Valerio Le Rose (Mattia Garaci) non conosce suo padre. Lo ammira, lo guarda da lontano con timore e riverenza, ma allo stesso tempo quando lo guarda non capisce molte cose. Non capisce il perché́ del suo atteggiamento distante, dei segreti che tiene, del modo in cui sparisce senza avvisare. Nonostante tutto però gli perdona ogni cosa e lo eleva a divinità̀ più che a semplice padre. In Padrenostro, lungometraggio di Claudio Noce in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il pubblico vede il magistrato Alfonso Le Rose (Pierfrancesco Favino) solo e solamente attraverso gli occhi di suo figlio: occhi azzurri e innocenti, pieni di voglia di giocare ma anche di capire. È con questi occhi che un giorno vede delle persone sparare a suo padre appena uscito di casa per recarsi a lavoro e da quegli occhi quelle immagini non se ne andranno più.

Sono gli anni di Piombo, anni che si conoscono bene ma che si cercano allo stesso tempo di dimenticare. Claudio Noce però adotta un approccio estremamente personale selezionando non un caso di cronaca qualsiasi, ma una storia che l’ha visto testimone in prima persona perché Valerio è lui e Alfonso è suo padre. Padrenostro è un modo per Claudio Noce per affrontare finalmente il trauma che ha segnato la sua infanzia. Lo fa tornando a indossare quelle lenti che gli permettono di tornare a vedere il mondo come lo vedeva un tempo. Padrenostro non è tuttavia un film autobiografico: se Noce aveva solo 2 anni il giorno di quell’attentato, il suo alterego protagonista ha 10 anni (è un normale, come dice lui: né troppo piccolo, né troppo grande). Non è nemmeno un film che vuole concentrarsi troppo sugli anni di Piombo, sulle dinamiche di paura e terrorismo di quegli anni: la camera mostra l’attentato a frammenti, ma per il resto del film quello che sta succedendo fuori dall’universo della famiglia Le Rose arriva solo attraverso fogli di giornale, televisori o radio accese. Al centro di Padrenostro c’è un semplice bambino che cerca di capire qualcosa di più grande di lui, di sfuggevole, ma allo stesso tempo trova in un ragazzo qualsiasi, che un giorno vorrebbe insegnargli a giocare a palla, una distrazione e un amico. Il suo nome è Christian (Francesco Gheghi), hanno quattro anni ma poca saggezza di differenza. In breve tempo però questi diventa come una valvola di sfogo per Valerio, aiutandolo a scappare dai silenzi di casa Le Rose.

Pierfrancesco Favino (Alfonso Le Rose) in una scena del film.

Padrenostro nelle sue negazioni trova il modo di affermarsi come uno strano connubio tra il coming of age quasi a stampo indie e il dramma familiare. La sceneggiatura di Enrico Audenino e Claudio Noce riesce a trovare, a volte tentennando, un filo per raccontare una storia non sempre lineare, che più che cronaca vuole assomigliare a un ricordo offuscato e ovattato di un periodo lontano. In Padrenostro i ricordi dell’infanzia di Valerio colpiscono lo spettatore, come colpiscono lo stesso Valerio, ormai adulto, in seguito a un fugace incontro. Ricordi precisi, puntuali, ma allo stesso tempo influenzati dal tempo trascorso, dalle emozioni provate, dalla rabbia e dalla malinconia che ne son seguiti. Il film di Claudio Noce trova il modo di portare qualcosa di semplice ed essenziale come la memoria in modo sincero sullo schermo, senza cadere in un’impostazione tradizionale che in un contesto simile potrebbe risultare troppo impostata.

La struttura particolare ma funzionale di Padrenostro non reggerebbe se non aiutata dall’interpretazione potente del giovanissimo Mattia Garaci, capace di oscurare persino attori navigati come Pierfrancesco Favino. I suoi grandi occhi azzurri riescono a portare sullo schermo quel tumulto di emozioni che solo Claudio Noce sa di aver vissuto all’epoca. Grazie a lui, quei ricordi riescono ad essere reali e vivi, aiutando il regista a comporre quella che Pierfrancesco Favino ha definito una lettera d’amore finalmente spedita da un figlio a un padre e viceversa. Rielaborando il dolore di quel momento, Padrenostro assume la forma di una carezza, di una rassicurazione che vorrebbe raggiungere l’io passato del regista per avvolgerlo in un abbraccio.

di Giada Sartori