++Avvertenza: questo testo presenta un concetto elementare che verrà più volte ripetuto++

Il concetto elementare che espongo qui si potrebbe sintetizzare così: l’arte non si giudica per quantità ma per qualità. Sembra ovvio, eppure nel mio campo – il cinema – ragioniamo spesso in modo diverso. Ci arriveremo.

Qualche esempio per chiarire un pensiero volendo già chiaro così. Difficilmente nella musica chi ama il punk dei Ramones apprezzerà anche il prog dei King Crimson, ma questo non succede perché le canzoni dei primi durano poco più di un minuto e quelle dei secondi superano agevolmente i dieci!

Potrò scegliere un libro da portarmi in viaggio in base alle sue dimensioni, ma nessuno dotato di buonsenso potrà dire che un libro sia meglio di un altro perché ha più pagine! Di Stephen King puoi preferire It a Misery, ma non per le 1238 pagine del primo rispetto alle 382 del secondo!

La Ragazza col turbante di Vermeer è grande solo 44 centimetri per 39, lUltima Cena di Leonardo 4.6 metri per 8.8 metri. E allora? Non sono sugli stessi libri di storia dell’arte? Potrei andare avanti con sculture grandiose e minimi bassorilievi, testi teatrali di un solo atto e altri che durano ore, e ancora e ancora.

E invece, nel cinema? A volte anche noialtri, che si sia critici o spettatori, facciamo le cose per bene. Ad esempio con i documentari: quando si citano le opere cinematografiche più importanti e significative nel raccontare la tragedia dell’Olocausto, spesso ci si concentra su due documentari, Notte e nebbia di Alain Resnais, durata 32 minuti, e Shoah di Claude Lanzmann, durata 613 minuti. Consigliati entrambi, senza discriminare sulla durata.
Anche quando si tratta di serie-tv questo discorso fila come dovrebbe: tra le più amate e seguite degli ultimi mesi si citano indistintamente progetti come Unhortodox (4 puntate e finita lì) o Better call Saul (50 puntate e si continua…). Vero, in questo caso si distingue tra serie e miniserie, ma è più una categorizzazione per i premi di settore che una diversa considerazione di stampa e pubblico.
E allora, perché quando si parla di film le cose cambiano? Perché mai nessuno inserisce un cortometraggio nella propria classifica dei film più belli visti nell’anno, o perché mai i registi di corti, i festival di corti, le proiezioni di corti devono essere ghettizzate come avviene sempre (inutile negarlo) in Italia? C’è sempre uno sguardo diverso quando si ragiona sul corto, lo si considera minore e meno importante, i registi che se ne occupano sono ragazzi che devono imparare un mestiere“, e anche quando sono grandi maestri affermati a occuparsene è sempre un’eccezione, una parentesi… Il pubblico italiano non è “educato” ad apprezzare i corti.

Fermi tutti: lo so già, qualcuno starà pensando al rapporto tra romanzo e racconto come a quello tra lunghi e corti. Senza voler scomodare ragionamenti troppo filosofici (Julio Cortazar sosteneva che Il romanzo e il racconto si possono paragonare analogicamente al cinema e alla fotografia…) credo si possa semplicemente dire: magari!!! Magari ci fossero registi di cortometraggi noti e stimati dalla critica e dal pubblico così come avviene per un Raymond Carver o lo stesso Cortazar!

Quando abbiamo iniziato a tenere in disparte i cortometraggi? Non esiste una differenza tra canzoni corte e lunghe, quadri piccoli e grandi, libri spessi e sottili… perché c’è tra film lunghi e brevi???

La sortie de l’usine Lumière (1895) è il primo film della storia del cinema. Dura un minuto. E’ un cortometraggio

Alle origini del cinema tutti i film erano corti, nel corso degli anni la situazione è mutata e fare un film di durata breve è diventata una scelta artistica (anche economica, ovvio, ma non è questo il punto, soprattutto oggi che con le attrezzature digitali la durata di un’opera cinematografica non è più un costo così impattante). E’ una scelta artistica, come lo è scrivere un romanzo di 150 pagine o uno di 1000, fare una canzone che si esaurisce in un paio scarsi di minuti o sfociare in testi fiume come quelli dell’ultimo Bob Dylan, capace di raggiungere i 17 minuti di durata.

La mia proposta – per me stesso, ma se qualcuno trovasse l’idea utile si senta libero di seguirla – è eliminare il cortometraggio. Non come prodotto, ovviamente. Ma come parola, come limitante definizione. I film sono film, che durino 5, 30, 90 o 200 minuti!
Smettiamola di chiamarli così, chiamiamoli film, che durino quanto devono e che vengano considerati come tutti gli altri film. Fine.

di Carlo Griseri