L’immagine del titolo è: The Problem We All Live With, un quadro di Norman Rockwell del 1964, nel quale è raffigurata una bambina afroamericana che sta andando a scuola scortata da quattro agenti. E’ il 1960, lei è Ruby Bridges ha sei anni e come per molti milioni di altri bambini è il suo primo giorno di scuola. Ma il suo non sarà un giorno come quello degli altri suoi coetanei.

Siamo in Louisiana a New Orleans, città conservatrice a maggioranza bianca, non nuova a episodi brutali di razzismo. Ruby sta andando in una delle due scuole desegregate della città, in precedenza riservate esclusivamente ai bianchi. La divisione razziale nelle scuole è incostituzionale dal 1954, ma l’integrazione è ancora al di là da venire in una nazione che è vittima di se stessa e della propria storia, e soprattutto negli Stati del Sud, è regolata da una netta divisione tra bianchi e neri.

Ruby è scortata da quattro agenti federali, unica sua protezione da una folla inferocita che la copre di insulti e minacce lanciandole addosso di tutto. Come entra nella scuola tutti i bambini vengono portati via dai genitori e anche gli insegnanti lasciano l’istituto, ad esclusione di una sola maestra.

Nei giorni successivi la storia si ripete. Saranno i bambini a rompere l’ostruzionismo dei genitori per entrare a scuola. La normalità però non ritorna, anzi, l’intera famiglia subisce ritorsioni. Il padre perde il lavoro, i nonni vengono cacciati della terra in cui lavorano come agricoltori, molti negozi rifiutano di vendere la merce alla famiglia. Ruby continua ad essere oggetto di minacce, compresa quella di avvelenamento.

Frequenterà tutto l’anno scolastico sempre scortata dai quattro agenti federali, segregata in una classe da sola e con una sola maestra a farle lezione, l’unica ad opporsi al rifiuto degli altri insegnanti di averla in classe e sarà costretta a consumare solo il cibo portato da casa per evitare il rischio di avvelenamento.

Nonostante tutte queste vessazioni e minacce, Ruby continuerà a frequentare la scuola e grazie al sostegno di alcune famiglie sia bianche che nere, a vincere la sua battaglia.

Oggi Ruby Bridges è un’attivista per l’integrazione delle comunità nere e bianche. Nel 2014 nella sua scuola elementare è stata eretta una statua che la raffigura, un simbolo per tutti della sua determinazione che ha contribuito a portare un cambiamento epocale.

Ruby Bridges e la scorta

La letteratura in primis ha trattato tutti i temi della discriminazione, subito seguita dal cinema che spesso non solo ne ha tratto spunto ma ha trasposto i romanzi in film e purtroppo ha soprattutto attinto dalla realtà.

Sono numerosi i film che trattano il tema della discriminazione in tutte le sue forme. Io ne ho scelti alcuni che ritengo particolarmente importanti.

Il buio oltre la siepe (Robert Mulligan, 1962)

E’ la trasposizione cinematografica del romanzo To Kill a Mockingbird, (Uccidere un usignolo di Harper Lee). Il film ricalca fedelmente la vicenda del romanzo, incentrato sul processo a carico di Tom Robinson (Brock Peters), un giovane nero accusato ingiustamente da un agricoltore, bianco, ubriacone, violento e razzista, di averne violentato la figlia. Difeso dall’avvocato Atticus Finch (Gregory Peck) che pur avendone dimostrato l’innocenza in tribunale non riesce a proteggerlo dell’intolleranza fanatica e razziale dei loro concittadini bianchi.

La calda notte dell’ispettore Tibbs (Norman Jewison, 1967)

Tratto dal romanzo di John Ball, In the Heat of the Night. In una piccola città del Mississippi viene rinvenuto il corpo di un uomo ucciso. Il capo della polizia locale Bill Gillespie (Rod Steiger), un uomo rozzo, impulsivo e violento, dà l’ordine di arrestare tutti gli individui sospetti. Gli agenti arrestano un uomo troppo ben vestito e con un portafogli troppo ben fornito, a loro giudizio, per essere un negro. Gillespie, incapace di guardare oltre il colore della pelle nel giudicare le persone, lo accusa immediatamente dell’omicidio, salvo poi scoprire che si tratta dell’ispettore Virgil Tibbs (Sidney Poitier), uno dei migliori agenti della squadra omicidi di Filadelfia. I due saranno costretti a collaborare contro la loro volontà per risolvere il caso, circondati dall’odio e dalla violenza degli abitanti per l’intollerabile presenza e intromissione di un nero alle indagini. Una delle scene chiave del film e del cinema americano dell’epoca che sovverte gli antichi equilibri è quando Tibbs interroga un vecchio proprietario terriero razzista e schiavista, che gli molla uno schiaffone per l’insolenza e ne riceve immediatamente uno in risposta da Tibbs, che lascia Gillespie esterrefatto, per un’azione inconcepibile mai vista prima.

Mississippi Burning – Le radici dell’odio (Alan Parker, 1988)

Il film racconta dell’assassinio di tre attivisti per i diritti civili, realmente accaduto nel 1964 in Mississippi, e della conseguente inchiesta voluta dal Governo Federale contro l’opposizione di quello dello Stato. Gli agenti dell’FBI, Anderson e Ward (Gene Hackman e Willem Dafoe) si scontreranno, in un crescendo di odio e violenza, con la popolazione e la polizia locale, complici degli attivisti del Klu Klux Klan responsabili degli omicidi. Il film denuncia pesantemente l’intolleranza e l’emarginazione sociale a cui è sottoposta la gente di colore, mascherata da falsa democrazia di matrice angloamericana, che altro non è che supremazia e discriminazione sulla minoranza nera che rappresenta un problema da risolvere in qualunque modo.

The Help (Tate Taylor, 2011)

La vicenda è tratta dall’omonimo romanzo del 2009 di Kathryn Stockett. A Jackson, Mississippi anni ’60, la giovane Skeeter (Emma Stone), decide di raccontare in un romanzo la vita delle famiglie bianche vista con gli occhi delle domestiche nere che prestano servizio presso di loro, curandone non solo tutta l’organizzazione domestica ma anche l’educazione dei bambini. Circondate da un razzismo a volte mascherato da ipocrisia, altre esibito apertamente, nessuna ha il coraggio di parlare. A fronte dei continui soprusi spacciati da bon ton da una società che ignora i diritti delle persone dal cui lavoro dipende il proprio benessere – soprusi che fanno montare una rabbia impotente anche allo spettatore – pian piano le verità sulle umiliazioni patite vengono coraggiosamente rivelate.

Green Book (Peter Farrelly, 2018)

E’ basato sulla storia vera di Donald Shirley (Mahershala Ali), afroamericano, celebre virtuoso pianista e del suo autista temporaneo Tony Vallelonga, detto Tony Lip (Viggo Mortensen), italoamericano, bianco, di professione buttafuori. I due non potrebbero essere più diversi tra loro. Shirley è istruito, raffinato nel vestire e forbito nel parlare, parla molte lingue e non sopporta la volgarità. Tony Lip è ignorante, rozzo e brutale, parla con un pesante accento pieno di espressioni pseudoitaliane, e mangia come parla, sempre cibo di fast food. Ma è l’uomo giusto per accompagnare il musicista nella sua turnée da New York fino agli stati del Sud, attraversando luoghi in cui i diritti civili degli afroamericani sono ben al di la dall’essere acquisiti. Per il viaggio devono affidarsi al Negro Motorist Green Book una guida ai motel, ristoranti e pompe di benzina in cui anche i neri sono accettati. Conosceranno un’America diversa da quella in cui vivono, imparando prima di tutto a conoscersi e rispettarsi a vicenda.

Poi si potrebbe andare avanti con Indovina chi viene a cena (Stanley Kramer, 1967); Fa’ la cosa giusta (Spike Lee, 1989); American History X (Tony Kaye, 1998); Il sapore della vittoria (Boaz Yakin, 2000); 12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013); Selma – La strada per la libertà (Ava DuVernay, 2014); Loving (Jeff Nichols, 2016).

Da non dimenticare anche alcuni film di denuncia del genocidio dei nativi americani che, smitizzando l’epopea del West, ci mostrano lo scontro tra i sedicenti civili bianchi che col pretesto di portare la cosiddetta civiltà anche in quelle terre vengono finalmente rappresentati per quello che realmente sono: degli avidi e brutali colonizzatori, ai quali importano solo loro interessi, e gli indiani: una popolazione nomade, organizzata con semplici regole dettate dal buon senso e perfettamente inserita nella natura. Soldato blu (Ralph Nelson 1970); Il piccolo grande uomo (Arthur Penn 1970); Balla coi lupi (Kevin Costner, 1990).

La discriminazione però non è solo un fattore di colore della pelle, ma anche di etnia, di nazionalità, di regionalità, di tradizioni culturali, orientamenti politici, ideologici, religiosi, sesso, orientamento sessuale, disabilità, età, classe sociale.

Anche in questo caso, il cinema ci viene in aiuto con una vasta produzione di film che trattano questi temi.

Innanzitutto i film sulla Memoria, che permettono di non dimenticare le atrocità dell’Olocausto commesse dai nazisti e di mantenere vivo il ricordo di tutte le vittime dei lager.

SHOAH

Schindler’s List (Steven Spielberg, 1993)

Tratto dal libro di Thomas Keneally. Nella Polonia occupata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, l’industriale moravo Oskar Schindler (Liam Neeson), si lega per affari ai comandi militari nazisti, riuscendo a farsi assegnare centinaia di ebrei come operai salvandoli dalla deportazione. Di fronte alle terribili persecuzioni, l’attenzione di Schindler si sposta nel tempo dall’arricchirsi al tentativo di salvare quante più vite possibile. Per farlo corrompe i gerarchi nazisti, spendendo tutti i suoi averi. Giungendo a comprare letteralmente le vite di quasi milleduecento ebrei, la lista, salvandoli dalla deportazione ad Auschwitz.

Conspiracy Soluzione finale (Frank Pierson, 2001)

Ricostruisce la storica Conferenza di Wannsee avvenuta nel 1942. Quindici membri del Governo nazista, alti ufficiali del Reich, della polizia, economisti e giuristi, sotto la direzione del generale dei servizi di sicurezza Reinhard Heydrich (Kenneth Branagh), si riuniscono in una prestigiosa dimora sul lago di Wannsee nei dintorni di Berlino per discutere della soluzione finale alla questione degli Ebrei voluta da Hitler. La discussione viene affrontata unicamente dal punto di vista burocratico-organizzativo relativamente al coordinamento delle azioni che avrebbero portato allo sterminio di milioni di persone. Il tutto affrontato con raggelante freddezza, in un ambiente elegante, raffinato, tra piatti di cacciagione, dolci e vini pregiati, da chi ha solo eseguito gli ordini senza avere dubbi e sollevare questioni etiche e morali.

SIONISMO

Il giardino di limoni (Eran Riklis, 2008).

Racconta di una vedova palestinese che vive in territorio israeliano e lotta con tutte le sue forze per difendere gli alberi secolari di limone che il paranoico Ministro della Difesa israeliano, suo confinante, vuole abbattere per motivi di sicurezza personale.

Valzer con Bashir (Ariel Forman, 2008)

A seguito della crisi politica libanese del 1982 Israele invade il Libano e circonda i campi dei rifugiati palestinesi di Sabra e Chatila. A seguito dell’assassinio di Bashir Gemayel, giovane presidente libanese vittima di un attentato palestinese, una falange libanese cristiano-maronita penetra senza alcun impedimento nei campi compiendo l’orrendo massacro che conosciamo, lasciata libera di agire dall’esercito israeliano che non interviene. I fatti sono rievocati in questo film di animazione attraverso gli incubi di un allora soldato israeliano che partecipò all’invasione e sente la necessità di scoprire la verità su questi fatti, dopo essersi reso conto di averli rimossi dalla memoria.

DISCRIMINAZIONE IDEOLOGICA

Le Vite degli Altri (Florian Henckel Von Donnersmarck, 2006)

Berlino Est, 1984. La STASI, la Polizia di Segreta della DDR, mantiene l’ordine nel paese con un clima di terrore. Tutti i cittadini sono controllati, sottoposti a sorveglianza, perquisizioni, interrogatori, limitazione di ogni forma di espressione pena l’arresto. Il capitano Gerd Wiesler è un abile, inflessibile e spietato agente. A lui viene affidato il compito di mettere sotto stretta sorveglianza uno scrittore di successo, fra i più importanti intellettuali sostenuti dal regime, su cui però si nutrono sospetti. In realtà il motivo è molto più futile, è il ministro della cultura che vorrebbe farlo incriminare e liberarsene per avere via libera con la sua compagna, una celebre attrice teatrale, per la quale nutre una passione morbosa. Vengono così nascoste a casa della coppia, tutte le apparecchiature necessarie per spiarli: microfoni, ricetrasmittenti, telecamere e allestita una postazione d’ascolto nello stesso stabile. La sorveglianza costringe l’agente ad entrare nella loro vita, la vita degli altri, ascoltandoli rimane affascinato dai loro discorsi, dai loro pensieri, dal loro spirito libero, dalla loro voglia di sentirsi vivi, dalla loro arte e dalla loro bellezza umana che contrapposti alla sua ideologia diventano per lui fonte di sofferenza, di dubbio e di disinganno.

Lettere di uno sconosciuto (Zhāng Yìmóu, 2014)

La Grande Rivoluzione Culturale fu lanciata da Mao Zedong per ristabilire il suo potere, all’interno del Partito e nello Stato, messo in discussione dopo il fallimento della politica economica del Grande Balzo in Avanti, che ridusse le forniture alimentari a livelli di carestia. Questo periodo durato circa 10 anni, dal 1966 al 1976, ha segnato profondamente la storia della Cina. E’ stata un’azione così violenta e sconvolgente da riuscire a eliminare l’esistenza delle persone condannate come dissidenti, a cancellarle dalla storia e addirittura dalla memoria dei propri familiari. Ha lacerato e separato le famiglie, ha messo i figli indottrinati dalla rivoluzione contro i padri e alla fine ha lasciato solo una devastazione sociale. Non è la prima volta che Zhāng Yìmóu tratta il tema della Rivoluzione Culturale, lo aveva fatto già nel 1994 con Vivere!, e nel 1999 con La strada verso casa. Questa volta ci racconta una storia di chi ha vissuto e pagato pesantemente questo periodo. Una metafora della perdita della memoria storica e di conseguenza della negazione della storia stessa. Lu Yanshi, ex professore e in quanto tale considerato un dissidente, viene internato in un campo di lavoro in una zona remota del paese per essere rieducato attraverso il lavoro. Riesce a fuggire ma viene denunciato dalla figlia. Arrestato e rimandato nuovamente nel campo subisce ogni sorta di umiliazioni. Quando, nel 1979, viene riabilitato torna finalmente a casa ma la moglie, che ora soffre di di disturbi mentali e amnesie causate dalle violenze fisiche e psicologiche subite dai suoi persecutori in quanto moglie di un intellettuale, non lo riconosce più. Continuando a vivere nel ricordo del marito che ha amato attende in stazione il suo ritorno il 5 di ogni mese, come lui le aveva scritto in una lettera anni prima.

DISCRIMINAZIONE DI GENERE.

Una giusta causa (Mimi Leder, 2019)

E’ la storia vera di Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones), una delle poche donne che alla fine degli anni ‘50 viene ammessa alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Harvard, ma che, dopo la laurea, nonostante le sue capacità, viene rifiutata da tutti gli studi legali in quanto donna. Questo genere di discriminazione era ancora perfettamente legale negli anni ‘70, e riguardava centinaia di leggi della Carta Costituzionale americana. Ruth ha aperto un processo sul proprio caso di discriminazione di genere. Non ostante la forte opposizione riesce a ottenere la sua vittoria in tribunale, creando un precedente nella storia legale statunitense. Per gran parte della sua carriera, si è occupata dei diritti delle donne, promuovendo l’uguaglianza di genere, perché ancora oggi, un po’ ovunque, continuano ad essere messi in discussione una serie di diritti che parevano acquisiti una volta per tutte.

Il diritto di contare (Theodore Melfi, 2016)

Racconta la vita della matematica, scienziata e fisica Katherine Johnson (Taraji Henson), e delle amiche e colleghe Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe), tra le prime donne afroamericane ad avere collaborato con la NASA nei primi anni ’60. Sfidando contemporaneamente razzismo e sessismo, rivendicando il proprio diritto di contare, nel mondo del lavoro, Katherine riuscì a farsi valere dando prova delle sue grandi capacità e del suo talento. Il suo contributo è stato fondamentale a tracciare le traiettorie per il Programma Mercury e la missione Apollo 11.

Persepolis (Marjane Satrapi, 2007)

E’ la storia parallela della regista e del suo paese, l’Iran, entrambi vittime di un regime autoritario prettamente maschilista, nonché della ribellione e insubordinazione femminile ad una società succube del fondamentalismo religioso. Raccontati in questo film di animazione attraverso le varie tappe della vita della regista, nel contesto storico, politico e civile del suo paese.

La Bicicletta Verde (Haifaa Al-Mansour, 2012)

La bicicletta è un simbolo di un diritto che assieme ad altri, anche i più banali, sono negati alle donne saudite, come quello di poter andare in bicicletta. Wadjda (Waad Mohammed), una bambina di 10 anni, intelligente, esuberante, ribelle ai costumi rigidi e ingiusti di una società patriarcale è ostinata nel raggiungimento dei suoi obiettivi. Vuole assolutamente la bicicletta per poter sfidare alla pari il suo amico Abdullah, con cui non ha nemmeno il permesso di giocare perché non è appropriato che una ragazzina giochi con un maschio. Per raccogliere i soldi per poterla comprare fa di tutto. Vende braccialetti e compilation di musica occidentale alle sue compagne, fa da corriere tra due innamorati, tutti metodi però proibiti. L’unica opportunità lecita che le resta è partecipare alla gara di recitazione di versetti coranici della scuola, anche se lei non eccelle in religione, ma il primo premio è in denaro.

The Wife – Vivere nell’ombra (Björn Runge, 2018)

Joan Castleman (Glenn Close) è una donna elegante, intelligente, paziente, devota al marito Joe (Jonathan Pryce) scrittore di grande successo. La classica figura della grande donna dietro al grande uomo. Una donna che come tante altre ha pagato un prezzo altissimo per seguirlo, aiutarlo, sostenerlo, sacrificando i propri sogni e il proprio talento di scrittrice, mettendolo al servizio del marito per crearne il successo. Quando a Joe viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura il culmine di una vita passata al servizio del marito è raggiunto. Da quel momento per lei ogni evento, dai preparativi per il viaggio, al cerimoniale solenne, al banchetto, alle visite, alle interviste, alle foto di rito sempre dietro al marito vanno ad accumularsi a tutta la fatica di una vita di sacrificio totale, non ricambiato, passata nell’ombra e la situazione esplode.

IDENTITA’ SESSUALE

Lontano dal paradiso (Todd Haynes, 2002)

E’ un melodramma che tratta diversi temi: la differenza di classe; l’omosessualità; la discriminazione razziale nell’America degli anni Cinquanta. La famiglia Whitaker è l’immagine della perfetta famiglia perbenista dell’America di quegli anni. Una facciata immacolata e invidiabile dietro la quale i personaggi nascondono i loro drammi, le debolezze, le sofferenze, di chi si sente diverso dal modello culturale e dagli ideali dominanti. Haynes, con uno sguardo rivolto a Douglas Sirk, ci mostra ciò che cinquant’anni fa non era neanche immaginabile. Senza cadere in facili moralismi o sogni ad occhi aperti, ci lascia l’amarezza e la consapevolezza di chi si sente inadeguato al tempo in cui vive e che la battaglia contro queste discriminazioni non è ancora finita.

Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Maggio 1938, visita di Hitler a Roma. In un caseggiato popolare restano gli esclusi: Antonietta (Sofia Loren), casalinga spenta, madre di sei figli, relegata dal regime e da un marito fervente fascista al ruolo di succube casalinga prolifica e fedele e Gabriele (Marcello Mastroianni), un cronista licenziato dalla Radio di Stato perché omosessuale e per questo destinato al confino.

Philadelphia (Jonathan Demme, 1993)

Film di grande impatto è una delle prime grandi produzioni cinematografiche a trattare in maniera esplicita il tema dell’AIDS, traendo ispirazione da vicende realmente accadute. Andrew Beckett (Tom Hanks) brillante e giovane avvocato viene licenziato dallo studio legale tra i più prestigiosi di Philadelphia per il quale lavora con la falsa motivazione di mancanza di professionalità. In realtà è perché è malato di Aids. Con molte difficoltà trova un avvocato Joe Miller (Denzel Washington), che lo rappresenti nella causa che intenta al suo ex studio per aver subito una discriminazione ingiusta e crudele

The imitation game (Morten Tyldum, 2014)

Racconta la vita del geniale matematico inglese Alan Turing (Benedict Cumberbatch), considerato uno dei padri dell’informatica. A lui si deve la decrittazione di Enigma il codice utilizzato dai tedeschi per le comunicazioni nella seconda guerra mondiale, fatto questo che contribuì alla fine della guerra e a salvare l’Europa dalla disfatta. Ma più che su Enigma è la vicenda umana di Turing che ci viene svelata, e il trattamento che subì nel suo paese. Invece di essere annoverato tra i salvatori della patria pagò in maniera atroce la sua omosessualità. Turing fu arrestato e sottoposto a castrazione chimica tramite farmaci che lo ridussero un vegetale. Dopo due anni si suicidò. Le informazioni relative al lavoro svolto da Turing sono state tenute segrete per oltre 50 anni. Solo nel 2009 il governo britannico fece pubblicamente ammenda per come era stato trattato Turing.

DIVERSITA’

Il ragazzo dai capelli verdi (Joseph Losey, 1948)

Un bambino di 10 anni, dopo aver appreso di essere un orfano di guerra subisce un drammatico cambiamento di colore dei capelli, diventati verdi. Lui lo ritiene un marchio vergognoso della sua diversità e per sottrarsi alla derisione dei suoi compagni e al sospetto di avere una malattia misteriosa e contagiosa, fugge da casa. Ma un sogno lo spinge a credere che i capelli verdi siano il segno distintivo di chi è portatore di un messaggio di pace da trasmettere agli altri contro la guerra, la discriminazione, l’intolleranza e il conformismo.

Qualcuno volò sul nido del cuculo (Miloš Forman, 1975)

Il cuculo è un uccello che non costruisce il nido ma usa quello degli altri per deporvi le proprie uova. Il nido del cuculo nello slang americano indica il manicomio. In questo caso il nido è il manicomio, le uova sono i pazienti, il cuculo è lo Stato che ve li depone non si sa se per proteggerli, nasconderli o dimenticarli. Qualcuno è McMurphy (Jack Nicholson), finito in quel nido per essere valutato a seguito di alcune azioni criminose, pur non essendo affetto da alcuna patologia mentale. Intelligente e vivace ma ribelle e incapace di adeguarsi alle regole ferree inizia a sovvertirle diventando presto il leader riconosciuto degli altri degenti. Inimicandosi così la rigida capo-infermiera Ratched (Louise Fletcher), che dirige l’ospedale come un lager, i medici e gli infermieri che useranno ogni mezzo per annientarlo. Il film tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 ha fatto incetta di premi Oscar come Miglior film; Miglior regia; Miglior attore protagonista; Miglior attrice protagonista; Migliore sceneggiatura non originale.

The Elephant Man (David Lynch, 1980)

Il film di Lynch è un pugno nello stomaco all’ipocrisia per la nostra paura dello sconosciuto e del diverso. Joseph Merrick (John Hurt), realmente esistito, è un uomo intelligente, di animo raffinato e sensibile, ma è deforme a causa di una rarissima malattia che gli ha dato un aspetto mostruoso. Viene esposto col nome di Elephant Man come fenomeno da baraccone da un alcolizzato che campa sfruttando la sua mostruosità e trattandolo come una bestia. Viene liberato da un medico che lo fa ricoverare in un ospedale. Linch evita il pietismo esasperato della vicenda umana puntando sulla richiesta morale di John Merrick di essere accettato per quello che è: un essere umano.

Edward mani di forbice (Tim Burton, 1990)

Edward (Johnny Depp), è creato da uno scienziato (Vincente Price) deceduto prima di terminarlo, così ha delle lunghe lame al posto delle dita. Fa paura, per questo vive da solo, lontano dalla gente, ma è buono, ingenuo e privo di malizia. Quando entra in contatto con una famiglia normale e si trasferisce a casa loro la sua vita di solitudine cambia. La convivenza con i cittadini non è facile, lui deve imparare molte cose, gli altri devono capire che quell’estraneo, diverso, non è un nemico, non è cattivo ma è soltanto bisognoso di amore, accettazione, integrazione. Edward diventa il beniamino di tutti, ma deve fare i conti anche con ciò che non concepisce, la cattiveria, l’invidia, la vendetta, l’odio e inevitabilmente soccombe perché non ha gli strumenti per far fronte a ciò che non conosce. Così per la gente diventa come tutti gli altri, anzi torna ad essere il diverso, il mostro, odiato e viene scacciato da tutti. Non essendo in grado di sopravvivere a quella crudele e brutale normalità torna a vivere nella sua solitudine lontano da tutti.

L’IMMIGRAZIONE NEL MONDO

L’emigrante (Charlie Chaplin, 1917)

Un solitario vagabondo (Charlie Chaplin) si mescola tra la folla di miserabili emigranti ammassati sulla nave diretta nel nuovo mondo. Senza distinzione di razza, sesso e provenienza, accomunati dalla sola speranza di ricostruirsi una vita migliore in quella che vedono come la terra promessa, sinonimo di libertà e di infinite possibilità. Allo sbarco nel porto di New York i funzionari dell’immigrazione li ingabbiano brutalmente tra cordoni come fossero bestiame, in attesa di espletare le formalità burocratiche. Una scena questa che all’epoca destò enorme scalpore negli Stati Uniti. Gli emigranti scopriranno che la vita in questa terra straniera non è però meno problematica di quella dalla quale sono fuggiti nel loro paese d’origine.

La paura mangia l’anima (Rainer Werner Fassbinder, 1973)

A Monaco di Baviera una sessantenne vedova, con figli sposati e nonna, si innamora di un immigrato marocchino di vent’anni più giovane di lei. Lo scandalo è immediato provocando ostilità e tensioni in tutti, figli, nuore, condomini, compagne di lavoro della donna, negozianti. Fassbinder mette in evidenza la ricerca vana della felicità in persone diverse tra loro, in una società di pregiudizi, ipocrisia e razzismo quotidiani di fronte a ciò che ritiene fuori dalla normalità e non ha gli strumenti, la capacità e la volontà di comprendere e di accettare.

L’odio (Mathieu Kassovitz, 1995)

Tre giovani immigrati nella banlieue parigina, un ebreo, un maghrebino e un africano, vivono una giornata di tensione a seguito degli scontri con la polizia e al pestaggio da parte di un agente di un ragazzo che ora è in fin di vita. I tre meditano vendetta nei confronti della polizia per pareggiare i conti qualora il ragazzo muoia. Un film crudo dal ritmo teso e serrato, girato in bianco e nero.

La promesse (Luc e Jean Pierre Dardenne, 1996)

Nei pressi di Liegi un ragazzo quindicenne lavora con il padre, opportunista e spietato sfruttatore di immigrati clandestini che fa lavorare in condizioni disumane nella sua società di costruzioni. Un giorno un suo lavorante cade da una impalcatura e mentre è in fin di vita chiede al ragazzo di occuparsi della moglie. Il padre tenta di nascondere l’accaduto suscitando però la ribellione del figlio per la disumanità con la quale vengono trattati i lavoratori clandestini e di solidarietà con la vedova dell’immigrato.

In questo mondo libero (Ken Loach, 2007)

Una giovane donna divorziata, con un figlio, viene licenziata in tronco dall’agenzia per la quale procurava manodopera proveniente dai paesi dell’Est, per aver reagito ad una molestia sessuale da parte di un cliente. Così, insieme ad un’amica, decidono di aprire una loro agenzia di reclutamento di immigrati in cerca di lavoro. Le due ragazze si dimostrano spietate e senza nessuna etica e remora nello smistare alle aziende che richiedono manodopera a basso costo, in nero e senza nessuna tutela, i lavoratori che si rivolgono a loro per sopravvivere in un mondo del lavoro sempre più disumano.

E noi in Italia?

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

(Articolo 3 della Costituzione Italiana)

Secondo questo principio sancito con frasi meravigliose si può affermare che il nostro è un paese in cui nessuno subisce più discriminazioni.

Ma è veramente cosi?

Dal punto di vista teorico, certamente. Ma nella vita reale possiamo affermare che non vi sia disparità di riconoscimento di eguali diritti nei riguardi dell’etnia, della nazionalità, del sesso, dell’identità sessuale, della religione, dell’handicap, dell’età?

Sinceramente credo che non solo noi, ma nessun paese al mondo possa affermare questo.

Ma sia chiaro: Parlino altri della propria vergogna, io parlo della mia. Citando Bertold Brecht (Germania pallida madre, 1933).

L’Italia ha la doppia anima di terra di emigranti e di immigrati. Il nostro cinema ha trattato entrambi gli aspetti.

ITALIA TERRA DI EMIGRANTI

Il cammino della speranza (Pietro Germi, 1950)

Un gruppo di minatori a causa della mancanza di lavoro parte dalla Sicilia affidandosi ad un individuo, che per 20mila Lire a persona si offre di condurli in Francia, dove dice esserci lavoro ben retribuito per tutti. Molti di loro per pagarlo sono costretti a vendere i mobili di casa o il corredo. Scopriranno di essere stati ingannati quando la polizia li costringerà a rientrare in Italia perché le leggi dell’epoca vietano questi spostamenti. Alcuni di loro però non demordono e riescono ad impietosire le guardie che gli permettono di attraversare il confine. Il viaggio mostra tutte le peripezie che i nostri emigranti hanno subito, le stesse che decenni dopo subiranno e subiscono tutt’ora i migranti che tentano di raggiungere il nostro paese.

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)

Una famiglia di contadini lucani si trasferisce a Milano negli anni del boom economico nella speranza di cambiare vita. La famiglia finirà per disgregarsi e autodistruggersi, travolta dalla difficoltà di adattamento alla nuova realtà sociale, in parte respinta e in parte fagocitata da una città fredda e ostile. Una Milano vista con gli occhi dei perdenti, di chi ne è allontanato, di chi è costretto a vivere il dramma dell’emigrazione e non riesce ad integrarsi e a relazionarsi. Non è solo la famiglia ad autodistruggersi ma una civiltà di chi si sente straniero nel proprio paese.

Pane e cioccolata (Franco Brusati, 1974)

E’ la storia di un emigrato italiano in Svizzera che viene privato del permesso di soggiorno. Pur di rimanere si abbassa a fare lavori umilianti. Decide allora di farsi passare per svizzero, ma durante una partita di calcio a cui assiste in un bar, si fa scoprire esultando al gol della nostra nazionale. Espulso col foglio di via sul treno pieno di emigrati di ritorno in Italia, infastidito dall’atteggiamento rinunciatario dei suoi connazionali ha un moto di orgoglio e torna indietro, deciso a non arrendersi.

ITALIA TERRA DI IMMIGRATI

Pummarò (Michele Placido, 1990)

Racconta di un giovane ghanese immigrato nel nostro paese, alla ricerca del fratello. Si troverà di fronte alle difficoltà di trovare un lavoro dignitoso per un africano, di relazionarsi con le persone e di un amore impossibile con una maestra, per cui saranno oggetto di chiacchiere, sarcasmi, insulti e vessazioni da parte della gente. Alla fine scoprirà la tragica fine del fratello. Michele Placido, alla sua prima esperienza registica ci mostra con coraggio e senza retorica un viaggio attraverso le varie manifestazioni del nostro razzismo quotidiano.

Un’anima divisa in due (Silvio Soldini, 1993)

Il film racconta il particolare rapporto che si viene a creare, tra un addetto alla sicurezza in un grande magazzino di Milano e una ragazza Rom. I due si innamorano, fuggono assieme verso il mare raggiungendo Ancona e si sposano. Tutto va bene finché la ragazza viene creduta italiana. Quando però iniziano a circolare sospetti sulla sua reale etnia inizia a subire violenze morali e fisiche. Sconfitta dall’atmosfera di ostilità e di diffidenza che la circonda fugge, torna a Milano al campo nomadi da cui era scappata, ma il campo non c’è più.

Vesna va veloce (Carlo Mazzacurati 1996)

Vesna (Tereza Zajickova), ventunenne ceca, si allontana dalla sua comitiva e rimane a Trieste con la precisa intenzione di fare la prostituta. Dopo le difficoltà iniziali i soldi cominciano ad arrivare. Quando uno dei suoi clienti, un malavitoso jugoslavo, la ferisce con una coltellata, viene soccorsa da Antonio (Antonio Albanese) un mite operaio che si innamora di lei. Dopo una breve convivenza, la ragazza decide di continuare la sua vita.

Quando sei nato non puoi più nasconderti (Marco Tullio Giordana, 2005)

Il figlio dodicenne di un imprenditore durante una crociera in barca a vela con la famiglia cade in mare. Vane sono le ricerche e viene dato per disperso. Il ragazzo invece è riuscito a salvarsi e viene recuperato, contro il volere degli scafisti, da un barcone che trasporta migranti clandestini. Sperimenterà sulla sua pelle le sofferenze di chi è costretto a fuggire dai propri paesi, conoscerà la solitudine, la prepotenza, la paura, la speranza, le disillusioni. Raggiunta l’Italia e riabbracciati i genitori si accorgerà che qualcosa è cambiato in lui e nulla sarà più come prima.

La sconosciuta (Giuseppe Tornatore 2006)

Si tratta di Irena (Ksenia Rappoport), un’immigrata ucraina oggetto di turpi, violenze fisiche e psicologiche. Costretta dal suo protettore aguzzino Muffa (Michele Placido) a prostituirsi, a partorire nove bambini, tutti venduti a famiglie adottive. Irena si mette alla disperata ricerca della bimba, anch’essa venduta, che lei aveva avuto con l’uomo di cui era innamorata, un giovane italiano che Muffa ha fatto uccidere perché voleva liberarla dall’inferno in cui l’aveva imprigionata. Identificandola con la bambina di una famiglia benestante prende servizio presso di loro.

Io sono Li (Andrea Segre, 2011)

Shun Li, una donna cinese, immigrata in Italia lavora in un laboratorio tessile nella periferia romana per pagare i debiti contratti e ottenere i documenti per riuscire a far venire in Italia il figlio di otto anni. All’improvviso viene trasferita a Chioggia, per lavorare come barista in un’osteria. Solitaria, silenziosa, malinconica, Li trova amicizia e solidarietà in un pescatore di origini slave immigrato da 30 anni, soprannominato il Poeta. Il loro incontro è una fuga dalla solitudine di due persone appartenenti a due culture lontane ma non diverse nei sentimenti, entrambi esclusi da un sistema che li sfrutta senza neanche curarsi di guardarli e capirli ma unanime nel giudicarli. La relazione infatti è mal vista da tutti, sia italiani che cinesi. Per evitare che questa situazione possa influire sulla possibilità che arrivi il figlio, Shun Li interrompe il rapporto e cambia lavoro. Molto prima di quanto previsto, arriva improvvisamente il figlio dalla Cina e Shun Li si chiede chi abbia finito di pagare il suo debito. Il pensiero va subito all’amico di Chioggia che cerca di ritracciare scoprendo un’amara realtà.

Con la speranza che i fatti di Minneapolis con la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 non diventino solo l’ennesimo film di denuncia.

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character.

(Ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.)

(Martin Luther King Jr.)

di Silvano Santandrea