Negli ultimi mesi, a causa della pandemia mondiale, l’industria cinematografica si è dovuta fermare quasi del tutto, tra set chiusi e uscite rinviate. In questo frangente però alcune produzioni sono riuscite a portare a termine dei progetti con degli stratagemmi interessanti. Per alcuni si trattava di scene mancanti sostituite con una chiamata su Facetime (il caso della seconda stagione di The Politician che realizza una conversazione chiave tra Judith Light e Gwyneth Paltrow in questo modo), per altri si tratta di un episodio speciale (l’episodio dedicato alla pandemia di Mythic Quest: Raven’s Banquet è uno degli spaccati più sinceri e divertenti sul modo in cui la quarantena ha toccato le nostre vite personali e lavorative). In altri casi ancora si è trattato di progetti interi: nell’ambito della serialità si può parlare del caso di Staged, sitcom inglese che vede protagonisti gli attori Michael Sheen e David Tennant mentre cercano di fare le prove di uno spettacolo da remoto. Per quanto riguarda i film, il caso più esemplare è quello di Untitled Horror Movie di Nick Simon, che ha visto avvenire a distanza tutto il processo di creazione e realizzazione.

Netflix, logicamente in questo scenario di rinnovata ingegnosità, non è rimasta a guardare, decidendo di proporre sulla sua piattaforma un progetto non solo nel pieno rispetto delle norme di distanziamento sociale e con l’obiettivo di catturare questo difficile momento che stiamo vivendo, ma anche coinvolgendo dei grandi nomi del cinema mondiale: Paolo Sorrentino, Pablo Larraín, Lady Ly, Kristen Stewart, Maggie Gyllenhaal e tanti altri. Si tratta di Homemade, un’antologia che, seguendo il principio di Love, Death & Robots, può essere vista in qualsiasi ordine. Si tratta di cortometraggi tra i 4 e i 12 minuti, girati principalmente attraverso telefoni e con l’aiuto di amici e parenti, che dovrebbero portare sullo schermo un punto di vista inedito sul mondo di oggi grazie alle grandi voci autoriali presenti nei credits. Homemade, prodotta dalla Fabula di Pablo Larraín e dall’italiana The Apartment, ha però un grave problema di fondo: pochi dei 18 registi coinvolti hanno sfruttato al massimo della sua potenzialità il formato del cortometraggio, finendo fin troppo spesso per cadere nel semplice abbozzo di un’idea o nel vlog.

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Uno screenshot dal corto di Paolo Sorrentino

L’antologia viene aperta da Lady Ly, che prosegue la denuncia sociale al centro della sua filmografia, come testimoniato dal suo Les Miserables (nominato all’Oscar come miglior film straniero), con un’idea forse fin troppo semplice, che sfocia nel documentario: un ragazzo fa volare il suo drone sopra Montfermeil e cattura il mondo esterno, tra persone con la mascherina, file e mercati vuoti. Il messaggio del corto dovrebbe essere esemplificato dalla frase finale Si les temps sont durs et mauvais, pour qui le sont-ils?, Se i tempi sono duri e difficili per chi lo sono?: peccato che la semplice volata sul quartiere parigino non riesca ad esprimere appieno questo concetto e il cartello alla fine risulti molto più convincente e potente del corto stesso. Dall’affresco incerto di Lady Ly si passa al lustro di Sorrentino, che decide di mettere in scena un bizzarro teatrino dove far conversare il Papa e la regina Elisabetta sotto forma di statuine. Nonostante il gusto assurdo e un po’ kitsch tipico del regista italiano, il corto ha il sapore di parodia del suo stesso cinema accennando a un’atmosfera à la The Young Pope senza però la stessa profondità. Se Gurinder Chadra cade nella trappola del vlog famigliare riepilogando quello che è stato il lockdown per lei e la sua famiglia tra gioie e lutti, Rachel Morrison e Johnny Ma approcciano la sfera famigliare in un altro modo, creando delle videolettere, rispettivamente per il figlio e per la madre, che, sebbene abbiano poco a che vedere con il cortometraggio, riescono a risultare sincere e sentite. In particolare, il corto di Morrison è particolarmente interessante se contrapposto a quello di Lady Ly in apertura, perché chiede al figlio di riconoscere il loro essere privilegiati, lucky ones, che durante questa pandemia hanno un tetto sulle loro teste, posti da esplorare e nessuna preoccupazione a pesare sulle loro teste. Un altro spaccato di quotidianità è offerto da David McKenzie, che riprende la nuova quotidianità della figlia adolescente tra ansie e paure. È uno degli spaccati più onesti di tutto Homemade, un modo per un padre di non far sentir sola la propria figlia e di capirla attraverso la sua arte.

I corti di Natalia Beristain e di Nadine Labaki e Khaled Mouzanar sono invece incentrati sull’anarchia dell’infanzia. Se nel primo vediamo una bambina cercare qualsiasi cosa pur di passare il tempo (la stessa cosa che fa lo spettatore negli otto minuti di durata), il secondo rappresenta una sua più o meno coetanea che recita con molta enfasi. Il cartello alla fine del corto liquida tutto ciò che abbiamo visto come un’improvvisazione da parte della piccola, senza nessun taglio o indicazione esterna: resta il fatto che questo risulta essere di gran lunga il corto più raffazzonato, confusionario e amatoriale dell’intera antologia. Sempre sperimentale è il corto della regista giapponese Naomi Kawase: talmente impressionista, come lo definisce Netflix, da essere impenetrabile e incomprensibile, in altre parole inutile.

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Uno screenshot dal corto di Natalia Beristain

Su tinte più thriller e apocalittiche giocano i lavori di Kristen Stewart, Maggie Gyllenhaal e Antonio Campos. La prima decide di mettersi in prima persona davanti alla telecamera, interpretando una donna afflitta da insonnia e di come questo stia pian piano deteriorando la sua salute mentale. Se a livello tecnico risulta abbastanza banale, riesce comunque ad emergere grazie alla sua incredibile performance. Maggie Gyllenhaal fa invece affidamento, per quello che riguardo il piano attoriale, sul marito Peter Saarsgaard, che nel suo corto diventa uno dei sopravvissuti a un’epidemia che non ha colpito solo la Terra ma l’intero sistema solare. Si presenta di sicuro come uno dei prodotti più professionali e suggestivi del panorama proposto da Homemade, uno dei pochi a capire il vero potere del cortometraggio. Antonio Campos, invece, cerca di tessere in appena sette minuti un horror su uno sconosciuto ritrovato in riva al mare. Potrebbe essere convincente, se solo fosse più coeso dal punto di vista stilistico e l’effetto paura non giocasse su meccanismi al limite del banale.

Sui toni della commedia viaggiano i corti di Rungano Nyoni, Sebastian Schipper e Pablo Larraín. Il primo si svolge completamente sullo schermo di un telefono. Se può strappare un sorriso a causa del cameo inaspettato di un personaggio politico italiano, i messaggi che si inviano i protagonisti dimostrano che chiunque abbia scritto la sceneggiatura non ha mai usato Whatsapp in tutta la sua vita. Sebastian Schipper rappresenta al meglio la disperazione della quarantena, portandosi sullo schermo in più vesti (in modo sorprendente). Se il risultato non riesce a distinguersi dalla massa, resta comunque da applaudire l’impegno. Il corto di Larraín, tra i produttori dell’intera antologia, è di gran lunga la parte migliore di Homemade. Un uomo anziano decide di mettersi in contatto con una fiamma appartenente al suo passato: da una premessa così semplice, il regista riesce a creare una commedia che non sbaglia un colpo, sfruttando appieno la durata limitata del formato.

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Uno screenshot dal corto di Ana Lily Amirpour

I cortometraggi di Sebastián Lelio e Ana Lily Amirpour, invece si distaccano da tutto il resto di Homemade. Il regista cileno crea un musical sulle paure di una giovane donna delle pulizie, usando un approccio à la Leos Carax. Potrebbe risultare disorientante all’inizio, ma è senza dubbio alcuno una delle poche perle di questa antologia. La biciclettata di Ana Lily Amirpour per la desolata Los Angeles, narrata dalla voce di Cate Blanchett, assomiglia a livello di presentazione al corto di Lady Ly che ha aperto la raccolta, però qui vi è la pretesa di creare un racconto universale che possa abbracciare tutta la situazione globale, che fallisce per la sua retorica.

Homemade sulla carta poteva essere un progetto interessante per aprire nuove porte al cortometraggio, sfruttando la piattaforma di Netflix, ma si rivela essere interessato a sfruttare i grandi registi che vi hanno partecipato senza un vero interesse in questo formato. Sebbene alcuni corti si riescano a distaccare dalla mediocrità generale, Homemade finisce purtroppo per essere un’occasione mancata.

di Giada Sartori