I ricordi, i sogni, la nostalgia, le occasioni perdute, l’amore, il rancore, gli incontri, riemergono dal profondo investendolo prepotentemente e come tasselli ricompongono il mosaico della sua vita. Il viaggio si rivela pertanto come un viaggio interiore, purificatorio, un bilancio e una riflessione sul senso della vita.

Il sorpasso (Dino Risi,1962)

E’ un viaggio nell’Italia che sta cambiando, quella del miracolo economico, che si lascia alle spalle un mondo di fatica, di miseria, di guerra e distruzione per approdare a quello in cui l’economia italiana del secondo dopoguerra ha portato il Paese a diventare una potenza mondiale, vincente e senza timori di mostrare al mondo la sua ricerca sfacciata di benessere e di piacere. E’ anche un confronto di due generazioni, quella godereccia, caciarona e superficiale della nuova Italia di Bruno (Vittorio Gassman) un quarantenne immaturo, esuberante che coinvolge quella seria, civile e studiosa di Roberto (Jean‑Louis Trintignant) uno studente universitario un po’ timido e riflessivo, a passare assieme la giornata di ferragosto, trasferendosi in auto da Roma a Castiglioncello. In quest’Italia del cambiamento il viaggio per Roberto diventa un momento di trasformazione della sua vita, in cui abbandona i timori giovanili e inizia a riflettere sui suoi rapporti familiari, sociali, sull’amore, fino alle estreme conseguenze.

L’armata Brancaleone (Mario Monicelli, 1966)

Penitente: Addo’ ite?

Brancaleone: Ahh… così… sanza meta…

Penitente: Venimo?

Brancaleone: No, no… ite anco voi sanza meta, ma de un’altra parte…

E’ il principio di Kerouac applicato nel medioevo. Come Sal e Dean anche questa armata viaggia senza niente: senza armatura, senza paura, senza calzari, senza denari, senza la brocca, senza pagnocca, senza la mappa, senza la pappa, come salmodiano durante il cammino. Solo la meta è certa: Aurocastro in Puglia, per prendere possesso del feudo, come attesta una pergamena scritta da Ottone I il Grande, di cui sono in possesso avendola però rubata ad un cavaliere. Questo squinternato gruppo di miserabili è capeggiato da Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), spiantato, fanfarone rampollo di una nobile famiglia decaduta, che attraversa un’Italia medievale affamata, sporca e stracciona. Lui su un ronzino di colore giallo di nome Aquilante, detto anche lo malo caballo, che raglia come un somaro e non ubbidisce agli ordini, gli altri a piedi. Tra loro stipulano il patto di dividersi tutto ciò che troveranno. Longo lo cammino ma grande la meta è il loro motto. Lungo la strada ne capiteranno di tutti i colori, incontreranno il monaco Zenone (Enrico Maria Salerno), che conduce i pellegrini a Gerusalemme per liberare il Santo Sepolcro; Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volonté), un principe bizantino inaffidabile e diseredato che affronterà Brancaleone in un epico duello per poi aggregarsi a loro; salveranno dai briganti Matelda (Catherine Spaak) una vergine pulzella; entreranno in una città per saccheggiarla scoprendo che è infestata dalla peste; verranno catturati dai saraceni. Il film ebbe un successo strepitoso. Uno dei colpi di genio del film è stata l’invenzione di un linguaggio immaginario che mescola latino maccheronico, volgare medievale e dialetti vari. Un’idea molto divertente realizzata con grande ironia da un trio di sceneggiatori che ci ha regalato diversi capolavori: Monicelli, Age e Scarpelli. Molte frasi sono entrate nel lessico quotidiano, a partire dal titolo per indicare, con intento apertamente derisorio e dispregiativo, un gruppo raccogliticcio di persone che mostra evidenti limiti di organizzazione ed efficienza per eseguire un lavoro.

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (Ettore Scola, 1968)

Un ricco e spocchioso editore (Alberto Sordi), stressato dal lavoro parte per l’Angola trascinando con sé il proprio mite ragioniere (Bernard Blier), alla ricerca del cognato (Nino Manfredi), di cui da anni non si hanno notizie. Seguendone le tracce lungo il viaggio i due incontrano strani personaggi, scoprendo che il cognato è stato di volta in volta camionista, mercenario, missionario, ingegnere. Lo trovano, finalmente, in un villaggio di una tribù indigena di cui è diventato lo stregone. Lo convincono a ritornare in Italia, ma, una volta salito sul battello, si tuffa in acqua per ricongiungersi alla sua tribù. L’esperienza vissuta in Africa ha però lasciato una nuova consapevolezza anche nel cognato editore, instillandogli il dubbio se tornare alla sua ricca ma vuota vita in Italia o seguire il cognato nella sua avventura.

Easy Rider (Dennis Hopper, 1969)

E’ l’on the road su due ruote per eccellenza. L’intento al momento dell’uscita del film era quello di provocare la società perbenista statunitense con personaggi e situazioni ben lontane dagli ideali dell’americano medio. Qui non ci sono formazione, redenzione, non c’è viaggio interiore ma quello provocato dall’uso di droghe pesanti e di alcol. A viaggiare sono Wyatt (Peter Fonda) alla guida del Captain America, un chopper Harley-Davidson panhead 1963, in compagnia di Billy (Dennis Hopper), in sella al bobber Hydra-Glide 1950 – per ironia la moto preferita dalle pattuglie della polizia stradale americana – acquistate coi proventi del loro spaccio di cocaina. Il loro intento è andare al Carnevale di New Orleans. Per farlo attraversano un’America non disposta ad accogliere gente come loro, che vive libera e senza regole. I protagonisti, pur non essendo violenti, sono malvisti dalla gente comune per il loro aspetto, il loro modo di vestire, di vivere e di comportarsi. Lungo il viaggio incontrano hippy strafatti che li ospitano nella loro comune, poliziotti brutali che li arrestano, un inetto avvocato di provincia (Jack Nicholson) che, grazie al nome del padre, li aiuta ad uscire di prigione e si aggrega a loro. Il loro viaggio si trasforma in una fuga da un’America diversa da quella del sogno americano, piena di pregiudizi, intolleranze e violenze alle quali non riusciranno a sfuggire. Straordinaria è la colonna sonora.

La via lattea (Luis Buñuel, 1969)

Buñuel mette in scena un road movie surreale di due pellegrini, sul Camino de Santiago de Compostela, l’itinerario medioevale, conosciuto anche col nome di via lattea, per raggiungere la cattedrale che conserva le reliquie di San Giacomo Maggiore. Come ci si può aspettare il percorso del film non è un itinerario fisico e geografico ma attraversa il tempo e lo spazio ripercorrendo la storia del cristianesimo. La gente comune incrociata dai pellegrini disserta dei massimi sistemi, delle eresie che hanno messo in discussione i dogmi della chiesa, dei suoi misteri, dei suoi errori e dei suoi crimini. Attraverso tutta una serie di episodi convivono il presente e il passato, forse anche il futuro in totale anacronismo. Assistiamo a scene dell’inquisizione, altre della vita di Gesù che vorrebbe radersi la barba, con schiuma, pennello e rasoio, ma la Madonna lo fa desistere per preservarne l’immagine, il marchese de Sade che spiega a una sua vittima che Dio non esiste, un plotone che fucila il Papa, interpretato dallo stesso Buñuel, eretici, suore, bambine salmodianti anatemi, il diavolo, ciechi che anche dopo il miracolo continuano a non vedere e una prostituta che rivelerà la verità ai pellegrini.

L’ultima corvé (Hal Ashby, 1973)

A due sergenti della Marina Militare americana, viene dato l’incarico di scortare da Norfolk al carcere militare di Portsmouth un diciottenne marinaio semplice, condannato ad otto anni di reclusione per un piccolo furto. I due navigati sottufficiali pensano di sbrigare il compito il più rapidamente possibile per sfruttare al meglio i restanti giorni della settimana di missione. Durante il viaggio però i due sono conquistati dalla disarmante innocenza del ragazzino, immeritevole di una condanna così severa. Soprattutto il marinaio più anziano (Jack Nicholson) che decide di fargli passare al meglio quei pochi ultimi giorni di libertà, facendogli vivere in quel poco tempo le esperienze tipiche dei suoi giovani coetanei.

Sugarland Express (Steven Spielberg, 1974)

Una coppia di sbandati (Goldie Hawn e William Atherton) prende in ostaggio un poliziotto e fugge attraverso gli Stati Uniti, per raggiungere il figlio dato in affido ad una famiglia di Sugarland, al confine con il Messico. Vengono inseguiti dagli agenti con l’ordine di non fermarli per non mettere in pericolo la vita del poliziotto, oltre a quella dei rapitori che non sono pericolosi criminali ma solo due ragazzi ingenui e immaturi. L’auto dei fuggitivi viaggia, seguita da una carovana che supera gli oltre duecento mezzi, tra forze di polizia provenienti da ogni giurisdizione attraversata, oltre che da giornalisti e cittadini attirati dall’evento. Il gigantesco serpentone viene seguito dai media di tutti gli stati trasformandolo in un evento mediatico. La gente affolla le strade per salutare, scattare foto e sostenere con regali e soldi quelli che ai loro occhi sono diventati degli eroi. L’atmosfera nell’auto è distesa, ma tutto il buon vecchio sentimentalismo americano di sostegno della gente ai personaggi coinvolti, senza sapere chi siano o di cosa si tratti, non è certo quello che li aspetta a Sugarland.

Nel corso del tempo (Wim Wenders, 1976)

Road movie attraverso la Germania, su un camion di seconda mano, da parte di due uomini trentenni, di cui uno è un proiezionista e l’altro è un pediatra che si occupa di problemi di linguaggio. La costruzione narrativa è ridotta all’osso, senza una trama vera e propria, né una varietà di episodi nella storia e pochi dialoghi. I due vagano per la Germania nei territori di confine tra Ovest e Est senza una meta precisa, fermandosi in paesi desolati di provincia in cui le sale cinematografiche necessitano di riparazione dei vecchi proiettori, fino al punto di non ritorno costituito dalla frontiera con la DDR. Qui passeranno la notte e sarà per loro la prima occasione di aprirsi l’un l’altro, un momento di tregua del loro rapporto taciturno. Il tutto senza suscitare nello spettatore alcuna empatia e condivisione con i personaggi.

Convoy – Trincea d’asfalto (Sam Peckinpah, 1978)

Una lunga colonna di enormi camion si snoda sulle strade assolate e polverose della provincia americana, in fuga da uno sceriffo, verso il Nuovo Messico, gettando lo scompiglio nell’intera comunità. Accompagnati da musiche folk-country i camionisti forzano posti di blocco, assaltano una prigione per liberare uno di loro, comunicano via radio con un linguaggio scurrile e allusioni sessuali. Non sono leader di movimenti politici, non trattano con loro, non scendono a compromessi, vogliono solo passare il confine col Messico per lasciare tutte le brutture del loro paese. Sostanzialmente un western che al posto dei cavalli in carne e ossa ha quelli metallici dei motori dei camion.

Marrakech Express (Gabriele Salvatores, 1989)

Quattro trentenni, ex sessantottini, partono in auto per il Marocco con i soldi necessari per far rilasciare un amico tenuto prigioniero a Marrakech. Attraversano Francia, Spagna e lo Stretto di Gibilterra. A Marrakech, però, scopriranno che è un inganno e si ritroveranno senza auto, denaro e passaporti, costretti a viaggiare attraverso il deserto con mezzi stravaganti, biciclette comprese, per ritrovare l’amico impegnato in ben altra impresa. Il loro è un viaggio di amicizie ritrovate, avventure e fuga di ritorno verso l’utopia. Nonostante tutto non la prendono male: erano anni che non mi divertivo così… dichiareranno.

Thelma & Louise (Ridley Scott, 1991)

E’ una storia di donne e di una fuga da una società opprimente, alla ricerca di un’indipendenza che alla fine del viaggio diventa senza possibilità di ritorno. Dopo aver assaporato la libertà correndo a bordo di una Ford Thunderbird azzurra attraverso i grandi spazi americani, inseguite dalla polizia avendone anche combinate di ogni sorta, tornare alla vita di prima è per loro insostenibile. Preferiranno il Grand Canyon.

Il ladro di bambini (Gianni Amelio, 1992)

Una storia semplice, che tratta temi, umani e sociali senza cadere in facili retoriche. Due carabinieri devono accompagnare in treno da Milano ad un istituto per l’infanzia di Civitavecchia, che dovrà accoglierli, due bambini, fratello e sorella, la cui madre è stata arrestata per istigazione alla prostituzione della bambina. Ad espletare l’incarico, rimane però un unico agente, Antonio (Enrico Lo Verso) un giovane calabrese semplice e generoso, lasciato ingiustificatamente solo dal collega. A Civitavecchia l’istituto rifiuta di accogliere i bambini adducendo falsi problemi amministrativi. Solo, privo di esperienza e di strumenti per far fronte alla situazione, costretto anche a coprire l’assenza del collega, ad Antonio non resta che improvvisare un viaggio lungo l’Italia fino in Sicilia, per trovare un istituto disposto ad ospitare i bambini. In totale buona fede, non pensa che dovrà rendere conto di ciò che sta facendo e delle conseguenze che potrebbe subire sotto il profilo legale rischiando di essere accusato di sequestro di persona. Così, abbandonati da una società inefficiente e corrotta ma pronta ad accusare, la loro unica possibilità di superare tutte le difficoltà è nella capacità che avranno di saper costruire tra loro, in pochi giorni, un rapporto affettivo e di sostegno reciproco, come se fossero quella vera famiglia che i bambini non hanno mai avuto. Il film ha fatto incetta di premi.

Priscilla, la regina del deserto (Stephan Elliott, 1994)

Un viaggio nel Kitsch e nel deserto australiano di due drag queens e un transessuale che si esibiscono nei locali gay di Sidney. Il trio accetta un contratto per una tournèe ad Alice Springs, un posto sperduto nel mezzo del deserto. Per trasportare i loro sgargianti costumi di scena, decidono di affittare un vecchio autobus color lavanda che chiamano Priscilla. Lungo il viaggio attraverso l’Australia, ballano e cantano dove capita: un bar di ubriaconi; in un angolo di deserto; per gli indigeni, sulle canzoni dei Village People, Gloria Gaynor, Abba e compagnia cantante. Un lungo viaggio sgangherato come Priscilla, che necessita delle continue cure di un gentile meccanico che si unirà a loro, nel corso del quale ognuno ritroverà se stesso.

I diari della motocicletta (Walter Salles, 2004)

Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita recita un antico detto orientale. Ed è il viaggio attraverso l’America Latina che ha plasmato la vita di Ernesto Guevara, giovane studente di Medicina, e del suo amico Alberto Granado. Partiti nel dicembre del 1951 in sella a una sgangherata motocicletta, una vecchia Norton 500 del 1939, pomposamente soprannominata La Poderosa, per un viaggio di sette mesi che li ha formarti per sempre. Mentre la moto un po’ alla volta perde i pezzi per strada Ernesto e Alberto prendono coscienza e si trasformano in uomini. Questo viaggio, raccontato nel diario Latinoamericana– da cui è stato tratto il film I diari della motocicletta – ha rappresentato una svolta nella vita di Ernesto Guevara, come lui stesso scrisse riflettendo su quell’esperienza: quel vagare senza meta per la nostra ‘Maiuscola America’ mi ha cambiato più di quanto credessi. Impressionato dai forti contrasti tra la bellezza dei paesaggi, dalle rovine di Cuzco, al Machu Picchu e le condizioni di povertà di massa, dalla miseria dei minatori cileni sfruttati dalle compagnie inglesi, dal razzismo e dai maltrattamenti subiti dagli indigeni peruviani, dalle terribili condizioni dei lebbrosari di Huambo e di San Pablo, dove lui e Alberto si offrirono di svolgere attività medica. Cominciò a immaginare la possibilità di un’America Latina come un’unica entità, unita, senza confini, legata da una stessa cultura. Ideale per il quale ha lottato fino alla fine.

Ogni cosa è illuminata (Liev Schreiber, 2005)

E’ un viaggio della memoria alla ricerca del passato, che un giovane ebreo americano, decide di fare in Ucraina alla ricerca della donna che nel corso della Seconda Guerra Mondiale salvò suo nonno dalla Shoah. Partendo da una vecchia fotografia e da un nome misterioso: Trachimbrod, viaggiando a bordo di una scassata Trabant sopravvissuta alla caduta del muro, scoprirà che Trachimbrod era uno shtetl, come venivano chiamati quei villaggi dell’Europa orientale abitati da un’elevata percentuale di popolazione di religione ebraica, epurato e bruciato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Un luogo dimenticato, che geograficamente non esiste più, sopravvissuto solo nella memoria di coloro che ne hanno conservato le tracce per non cancellare quegli orrori.

Little Miss Sunshine (Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2006)

E’ un road movie di sfigati, in cui i partecipanti sono sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Gli Hoover non sono proprio il modello della perfetta famiglia americana. Il padre è un aspirante motivatore che non riesce a sfondare, la madre è sfinita dai problemi familiari, suo fratello è un depresso cronico, vittima di un amore non ricambiato da un allievo, il figlio adolescente è silenzioso, cupo e introverso, la sorellina di sette anni si sta preparando per partecipare ad uno dei tanti concorsi per piccole “miss” che si svolgono negli USA, il nonno è un anarchico incontrollabile cacciato dalla casa di riposo perché dedito a tirare di coca. Tutti a bordo di un pulmino WV residuato hippie di Woodstock accompagnano la più piccola in California al concorso che eleggerà Miss Sunshine attraverso un Paese in cui conta solo arrivare primi.

Il treno per il Darjeeling (Wes Anderson, 2007)

Dopo la morte del padre il maggiore dei suoi tre figli, aristocratici e immaturi, che non si parlano da tempo, riunisce i fratelli proponendo loro di fare un viaggio in treno in India, con lo scopo di ricostruire il legame che avevano un tempo. Attraverso un’India da cartolina, colorata, pittoresca, un po’ surreale a bordo delle sgangherate carrozze del Darjeeling Limited le cose non andranno affatto come erano state programmate. Il viaggio si trasforma nel classico confronto interiore e familiare con l’ingombrante figura del padre e con quella codarda della madre, fuggita anni prima e ritiratasi in un convento himalayano. E proprio quel convento vuole essere la meta finale.

Into the Wild – Nelle terre selvagge (Sean Penn, 2007)

Racconta una storia realmente accaduta trattando diversi temi, la fuga, la ricerca della libertà, l’inseguimento di un qualcosa che porti alla conoscenza di sé, l’individualismo contro il bisogno degli altri, il fascino dell’ambiente e della natura selvaggia. E’ ciò che cerca il protagonista Christopher McCandless (Emile Hirsch), un ragazzo americano benestante, che dopo la laurea decide di abbandonare ogni cosa, fuggendo da una società nella quale non riesce più a vivere. Con lo zaino in spalla attraversa l’America per rifugiarsi nelle lande selvagge dell’Alaska. Tutte le persone che incontra lungo il viaggio se da un lato colmano il vuoto familiare, dall’altro aumentano il suo bisogno di liberarsi da ogni tipo di dipendenza, di affetti e di comodità. Isolato dal mondo, lontano da ogni contatto umano, immerso nel fascino della natura selvaggia, vivendo di ciò che trova, organizzando la sua nuova vita in un vecchio autobus abbandonato, arriva infine ad elaborare il suo pensiero personale sulla vita e sulla felicità. Le estreme difficoltà dell’ambiente lo porteranno però a commettere un errore fatale.

Basilicata coast to coast (Rocco Papaleo, 2010)

Quattro amici si ritrovano in Basilicata dopo parecchi anni che non si vedevano. Condividendo la passione per la musica decidono di partecipare ad un festival musicale a Scanzano Jonico, distante poco più di un centinaio di chilometri da Maratea, raggiungibile in meno di due ore percorrendo la Statale 653 della valle del Sinni. Decidono però di partire dieci giorni prima andando a piedi, cercando così di ritrovare quel senso perduto nella loro vita. Caricati gli strumenti musicali, i viveri e le tende da campo su un carretto trainato da un cavallo intraprendono il viaggio su strade alternative, seguiti da una giornalista e ripresi da una televisione locale. Lungo il percorso si esibiscono in concertini improvvisati nei paesini sperduti che incontrano. Tra una canzone alla luce della luna, un panino con la frittata bello sponzato (quando non c’è più la distinzione tra la fetta di pane e la frittata, spiega Papaleo) e un bicchiere di Aglianico il viaggio avrà per tutti quel valore  che cercavano.

Terre selvagge – Pilgrimage (Brendan Muldowney, 2017)

È una cupa avventura medievale nell’Irlanda del tredicesimo secolo. Un emissario papale scortato da tre armigeri si presenta in un remoto monastero per farsi consegnare l’antica, preziosa e misteriosa, reliquia, qui custodita, per essere trasferita a Roma per volere del Papa a sostegno di una Crociata. Ubbidendo al volere del pontefice alcuni monaci sono costretti a partire per accompagnare l’urna sulla quale vi è una profezia: essa distruggerà chiunque non sia così puro da possederla. È l’inizio di un viaggio in una landa di misteri, di antiche credenze, di superstizioni soprannaturali dove sono in corso scontri di potere tra fede e paganesimo, tra tribù rivali e di guerra contro l’avanzata dei normanni. E’un viaggio attraverso una terra straniera ai suoi stessi abitanti, in cui bisogna diffidare di tutti. In questo scenario il pellegrinaggio dei monaci non ha nulla di mistico e di religioso ma diventa una lotta per la sopravvivenza che metterà a dura prova la loro fede.

Green Book (Peter Farrelly, 2018)

Nel 1962, Don Shirley (Mahershala Ali), pianista afroamericano di fama mondiale, intraprende una lunga tournée di concerti nel profondo Sud degli USA. Per affrontare il viaggio assume come autista tuttofare Tony Vallelonga detto Tony Lip (Viggo Mortensen), un italoamericano, bianco, di professione buttafuori nel Brox. Il loro è un viaggio in un’America segregazionista e razzista, in cui i diritti civili degli afroamericani sono ben al di la dall’essere acquisiti, dove si accetta il pianista/artista ma non l’uomo per il suo colore della pelle. Così per viaggiare sono costretti ad affidarsi al Negro Motorist Green Book una guida ai motel, ristoranti, stazioni di servizio in cui anche i neri sono accettati. Finiranno nei guai parecchie volte imparando a conoscere un’America diversa da quella in cui vivono, ma soprattutto impereranno a conoscersi e rispettarsi a vicenda.

Il viaggio finisce qui, per il momento, perché:

Basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo.

Si può sempre andare oltre, oltre – non si finisce mai.

(Jack Kerouac, On the Road, 1951)

di Silvano Santandrea