Durante la Mostra del Cinema di Venezia è possibile trovare vicino al piccolo polo di generi di prima necessità (leggi: panini e pizze) un semplice muro. Forse definire muro dei pannelli di sughero sarebbe esagerato, ma il concetto è questo. È un muro dello sfogo e del pianto, dove accreditati e non sono invitati a sfogare la propria frustrazione sui film brutti visti al festival, il tutto scrivendo con delle biro poco funzionanti su dei fogli di carta appesi talvolta precariamente. L’iniziativa si chiama molto clementemente Ridateci i soldi ed è organizzata da Codacons, con tanto di trofeo finale assegnato dallo stesso Barbera. Tutto questo preambolo ha un senso: all’indomani della prima anticipata stampa di Never Gonna Snow Again, film in concorso diretto e scritto da Malgorzata Szumowska e fotografato da Michal Englert (nonché scelto per rappresentare la Polonia nella categoria per il miglior film internazionale agli Oscar 2021), il muro è stato tappezzato con scritte a riguardo. C’è chi dice che è una perdita di tempo, chi svela di non essere riuscito a prendere sonno e di essere in trepidante attesa delle recensioni ufficiali per capirci qualcosa. Un’altra persona arriva ad offrire cento euro (sottolineando la massima serietà della ricompensa) a chiunque sia capace di spiegare il finale del film. Purtroppo, a quesiti simili non c’è risposta e forse mai ci sarà. Forse la ricerca di senso potrebbe distruggere completamente il film.

Never Gonna Snow Again è un film con una trama esilissima: un uomo ucraino di nome Zhenia (Oleh Yutgof, conosciuto dal grande pubblico per aver interpretato l’adorabile e innocente Alexei nella terza stagione di Stranger Things), nato lo stesso giorno ma qualche anno dopo Chernobyl, ottiene un permesso di soggiorno a Varsavia dove trascinandosi un pesante lettino per le strade inizia a lavorare come massaggiatore in un quartiere borghese. In queste sedute a metà tra doti naturali e pura magia, non solo riesce a rilassare i propri pazienti sul piano fisico, ma anche anche su quello mentale. Con le sue mani e con tecniche che possono essere paragonate solo all’ipnosi riesce ad entrare nella psiche dei suoi pazienti, ricchi di soldi ma poveri di cuore, e li porta ad aprirsi, a dover affrontare tutte quelle parole o quelle semplici verità che cercavano di evitare da anni. Zhenia è contemporaneamente forestiero e membro universalmente accettato e apprezzato della comunità. Grazie alla sua vicinanza emotiva ma anche ai suoi poteri riconosciuti da tutti, è accolto, ma allo stesso tempo viene rigettato con battute di cattivo gusto, alcune sugli immigrati e altre che lo accusano di essere radioattivo per essere nato così vicino, geograficamente e temporalmente, a Chernobyl. Zhenia però non sembra mai essere toccato dalle loro parole: continua silenziosamente a fare il suo lavoro, mentre studia i suoi clienti e anche gli altri abitanti del quartiere, nel tentativo, comune anche allo spettatore, di capirli.

Zhenia (Oleh Yutgof) in una scena del film.

Capire: bella parola, ma estremamente difficile da applicare, soprattutto a Never Gonna Snow Again. Già il titolo è un enigma. È una frase ripetuta diverse volte nel corso del film, ma che non assume mai concretezza. Aleggia come una minaccia all’uomo che non si è curato del mondo, ma è anche una metafora delle ceneri di Chernobyl. In Never Gonna Snow Again ogni elemento è sospeso e la sceneggiatura non offre risposte di alcun tipo. Nella cornice eterea della fotografia di Englert, il film non si perde a cercare qualcosa di così sfuggevole e inutile come il senso, ma preferisce far diventare il pubblico come uno qualsiasi dei pazienti di Zhenia. Lo ipnotizza con la calma che traspare da ogni azione del suo protagonista e lo porta a rilassarsi, lasciando andare quelli che potrebbero essere i normali costrutti della logica umana. Never Gonna Snow Again lascia perdere lo stress della vita per elevarsi raggiungendo piani più alti dello scibile umano. È confusione, è ipnosi, è liberazione. È un film che intreccia suggestioni di diversa origine e facendolo si apre a mille interpretazioni diverse. Never Gonna Snow Again è come un test di Rorschach lungo due ore, dove lo spettatore è chiamato a interpretare immagini confuse e affascinanti, disturbanti ed eteree. È un’opera che implora una sospensione della credulità, ma anche una sospensione di tutto ciò che ci rende umani. Chiede un atto di fede, fede in qualcosa di superiore, che ci risulta confuso e allo stesso tempo potente, ma che sicuramente ci ricompenserà se solo avremo il coraggio di crederci.

di Giada Sartori