Il tre volte Premio Oscar per la fotografia Vittorio Storaro ha compiuto in questi giorni 80 anni. Una prestigiosa carriera, la sua. Che è partita da Ferrara nel 1968 quando faceva parte come Direttore della Fotografia della troupe del film Giovinezza, giovinezza di Franco Rossi, uscito nel 1969. Si tratta di un film, tratto dal romanzo omonimo di Luigi Preti, che si dipana lungo l’arco di tempo che va dal 1935 al 1945, cioè dalla Guerra di Etiopia alla Liberazione. Nel film, il racconto è circoscritto a pochi anni, dal 1936 al 1941, e viene esclusa tutta l’ultima parte dedicata alla Resistenza; ciò è indicativo del fatto che la tematica politica non voleva essere il nucleo centrale del film che vuole invece mettere in luce le sofferenze di quei giovani che non sapevano come risolvere l’intimo dramma, morale prima che politico, del contrasto tra un sincero patriottismo e una politica che non approvavano, tra il fascino di un’idea alla quale avevano ancorato la propria fede e la constatazione di quanto la realtà risultasse da quell’idea lontana e divergente. Ma anche, soprattutto, come da una posizione di trasporto tipico degli anni verdi, quei giovani passarono ad una consapevole ribellione, ancorché velata per l’atmosfera del regime. Per questo gli sceneggiatori, Vittorio Bonicelli e lo stesso Franco Rossi, hanno centrato la storia sui tre personaggi principali del libro, Giulio Govoni (Alain Noury), Giordano (Roberto Lande) e Mariuccia Cavallari (Katia Moguy) evidenziando la loro solida amicizia, fin dall’infanzia, i loro rapporti ed i loro sentimenti, a specchio degli eventi. Che li porterà a non rivedersi mai più. Grande importanza riveste la fotografia, volutamente in bianco e nero che, secondo il regista, Vittorio Storaro ha curato con grande cura e dove l’atmosfera ambientale di Ferrara è perfetta. Secondo la critica poi non è un film sentimentale ma un documento di una generazione in cui lo sceneggiatore ed il regista hanno fatto opera critica nei confronti del passato, l’hanno sottoposto al vaglio della riflessione più severa.

Tre Oscar, quindi nella carriera di Vittorio Storaro. Il primo l’ottenne nel 1980 con il mitico film di Francis Ford Coppola Apocalypse Now, di 150 minuti, che nel 2019 è stato riproposto , in sua presenza, nell’edizione da lui ritenuta perfetta di 183 minuti ; un film affascinante e misterioso in cui il capitano Willard (Martin Sheen) compie in Vietnam un lungo viaggio sul fiume alla ricerca del disertore colonnello Kurtz (Marlon Brando) che, fuoriuscito in Cambogia, aveva creato un suo regno nella giungla dove era adorato come un Dio. Un uomo, ormai impazzito, da eliminare. Un film straordinario dove emerge la follia della guerra ma anche quella dell’uomo avvinghiato in una spirale di droga, violenza, sesso, terrore. E con scene indimenticabili come l’arrivo degli elicotteri, capitanati dal colonnello William(Robert Duvall) al suono della wagneriana Cavalcata delle Walkirie risuonata a tutto volume, tramite altoparlanti installati sugli elicotteri. Un film epocale.

Altro Oscar nel 1982 per lo spettacolare Reds che segna l’esordio nella regia dell’attore Warren Beatty. Un film sulla vita del giornalista americano John Reed( nel cui ruolo troviamo lo stesso Warren Beatty) e della sua compagna( Diane Keaton) che si snoda dal periodo bohémienne del Greenwich Village al loro coinvolgimento nella rivoluzione sovietica. Un racconto su “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, come è intitolato il libro del giornalista, che diventa più affascinante e coinvolgente grazie ad una fotografia piena d’inventiva di Vittorio Storaro che rende indimenticabili scene come quelle della Rivoluzione d’Ottobre scandita dall’Internazionale.

Il terzo Oscar viene attributo a Vittorio Storaro per l’eccezionale fotografia del film di Bernardo Bertolucci L’ultimo imperatore (1987), un Kolossal intimista sul dramma di un uomo salito al trono a soli tre anni che poi passa la sua vita da un carcere all’altro fino a morire come semplice giardiniere nell’orto botanico di Pechino. Un film in cui la fotografia di Vittorio Storaro segue le vicende intimiste e l’intero racconto della vita del giovane imperatore con un taglio spettacolare.

Poteva esserci poi un quarto Oscar per Vittorio Storaro. Mi riferisco alla nomination per un altro film di Warren Beatty, Dick Tracy (1990), che anche interpreta, ispirato al famoso fumetto. Una fotografia, quella di Storaro, con i cromatismi saturi del fumetto.

Ma oltre agli Oscar nella carriera di Vittorio Storaro, che utilizza la fotografia come un racconto di luce, fanno spicco tante altre opere dove ha messo la sua collaborazione al “servizio” di prestigiosi registi. A iniziare dall’ intenso sodalizio con Bernardo Bertolucci di cui, oltre al film insignito del Premio Oscar, non possono non essere ricordati Strategia del ragno (1970) in cui il regista ci coinvolge nel viaggio di Athos (Giulio Brogi) nella bassa parmense alla ricerca della verità sulla morte del padre, ucciso dai fascisti, scoprendo una storia che lo lascia dubbioso se il padre sia stato un eroe o un vile; Il conformista (1970), tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, incentrato sul complesso rapporto tra fascismo e borghesia, ma soprattutto il supercensurato Ultimo tango a Parigi (1972) ,mandato addirittura al rogo e poi recuperato e restaurato nel 2019 con la collaborazione di Il Cinema Ritrovato per cui oggi è ancora possibile vederlo, ed il monumentale Novecento (1976) grande affresco della storia del secolo scorso in Emilia Romagna. Ma anche Il tè nel deserto (1990), tratto dal romanzo di Paul Bowles incentrato su un viaggio esistenziale di una coppia in crisi nell’arido e ostile paesaggio africano, dove la fotografia di Vittorio Storaro rende il senso profondamente tragico della storia narrata, o le vicende de Il piccolo Buddha (1993) sulla reincarnazione, dove la fotografia di Vittorio Storaro passa dal grigio dell’Occidente all’esplosione di colori dell’Oriente.

Ma importanti nella carriera di Vittorio Storaro sono anche , tanto per citarne alcuni. i suoi preziosi interventi in Giordano Bruno (1973) di Giuliano Montaldo dove viene ricostruita la vita del filosofo di Nola che fu arso sul rogo nel 1600 in Campo dei Fiori, a Roma. Ma anche la ricostruzione in studio di Las Vegas per Un sogno lungo un giorno (1982), realizzato da Francis Ford Coppola in elettronica, dove Storaro dà stura alla sua inventiva dando una fotografia creativa tra favola e musical.

Gli ultimi suoi film lo vedono collaborare con un altro grande del cinema, Woody Allen. Sua, infatti, è la fotografia di Café Society (2016), La ruota delle meraviglie (2017) e Un giorno di pioggia a Ney York, uscito nel 2019. Che coronano un carriera lunga una cinquantina di film , oltre ad una trentina realizzati per la televisione e per cortometraggi, che lo ha portato a primeggiare come un grande visionario del cinema. Una carriera che il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani premierà con il Nastro d’Oro il 6 luglio al Museo Maxxi di Roma e che sarà trasmessa in diretta su RaiMovie.

di Paolo Micalizzi