Il viaggio più difficile di un essere umano è quello che lo conduce dentro se stesso alla scoperta di chi veramente egli è.

Questa è la frase che meglio riflette il concetto di processo di individuazione di Carl Gustav Jung inteso, tout court, come viaggio verso una maggiore consapevolezza di sé.
Conoscersi significa tentare, riscrivere il proprio copione e ricordare. Soprattutto ricordare.
Colui che ricorda, conserva. Colui che conserva, progredisce e affronta gli eventi rinnovando il proprio sguardo.
Questo schema di riferimento permette di addentrarsi nei segreti e tentare di svelare l’essenza di Tales from the Loop, la serie tv targata Amazon ora disponibile su Prime Video.

Una serie antologica alla Black Mirror? O una classica collezione di episodi sospesi, tenuti vivi da un uso sistematico di cliffhanger? Niente di tutto ciò. O forse una via di mezzo.
Provare a definire Loop è un’ardua impresa. Una serie tv ambiziosa, estrosa che decide di staccarsi – strutturalmente e concettualmente – dai canoni contemporanei accantonando sterili plot twist, avvalendosi parsimoniosamente della suspense e rifiutando una narrazione lineare e intuitiva.
Sotto quest’ultimo aspetto, ricorda vagamente Too Old to Die Young, la conturbante serie dell’indomito e anticonformista Nicolas Winding Refn, la quale percorre un duplice binario, due traiettorie parallele.
Se in quel caso ci trovavamo però di fronte ad “un film di tredici ore” – a detta dello stesso regista – stordente e fuori controllo, il tempo del Loop più che dilatarsi muta forma, plasma e trasfigura la propria essenza di puntata in puntata.
Nathaniel Halpern regala 8 racconti di vita e sulla vita, storie accavallate e indipendenti al tempo stesso come un palcoscenico sopra il quale non esistono distinzioni tra protagonisti e comparse. Otto intimi monologhi, otto differenti approcci alla (propria) vita e alle sue brusche deviazioni.
Abile nel comprendere, incuriosire e accompagnare lo spettatore senza mai privarlo della meraviglia della scoperta, Tales from the Loop è un racconto ammantato da un’aura di mistero, i cui pochi indizi spingono ad assecondare quel viscerale impulso di varcare la soglia delle molteplici porte aperte.
Il tutto viene ambientato in un Ohio di qualche decennio fa. La comunità di questa sperduta zona rurale lavora in uno stabilimento industriale dov’è stato concepito e realizzato un enorme acceleratore di particelle, il Loop. Non si conoscono le ragioni per cui Russ Willard (Jonathan Pryce) l’abbia costruito né cosa sia e la scelta (coraggiosa o ingenua?) di non chiarire i numerosi interrogativi intriga e scombuia.
La chiave risiede nel prestare ascolto più alle vibrazioni del cuore che non alla lucidità della ragione, e nel porsi le giuste domande piuttosto che avventurarsi in ipotesi sbrigative.

Russ (Jonathan Pryce) ai piedi di Eclisse, il cuore pulsante del Loop

Ad ogni episodio è affidata la vita di un personaggio. Un viaggio esistenziale capace di rivelare con una sensibilità e una delicatezza rare il passato, i desideri, i timori di ognuno di loro, al cui interno concezione del tempo e linearità narrativa vengono stravolte.
Ogni storia sviscera, rimpasta, ruota intorno a temi universali come l’amore, la morte, l’insicurezza, il sogno, la famiglia apparendo sospesa in una sorta di presente alternativo, surreale, dove elementi desueti e appartenenti al secolo scorso si mescolano a robot e paesaggi avveniristici.
Le ambientazioni retro-futuristiche sono un omaggio alle opere dell’artista Simon Stålenhag, il cui sguardo nostalgico combacia alla perfezione con l’inebriante colonna sonora di Philip Glass e Paul Leonard-Morgan, un avvolgente spettacolo multisensoriale.

Tra i registi a cui è stata affidata la direzione dei singoli episodi, figurano i nomi di Andrew Stanton (Wall-E, Alla ricerca di Nemo) e Jodie Foster

Il trauma adolescenziale di George, l’amore idealizzato di Gaddis, il tempo sospeso di May sono vere e proprie fotografie. Come istantanee, focalizzano, scelgono di osservare la vita adattando la prospettiva e regalando angoli visuali sempre differenti.
Loop meraviglia e scava nel profondo, dimostrando come ogni cosa sia indissolubilmente legata alle altre, ma necessiti anche del proprio spazio, e ruotando intorno al concetto di relatività, del tempo come delle percezioni umane.
Così un istante si mummifica e appare eterno, così un’intera vita scorre, spedita, fino a dissolversi come un impercettibile battito di ciglia.
Una storia che ne racconta altre, che si racconta. E solo al termine dei titoli di coda dell’ottavo e ultimo episodio ci accorgiamo che tra quelle storie raccontate, in fondo, c’è anche la nostra.

di Davide Armida