Nell’ultimo anno la cinematografia ci ha regalato varie letture di legami coniugali: ad esempio Noah Baumbach dall’America con Storia di un matrimonio, o Christophe Honoré in Europa con Hotel degli amori smarriti. Ecco che dall’Asia giunge la giovane Norris Wong (1987) portandoci con la sua storia coniugale a Hong Kong.

My Prince Edward (金都 Gam Dou) è il debutto nel lungometraggio di Wong, la quale – spiccando nel collettivo Fresh Wave di Johnnie To – aveva già presentato al FEFF di Udine un suo cortometraggio. Il titolo del film My Prince Edward ci offre un’idea dello stile ironico e dei diversi rimandi che si dipanano nella pellicola: Prince Edward è il nome della fermata della metro dove vive e lavora la protagonista Fong (Stephy Tang); Edward (Chu Pak-hong) è anche il nome del “principe azzurro” e futuro marito della ragazza; infine, il principe Edward è anche colui che nella realtà abdicò al trono in favore dell’amata. Una storia alquanto romantica da finale disneyano “e vissero felici e contenti”, ma sarà così anche per Fong?

Stephy Tang interpreta Fong

Edward, il futuro marito della ragazza, è il gestore di un negozio di book fotografici per matrimoni. È abile nello sbrogliarsi dai battibecchi dei futuri sposini che sorgono sul set ed è altrettanto abile a organizzare la proposta perfetta di matrimonio per la sua amata. Nonostante tutte queste qualità, nella sua vita privata non sembra altrettanto sveglio: Edward è in realtà un mammone che dà sempre ragione alla madre e alla quale ha dato libero accesso sia al suo conto in banca sia al suo appartamento; si interessa pochissimo della famiglia di Fong e la sera preferisce giocare ai videogame online con i suoi amici invece di chiacchierare con la compagna. Fong dal canto suo è una ragazza emancipata, che ha lasciato presto il nido famigliare. Da giovane, infatti, per cercare di essere economicamente indipendente, aveva deciso di sposarsi accettando un matrimonio di convenienza con il cinese Yang Shuwei (Jin Kaijie), il quale voleva ottenere la residenza a Hong Kong. Il matrimonio rappresentava chiaramente il feticcio della libertà: da un lato per Yang Shuwei che pensa alla sua vita futura come futuro residente di Hong Kong e di emigrato negli Stati Uniti; dall’altro Fong attraverso il matrimonio si è comprata l’indipendenza dai genitori.

Le vite di Fong e Edward scorrono normalmente fino a quando un piccolo granello non stravolge gli ingranaggi delle loro esistenze: il precedente matrimonio di Fong non è stato annullato come la ragazza pensava e Yang ricompare nella sua vita. Fong scopre così che chiedere un divorzio non è semplice e veloce, e soprattutto la dicitura “divorzio” comparirà sul nuovo certificato di matrimonio, come un’onta scarlatta. E cosa dire al fidanzato Edward che fino a quel momento non ne sapeva nulla? Ecco che il matrimonio ora diventa la gabbia per Fong che non è più libera di sposare chi vuole veramente. Yang, dal canto suo, è ancora in attesa del permesso, cerca quindi di dissuadere la ragazza dal divorzio dicendole che sposarsi da giovani o in fretta è da stupidi, essere single invece è la vera libertà.

Chu Pak-hong interpreta Edward

Nell’apprendere del precedente matrimonio Edward non sembra tanto sconvolto da questo dettaglio, finora a lui sconosciuto, ma sembra più preoccupato di cosa dire alla madre tradizionalista e salvare le apparenze. Anche quando Fong deve presentarsi insieme a Yang al colloquio di coppia davanti alle autorità in Cina, Edward sembra più preoccupato di poter perdere il suo status di futuro marito che essere preoccupato per la compagna sola con un uomo semi-sconosciuto.

Spazi e confini, valicabili o invalicabili, chiusi o aperti. Le persone e gli eventi giorno dopo giorno erodono gli spazi di Fong, mettendo al muro la sua libertà, con la costanza di una goccia d’acqua, con una velocità impercettibile ma costante. L’appartamento in cui Fong vive con Edward è condiviso anche con la futura suocera che entra ed esce quando e con chi vuole. Nemmeno per il matrimonio Fong ha alcuna voce in capitolo: data e abiti sono scelti ancora una volta dalla madre di Edward, secondo i riti imposti da fengshui e tradizione.

Tra spazi e confini ci sono anche i confini tra Cina e Hong Kong, una netta linea di spartiacque per la ragazza oltre che fisica e politica anche mentale. Yang e Fong sono sposati e possono passare agevolmente il confine, mentre Edward deve ottenere il permesso per entrare in Cina. In quella terra che per Fong è sinonimo di controllo politico, la ragazza trova la sua libertà interiore. Con la scusa del roaming, Fong inizia a spegnere il cellulare così da non essere raggiunta dai mille messaggi del suo compagno che cercano di occupare i suo spazio digitale e mentale. La campagna di Fuzhou, con i suoi spazi aperti, e le case, riflettono l’animo di Fong e ciò a cui anela per sè; in netto contrasto con l’asfissiante atmosfera del piccolo appartamento o dei grattacieli che invadono il cielo di Hong Kong.

Nina Paw interpreta la mamma di Edward

La comunicazione è un altro grande tema della narrazione. In primo luogo, una comunicazione che soffre nella coppia: una sera Fong chiede al compagno “Ma vivremo sempre così?” e lui pensando di cristallizzare un momento romantico le risponde “Sì”, non accorgendosi dello sguardo vitreo di lei. In secondo luogo, una comunicazione che soffre anche nello scontro generazionale, con portatori di tradizioni e i uoi riti. La futura suocera di Fong è colei che impersona i valori della tradizione: il matrimonio, invece della convivenza; comprare la casa invece di rimanere in affitto; l’uso del fengshui per decidere la data del matrimonio e come arredare la casa; la scelta di usare abiti tradizionali cinesi per il matrimonio invece del moderno abito bianco.

Sarà attraverso piccole cose che Fong ritrova la sua libertà: mettersi i vestiti che vuole, compare il tavolo che aveva sempre sognato, acquistare un piccola tartaruga da tenere in casa. Ma sono tutti desideri materiali che rischiano di diventare un feticcio di libertà senza appagarla veramente spiritualmente.

Jin Kaijie interpreta Yang Shuwei

In una commedia leggera, Wong offre un preciso spaccato della società di Hong-Kong – almeno quella prima della nuova legge e delle proteste che vediamo oggi – ponendoci di fronte a tematiche tutt’altro che superficiali. Quello di Wong è uno sguardo distaccato che ci invita a porci delle domande rispetto alla società moderna. Cosa rappresenta veramente il matrimonio se non un contratto per una coppia che convive da tanti anni e che decide di sposarsi solo perché la tradizione e le convenzioni sociali lo richiedono? In fondo non “ci si sposa solo per far tacere la gente”? Per quali motivi si decide di diventare genitori? Solo donne in carriera e lesbiche possono non avere figli?  E sull’omosessualità, azzeccata la battuta della collega di Fong la quale si lamenta della situazione nel suo paese “prima che passi una legge che permetta i matrimoni omosessuali è più facile che passi una legge che vieti i matrimoni etero”. Ecco che l’immagine della metropoli simbolo di modernità e libertà è ancora pervasa dalla patina di oppressioni sociali, cariche di riti e tradizioni, con una mentalità che non è cambiata al ritmo con cui sono stati costruiti i grattacieli. All’interno di questo turbinio di forze contrastanti, Wong offre un ritratto della donna moderna con uno sguardo disincantato e disilluso nel quale la protagonista Fong sembra una moderna Nora ma, a differenza di quella ibseniana, non si è ancora sposata per davvero né ha figli.

di Clara Longhi