In occasione del centenario della nascita di Federico Fellini, da romagnola vogliamo soffermarci su una delle sue narrazioni più significative, quella della sua Romagna.
Un territorio geografico ma soprattutto interiore che lui ha saputo ricordare e ricreare, mescolando sogno e memoria, profezia e fantasia.
Cos’è, per Fellini, la Romagna?
La paradossale premessa è che non girò mai in Romagna, neanche un metro di pellicola. Eppure, è l’artista romagnolo per antonomasia. Perché?Perché, forse, ciò che conta non è essere nei luoghi fisicamente, ma esserci con la mente, e soprattutto con l’anima. Fellini si trasferì a Roma molto presto e non tornò mai a vivere in Romagna, eppure quella che ci racconta lui è la Romagna più potente. Perché è la Romagna del ricordo, la Romagna delle radici, dell’immaginario e del sogno. E dunque, del mito.
Nel 1953, I vitelloni vinsero il Leone d’argento alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia e cambiarono il corso del cinema italiano facendogli voltare definitivamente le spalle al neorealismo.

Il 2020 ricorre il centenario anche di Alberto Sordi, diretto da Fellini in I Vitelloni

E’ il film in cui Fellini mette a nudo con implacabile poesia il dilemma di tutti i provinciali: il doloroso bisogno di fuggire unito all’invincibile desiderio di restare.
Il cordone ombelicale con la sua terra, lui lo aveva reciso presto; ma dal giorno in cui se ne andò, tutta la sua vita artistica divenne un meraviglioso ritornare.Ritornare attraverso il Cinema.
Per Fellini, la Romagna è innanzitutto questo: una partenza che allo stesso tempo è ritorno.
C’è una poesia di Giorgio Caproni che esprime tutto questo in un lampo. Si intitola Biglietto lasciato prima di non andare via: Se non dovessi tornare/sappiate che non sono mai/partito/, il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai.

Ne I vitelloni, il qua è una Rimini invernale e molto spesso notturna. Una Rimini fuori stagione dove, quando compare la spiaggia, è semideserta e tutta interiore, attraversata unicamente dal vento e dai pensieri dei protagonisti.
Un gruppo di amici diversamente alla deriva: il dongiovanni costretto al matrimonio riparatore, l’intellettuale dall’ingenuità surreale, il cinico esuberante che si atteggia a leader, e naturalmente il sognatore, alter ego di Fellini.
Tutti vagheggiano di andarsene. Magari a Roma, la grande mecca delle opportunità su cui tutti favoleggiano, ma dove nessuno è mai stato.
Ma parlare e sognare è più facile che partire.
I vitelloni sono quelli che non partono. Sono quelli che rimandano e, mentre aspettano la buona occasione, tirano a campare, mollemente, facendosi mantenere, chi dai genitori, chi dalla sorella chi dalla moglie; facendosi beffe del dovere, delle responsabilità e di tutti quelli che se le assumono.
Il tempo passa e loro vanno avanti così, tra il bar e il biliardo, i veglioni delle festività e le mille notti bianche a raccontar balle e sogni, a far scherzi (Amici miei deve molto a questo indimenticabile gruppo di falliti) e progetti impossibili.
La giovinezza vera è passata da un pezzo, ma la maturità non sembra minimamente essere nei loro programmi, non li riguarda e non li scalfisce, neanche nei momenti più drammatici. Eppure, come colpisce la piega dolorosa dei loro sorrisi, di quei volti maschera naufragati in una perenne, dolente fanfaronata.
L’unico che alla fine partirà sarà Monaldo, il più giovane, l’alter ego a cui Fellini, nel momento in cui lo fa salire su quel treno che lo porterà via per sempre, presta la sua stessa voce, in quel quasi sussurrato ‘addio Guido’, con cui saluta il ragazzino della stazione, ma soprattutto dice addio al se stesso nato e vissuto fin lì, in quel piccolo guscio senza orizzonti.
Ecco come racconta Fellini la genesi del film:

Mi è venuta la tentazione di giocare uno scherzo a certi vecchi amici che avevo lasciato da anni nella provincia dove sono nato. (…) Così mi sono messo a raccontare quello che ricordavo delle loro avventure, le loro ambizioni, le piccole manie, il loro modo di passare il tempo. Il guaio è che, tornando a frequentarli, mi sto accorgendo che passo anch’io troppo volentieri al biliardo o sulla spiaggia a guardare il mare d’inverno, o a cantare canzoncine oscene nel silenzio notturno delle antiche piazze.
E allora, mentre ascolto i discorsi dei miei vitelloni, comincio a pensare che, se vorrò continuare il mio lavoro, sarò costretto ancora una volta a tradirli, come ho fatto da ragazzo quella volta che una bella mattina ho preso il treno e me ne sono andato
.

Nel 1973 un altro tassello di Romagna felliniana tra sogno e memoria: Amarcord, il suo film più autobiografico, dove Rimini è soprattutto il luogo dell’infanzia, ma un’infanzia immaginata, rivissuta attraverso il sogno: “Faccio un film alla stessa maniera in cui vivo un sogno. Nulla si sa, tutto si immagina”.

Federico Fellini ottenne l’Oscar per Amarcord 45 anni fa

Sentite questo brano del racconto La mia Rimini:

La Romagna, un miscuglio di avventura marinara e di chiesa cattolica. Un paese con questo monte fosco e troneggiante si San Marino. Una strana psicologia, arrogante e blasfema; dove si mescolano superstizioni e sfida a Dio. Gente senza umorismo, e perciò indifesa; ma col senso della beffa e il gusto della bravata. Uno dice ‘mangio otto metri di salciccia, tre polli e una candela. Anche la candela. Cose da circo. Poi lo fa. Subito dopo lo portano via in motocicletta, viola in faccia, con l’occhio bianco, e tutti a ridere di questa cosa atroce. Eppure, in questa terra ci sono cadenze, dolcezze infinite, che forse vengono dal mare.

La Rimini felliniana è un mondo che la ferrovia divide in due: da una parte il centro storico, e dall’altra il mare, fatto di spiagge grigie, d’inverno, e di orizzonti pesanti.
E poi, il luogo dei luoghi: il Grand Hotel, il regno del sogno, il luogo dove tutto è possibile: delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi. Le sere d’estate il Grand Hotel diventava Istambul, Baghdad e Hollywood.

di Gabriella Maldini