Parlare di Dispatches from Elsewhere è l’impresa più difficile che mi sia mai capitata per quattro ragioni ben distinte.

Uno, Dispatches from Elsewhere è una serie che ti sfida. Questa attitudine è chiara fin dalla prima immagine, quando Octavio (Richard E. Grant) guarda in camera per una decina di secondi, che sembrano millenni, nel silenzio più totale per assicurarsi di avere la tua attenzione. La tua attenzione, non quella di uno spettatore qualsiasi. È a te che si rivolge Octavio per chiederti di fare alcuni sforzi immaginativi, per invitarti a immergerti nella vita di uno dei suoi quattro protagonisti, Peter (Jason Segel, anche showrunner della serie), Simone (Eve Lindley), Fredwyin (André Benjamin, membro del duo hip hop Outkast) e Janice (Sally Field, due volte premio Oscar ma conosciuta dal grande pubblico per essere la madre di Forrest Gump). Persone estremamente diverse, divise dalla vita e dai loro desideri contrastanti ma unite da una missione sospesa tra la realtà e l’immaginazione affidata loro dalla Elsewhere society (l’ispirazione viene dal documentario del 2013, The Institute di Spencer McCall, che ricostruisce la storia del Jejune Institute, un ARG che ha avuto luogo a San Francisco e che nel giro di tre anni è riuscito a reclutare più di 10,000 giocatori solo tramite volantini). Questi quattro sconosciuti creano una squadra dove ogni parte è essenziale, ogni parte apporta le sue conoscenze, la sua sensibilità per cercare di giungere a un mistero più grande. Dispatches from Elsewhere, per spiegarla in termini semplici, è un puzzle che inizi a fare e poi ti rendi conto che mancano dei pezzi. Allora cerchi qualcuno che sta facendo lo stesso puzzle, ci parli e gli chiedi se ha quei pezzi. Magari ne ha solo alcuni e allora continui la ricerca. Dispatches from Elsewhere vuole emulare il cuore pulsante della vita e la ragione per cui siamo al mondo: crescere attraverso gli altri, prendendo da loro e dando allo stesso modo. È una serie altruista, generosa di natura che in cambio del tempo passato a guardarla dà piccole lezioni di vita.

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Richard E. Grant (Octavio) in un frame della serie.

Due, Dispatches from Elsewhere è consapevole di essere una storia, ma vuole allo stesso tempo celebrare le storie. Nei primi secondi Octavio la definisce una forma di intrattenimento episodica, sicuramente non la prima nell’esperienza dei suoi spettatori. Dall’alto della sua gentilezza ci risparmia anche un cosiddetto spiegone di venti minuti e passa sul passato dei protagonisti. Dispatches from Elsewhere evita qualsiasi convenzione narrativa per creare non una serie, ma un’esperienza. Questa consapevolezza però non si palesa solo a livello strutturale, ma anche a livello contenutistico. La serie di AMC, ora disponibile su Prime Video, parla del potere delle storie e di quanto esse siano la linfa vitale dell’umanità. Si può trattare di film, serie tv, libri, videogiochi, ma anche delle semplici storie che creiamo nella nostra mente per sopravvivere. Porta sullo schermo un’idea di narrazione come avventura di per sé, come puro escapismo dal grigiore della normalità. Parlando di Peter, Octavio non manca di sottolineare la monotonia della sua esistenza, decretando che

La tragedia più grande e silenziosa è una vita senza rischi, una vita senza reali dolori, una vita senza vere gioie.

Una vita senza storie non è una vita, ma una mera esistenza, un semplice atto passivo. Dispatches from Elsewhere ha il desiderio di evidenziare la meraviglia che queste narrazioni possono portare nella nostra vita. Questa viene veicolata attraverso il concetto di Divine Nonchalance, una dote ai limiti dello scibile umano, che non può essere spiegata come ingenuità o noncuranza. Si tratta invece di una quiete interiore incorruttibile che permette di attraversare il caos esteriore senza esserne toccati. Le storie rappresentano i nostri scudi dal mondo esterno, ci salvano dalle tragedie e amplificano i momenti felici.

Tre, Dispatches from Elsewhere è qualcosa di estremamente personale su due livelli. Da una parte, è uno sfogo, un esercizio di scrittura e di umanità da parte di Jason Segel. L’attore, principalmente noto al grande pubblico per aver interpretato Marshall Eriksen in How I Met Your Mother, si è visto relegato a ruoli da giullare fin dall’inizio della sua carriera con Nick Andopolis in Freaks and Geeks per arrivare a commedie dimenticate come Bad Teacher o I love you, man. Nel 2015 però avviene una svolta nella sua carriera: viene chiamato a interpretare David Foster Wallace in The End of the Tour e per la prima volta la critica, il grande pubblico e forse persino lui si rendono conto dell’uomo che c’è dietro la star delle sitcom. Da quel momento le sue apparizioni sul grande e sul piccolo schermo si fanno sempre più rade. Tra il 2015 e Dispatches from Elsewhere ci sono solo due film per Netflix: The Discovery del visionario Charlie McDowell e Come Sunday di Joshua Marston. Con questo esperimento seriale Jason Segel si mette a nudo, sia portando sullo schermo una versione inedita di se stesso, diversa da quanto il pubblico è solito vedere, sia (difficile spiegarlo senza cadere in territorio spoiler) esponendosi, non chiedendo psicanalisi ma semplice comprensione in un excursus ai limiti della metanarrazione. Dall’altra parte, Dispatches from Elsewhere è qualcosa di estremamente personale per me. Non voglio che queste parole vi limitino e vi spingano a pensare a un prodotto talmente specifico da poter interessare una piccolissima parte della popolazione globale. La serie trova la sua forza proprio nei dettagli, nelle minuscole attenzioni che portano i suoi personaggi a uscire dallo schermo e a diventare esseri umani a 360° gradi. Così quando la voce di Octavio chiede a noi spettatori di metterci nei panni dei quattro protagonisti, non potrebbe essere più facile. In Peter ci ho visto la mia paura di una vita opaca, ma anche la mia tendenza ad accontentarmi dell’adesso senza poter vedere oltre. In Simone vedo la me impaurita che non riesce a sentirsi a suo agio neanche in una comunità accogliente. In Fredwynn vedo la mia ricerca smodata e annientante della perfezione. In Janice vedo la mia tenerezza, il mio voler aiutare gli altri a tutti i costi. Ogni spettatore può approcciarsi a questa storia e ritrovarcisi, realizzando che al di là dell’individualità siamo molto più simili di quanto vogliamo ammettere.

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Jason Segel (Peter), Sally Field (Janice) e Eve Lindley (Simone) in uno still della serie.

Quattro, parlare di Dispatches from Elsewhere è difficile perché è una serie diversa da qualsiasi altra si sia mai palesata sui nostri schermi. La tv degli ultimi tempi tende a evidenziare con forza le sue acrobazie grafiche, le sue trame complesse, i suoi temi impegnati. Dispatches from Elsewhere è tutto questo, ma allo stesso tempo porta sullo schermo una sincerità che raramente si trova nei drama della prestige TV. È difficile parlarne perché essendo un’anomalia ridurla alle parole tradizionali significherebbe sminuirla. Dispatches from Elsewhere è un esempio del potere delle storie, del perché continuiamo a cercarle anche se pensiamo di averle sentite o lette tutte. Che questa serie si limiti a questa stagione o che si evolva per diventare una nuova opera antologica, Jason Segel attraverso questa lettera d’amore all’umanità si è dimostrato uno degli autori che potrebbero essere capaci di rivoluzionare il panorama televisivo odierno.

Questo lungo flusso di pensieri vuole essere un sincero invito a vivere Dispatches from Elsewhere adesso che grazie a un accordo di distribuzione con Prime Video è diventato disponibile in Italia. È un’avventura lunga dieci ore da cui non vorrete mai più uscire e che forse vi porterete nel cuore per tutta la vita. Che la divina Nonchalance possa essere sempre con voi.

di Giada Sartori