Nessuno sa quale sia la ricetta per vincere l’Eurovision. Nessuno, d’altro canto, sa esattamente cosa sia l’Eurovision. Il concorso musicale, nato nel 1956 per volere dell’Unione Europea di radiodiffusione, dovrebbe unire i paesi europei, ma da tempo invita l’Australia per pura simpatia. Ogni anno la competizione è piena di meme umani (l’Epic Sax Guy della Moldavia), fenomeni ai limiti dello scibile umano (l’ultimo in materia la band metal Hatari dell’Islanda), cloni di Ed Sheeran o dei Backstreet Boys, ballate noiose che rallentano il ritmo della serata e canzoni anonime ma cantate dal primo belloccio di turno. Tutte queste tipologie coesistono perché è impossibile capire cosa riuscirà davvero a conquistare il voto del pubblico e della giuria. Basti guardare chi ha gareggiato per l’Italia negli ultimi anni e i loro posizionamenti in classifica: se nel 2015 un trio di tenori come Il Volo arriva al terzo posto a sorpresa, nel 2017 il favorito fin dall’inizio della competizione Francesco Gabbani delude con una sesta posizione. L’Eurovision è un mistero, ma è un mistero gioioso per l’Europa che ogni maggio si riunisce con gioia nella città stabilita per divertirsi e magari scoprire nuovi fenomeni.

Se l’Eurovision è un mistero per l’Europa, lo è ancora di più per gli Stati Uniti. Buzzfeed nel 2015 titolò Gli americani stanno facendo fatica a capire l’Eurovision e l’Europa adora tutto ciò. Nel primo anno dalla nascita in cui la manifestazione non si può tenere, arriva su Netflix il tentativo americano di comprendere il mistero. Il titolo è lungo e laborioso: Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga. La storia si apre il 6 aprile 1974 a Husavik (Islanda), quando il taciturno Lars Erickssong (interpretato poi da adulto da Will Ferrell con la sua solita ingenuità infantile) trova la forza di sorridere, dopo la morte di sua madre, vedendo alla televisione la vittoria degli ABBA all’Eurovision con Waterloo. A ballare insieme a lui per l’ilarità di tutti gli adulti che li guardano stupiti c’è Sigrit Ericksdottir (interpretata da adulta da Rachel McAdams in un altro apprezzato excursus nella commedia). Da quel momento i due diventano inseparabili.

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Rachel McAdams (Sigrit) e Will Ferrell (Lars) in uno still del film

Il film di David Dobkin salta nel presente, mostrandoci il duo adesso alle prese con la scrittura di una possibile hit per partecipare all’Eurovision nello scantinato della casa del padre di Lars (interpretato dall’austero Pierce Brosnan). Quando non inseguono il loro sogno, suonano nel bar di paese, dove il loro repertorio è limitato a una cover di Pharrell Williams e alla meravigliosa Ja Ja Ding Dong, ardentemente voluta dal proprietario. Grazie alla Dea bendata e agli elfi che Sigrit continua a invocare, riescono a partecipare al contest interno all’Islanda per avere una possibilità di arrivare all’Eurovision. Quello che è sempre stato il sogno di Lars potrebbe finalmente realizzarsi. L’Islanda non ha mai vinto l’Eurovision, né nella realtà né nella finzione. Di certo i Fire Saga, nome del duo formato da Sigrit e Lars, non sembra aver possibilità di riuscirci: troppo infantili, esagerati e scoordinati per vincere. Eppure, nonostante tutto, riescono ad arrivare alle semifinali dove incontrano tra gli altri due affascinanti concorrenti di altri paesi, la greca Mita Xenakis (Melissanthi Mahut) e il russo Alexander Lemtov (Dan Stevens in una sorprendente e meravigliosa svolta comica).

Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga è un prodotto particolare, perché riesce al contempo ad essere ridicolosamente americano e a penetrare quell’oscuro mistero che è la competizione europea. Il film, appoggiandosi sulle spalle della cringe-comedy che ha reso famoso Ferrell, cerca la sua spinta emotiva nello stravolgimento delle regole della competizione, errore che potrebbe passare sottotraccia soprattutto a un pubblico americano. Nonostante alcune scivolate simili, il film cattura attraverso l’efficace colonna sonora, che vede anche l’input del produttore musicale Savan Kotecha (dietro a hit di Ariana Grande, Britney Spears e Katy Perry, per citare alcuni nomi), la vera atmosfera dell’Eurovision. Attraverso citazioni per intenditori (come ad esempio la ruota per criceti gigante proveniente dall’esibizione di Mariya Yaremchuk per l’Ucraina nel 2014) e altre più macroscopiche (vincitori di Eurovision passati, come Netta, Conchita Wurst e Salvador Sobral), trova un modo preciso e adatto di omaggiare la manifestazione, senza mai sfociare nella presa in giro.

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Dan Stevens nei panni di Alexander Lemtov in uno still del film

Agli occhi di un neofita della manifestazione, il film di David Dobkin potrebbe apparire come una fiera del trash, che si aggrappa a esagerazioni di ogni tipologia per colpire il pubblico. La verità è che ciò rispecchia esattamente cos’è l’Eurovision sia per lo spettatore appassionato che per il protagonista. Lars trova nella manifestazione una possibilità di essere felice e quella speranza diventa il collante del suo rapporto con Sigrit. In una delle scene più (sorprendentemente) toccanti del film, un abitante della piccolissima città di Husavik invita ad accendere la televisione per vedere l’esibizione dei Fire Saga, urlando Sappiamo che fanno schifo, ma sono il nostro schifo. Nel microcosmo dell’Eurovision nulla è esagerazione, il trash diventa oggetto di amore e la normalità non ha più spazio di esistere. David Dobkin, seppur con un occhio esterno al fenomeno e con una comicità che non sempre riesce a colpire il segno, riesce a scrivere una lettera d’amore alla stranezza, all’inseguire i propri sogni nonostante tutto e al trovare la propria voce, senza mai cadere nel melenso.

di Giada Sartori