La periferia è un luogo dove tutto sommato non succede nulla. È un’eterna sala di attesa, un luogo di passaggio dove le persone passano e vengono e chi ci si ferma lo fa prettamente per necessità. La periferia è un luogo di natura poco incline al cambiamento, spesso concentrato solo nel centro della città, e che si trova destinato spesso alla noia o alla rassegnazione. In questo caso la periferia protagonista è un’isola, Staten Island, uno dei cinque distretti di New York.  Avrebbe tutte le carte in regola per essere cool come Brooklyn: bella gente, case a basso prezzo, vicina alla metropoli. Nonostante tutto finisce per essere uno scarto, dimenticato da tutti tranne che dalle persone che son costrette a viverci. Il film di Judd Apatow, però, vuole presentarci, come spiega il titolo Il Re di Staten Island, un ragazzo qualunque elevato ad emblema dell’isola. Si tratta di Scott Carlin (Pete Davidson), un ventiquattrenne con pochi sogni e poche certezze che ancora vive a casa di sua madre. Vorrebbe diventare un tatuatore e per farlo si sfoga con gli aghi sul corpo degli amici con cui passa giornate intere a fumare. È perso in un’adolescenza perpetua e niente è capace di smuoverlo, di portarlo a desiderare qualcosa di più, qualcosa di migliore. Al principio della persona che è lui adesso c’è la perdita del padre pompiere, morto in servizio quando Scott aveva solo sette anni. È uno spettro che si fa sentire in ogni aspetto della sua vita: tra il continuo paragone con un’immagine idealizzata del padre a un altarino a lui dedicato nel salotto di casa.

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Pete Davidson (Scott) e Bill Burr (Ray) in uno still del film.

La vita di Scott Carlin è molto vicina a quella del suo interprete Pete Davidson. In un certo senso Il Re di Staten Island è quello che sarebbe stata la sua vita se non avesse deciso di diventare un comico. In comune con Scott Carlin ha il lutto che lo ha colpito in tenera età: il padre di Davidson però morì in una disperata missione di soccorso in seguito all’attentato dell’11 settembre. Per lui però la tragedia non è un tabù ed è diventata uno dei temi centrali della sua commedia, facendo storcere il naso a molte persone in America. Davidson ha deciso però di voltare pagina e di affrontare finalmente di pancia questo lutto. Il Re di Staten Island rappresenta il suo desiderio di non essere più Scott Carlin, di voler crescere lasciandosi alle spalle i pesi che hanno rischiato di affossarlo. A concedergli il microfono è Judd Apatow, regista e produttore americano famoso per essere dietro a titoli come 40 anni vergine, Molto incinta, Superbad e Step Brothers, che tuttavia si allontana dal suo solito cinema. Se mantiene la lunghezza molto poco da commedia (oltre due ore) tipica di Apatow, Il Re di Staten Island finisce per assomigliare più a un coming of age tradizionale, che non desidera prendere in giro questo eterno Peter Pan ma piuttosto accudirlo e curarlo nella speranza che riesca a prendere la strada giusta.

Un film auto-biografico (visto che Davidson è pure tra i co-sceneggiatori) aveva molte possibilità di fallire, di cadere nella caricatura o nella retorica, invece Il Re di Staten Island riesce a trovare una voce giusta, capace di rispettare il viaggio che Davidson (a una delle sue prime esperienze attoriali) sta compiendo insieme al suo personaggio. Ad aiutare il film ci pensa anche un folto cast: da Marisa Tomei (che interpreta Margie, la madre di Scott) a Bill Burr (il nuovo compagno di Margie), passando per la brava e sottovalutata Bel Powley (amica d’infanzia di Scott). Nel seguire tutto l’universo che gira intorno a Scott, il film a volte inciampa in sottotrame che non riesce a portare a compimento, tuttavia neanche questo può essere considerato un vero difetto. Il Re di Staten Island è quello che in gergo si chiama Slice of Life, letteralmente fetta di vita, un tentativo di cristallizzare un breve periodo della vita di un essere umano. In questo caso l’attenzione è concentrata su Scott Carlin, su quella che la canzone che accompagna i titoli di coda definisce la sua ricerca della felicità. È un atto che non per forza deve compiersi attraverso gesti eroici. Può partire da un piccolo gesto, come aprire gli occhi e guardare in alto anziché tenerli chiusi e sperare che il dolore passi.

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Da sinistra a destra: Alexis Rae Forlenza (Kelly), Pete Davidson (Scott) e Luke David Blumm (Harold) in uno still del film.

Il Re di Staten Island è più un dramma che una commedia, più un diario privato che una proclamazione in piazza. La sua riuscita sta nel saper misurare i diversi registri, lasciando le risate quando è giusto che ci siano e le lacrime quando è il loro momento. È un film che si lascia scoprire pian piano: è un viaggio di cui è facile intuire la meta ma che è comunque emozionante vivere.

Il Re di Staten Island è disponibile in Premium VOD a partire dal 30 luglio.

di Giada Sartori