Disclaimer: parlare di Curon e soprattutto dei miei problemi con Curon senza cadere in territorio spoiler è una missione a dir poco impossibile, quindi questa recensione potrebbe contenere leggeri spoiler, logicamente questi non andranno a toccare delle svolte fondamentali per non rovinare l’esperienza di visione in caso vorreste ancora vederla. Se leggendo la trama iniziate a sospettare un possibile sviluppo che liquidate subito per la sua banalità, sappiate che gli autori di Curon non l’hanno liquidato.

Curon è una cittadina in cui realisticamente non accade nulla. Secondo i dati Istat del 2017 ha la bellezza di 2376 abitanti, eppure la fiction italiana ha sempre avuto una certa passione per i posti sperduti come teatri di omicidi e disgrazie a non finire. Basti pensare al trattamento riservato da Don Matteo alla piccola Gubbio o da Un passo dal cielo a San Candido. Da persona nata e cresciuta in Alto Adige, posso assicurare che Curon non è niente di speciale. Sì, c’è il lago di Resia che ha sommerso un intero villaggio e ora si vede solo il campanile che emerge dalle acque. Son quel genere di cose di cui prendi atto facilmente, magari chiedi a tuoi genitori di portartici una volta ma poi smetti di pensarci per tutta la vita. Inutile dire che quando Netflix ha deciso di usare questa piccola cittadina della Val Venosta come scenario della sua nuova serie, l’omonima Curon, l’Alto Adige sia letteralmente impazzito. Adesso che è uscita, pure le strade di campagna sono tappezzate di poster di ogni tipo e le aziende elettriche la sfruttano per farsi pubblicità (nonostante il numero imbarazzante di blackout lungo i sette episodi), il tutto nella speranza di diventare un fenomeno turistico a livello globale.

Curon però ha un problema di fondo in questo senso, ovvero il suo essere completamente disinteressata a qualsiasi specificità della sua location. Tutti i riferimenti più precisi alla realtà della provincia sembrano dei ripensamenti: le volte in cui i personaggi parlano in tedesco (in modo poco convincente) sono dei tentativi confusi di ricordarci che dovrebbero essere bilingui, si menzionano feste tipiche solo per mostrare di aver fatto il compitino e basta. Persino il mistero centrale parzialmente legato al campanile che emerge dal lago potrebbe essere benissimo travasato in qualsiasi altra cittadina italiana senza togliere nulla all’atmosfera della serie.

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Federico Russo (Mauro) e Margherita Morchio (Daria) in uno still della serie.

Dopo questa mia nota a margine, una persona potrebbe chiedersi comunque cosa sia Curon. Si tratta del quinto esperimento seriale originale sul territorio italiano di Netflix. I suoi noti, discussi e confusi predecessori sono Suburra, Baby, Luna Nera e Summertime. Nello specifico Curon, nata dalle menti di Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, è una via di mezzo tra gli ultimi due: il soprannaturale si mescola con i drammi adolescenziali di poco conto per portarci un pastiche che vorrebbe posizionarsi come il Dark italiano ma finisce per assomigliare di più a Teen Wolf ma senza i licantropi. Curon segue il ritorno nella cittadina venostana a diciassette anni da un tragico incidente di Anna Raina (Valeria Bilello) con i suoi due figli adolescenti, Mauro (Federico Russo) e Daria (Margherita Morchio). Il padre della donna, Thomas (Luca Lionello), non è molto felice di vederla tornare e se in un primo momento prova a impedir loro di restare, acconsente presto a farli restare per una sola notte nel suo albergo (una pallida copia dell’hotel di Shining). L’intera cittadina mostra presto una forte antipatia verso tutti i membri della famiglia e la cosa è ricambiata, soprattutto dai due figli. Ai due gemelli, cresciuti a Milano, Curon sta a dir poco stretta. In uno dei momenti più assurdi di tutta la serie, Daria arrivando a scuola il primo giorno dice e cito testuali parole Ce l’avranno l’erba qui o si fumano le Ricola?. Peccato che la nuova e instabile normalità venga distrutta dalla sparizione di Anna. All’inizio Mauro e Daria provano a spiegarsela dicendo che è andata in montagna come indicava da giorni, ma i giorni passano e loro non continuano a non ricevere notizie e il suo telefono squilla a vuoto.

Fin qua la serie è normalissima e innocua. Abbiamo il mistero e abbiamo il dramma adolescenziale, innescato dall’arrivo di due compagni di scuola, i fratelli Micky e Giulio Asper (interpretati rispettivamente da Juju Di Domenico e Giulio Brizzi). Abbiamo scelte discutibili a livello musicale (la mia preferita dell’intera serie è quando nel secondo episodio un personaggio dà un pugno a uno specchio e in sottofondo Myss Keta inizia a cantare Pazzeska), baristi che respingono i figli dei Raina pur non avendoli mai visti e un’intera riscrittura della storia del lago di Resia. Il mio problema con la serie nasce da una semplice somma di due fattori: il flashback con cui si apre Curon e una scena della seconda puntata. Ci viene mostrata con eccessiva attenzione una lezione tenuta dall’unica insegnante che vediamo che per semplicità è pure la madre di Micky e Giulio, Klara Asper (interpretata da Anna Ferzetti), dove a quanto pare l’argomento è la leggenda Cherokee del lupo nero e del lupo bianco: Ci sono due lupi in ognuno di noi. Appena ho sentito quella frase ho fatto due più due e mi sono immaginata il resto della serie. Non c’è niente di male nell’usare temi già sentiti, come quello del doppio, ma il problema è che Curon non è mai riuscita a staccarsi da quella trama banale che mi ero immaginata. Come spiega McKee in uno dei manuali più importanti della storia per quanto riguarda la sceneggiatura, Story, l’esposizione ovvero l’atto di far emergere tutte le informazioni su ambientazione, personaggi eccetera che servono agli spettatori per comprendere la storia deve essere invisibile. Quando lo sceneggiatore deve esprimere qualcosa, non deve mai farlo attraverso il dialogo ma lasciandolo nel sottotesto. La scena della lezione risulta come una spiegazione didascalica di tutto il fulcro della serie e serve a instillare un sospetto che quella situazione, assolutamente inutile a livello narrativo, sia lì per un motivo. Quella scena non è un semplice indizio; è un’insegna gigante al neon rosa shocking accesa nel buio della notte che ci indica l’intera trama della serie ancora prima che questa si dipani.

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Luca Lionello (Thomas) in uno still della serie.

Curon è una serie frustrante, perché tutte le premesse per un buon prodotto ci sono: nonostante alcune ingenuità, sia il cast che la sceneggiatura riescono a convincere. Peccato che la trama navighi in mari già esplorati migliaia di volte da altre narrazioni in modo molto più riuscito, senza scostarsi nemmeno un secondo da cliché narrativi di ogni sorta. È un tentativo fallace di fare qualcosa di diverso che riesce solo ad emulare. All’inizio di questa recensione avevo paragonato Curon a Teen Wolf: questo non voleva essere un insulto alla serie di MTV, ma piuttosto un riconoscimento per entrambe. Sono prodotti che nonostante le numerose imperfezioni hanno la fortuna di lasciarsi guardare con estrema facilità, prefissandosi come dei curiosi guilty pleasure. Bisogna solo sperare che nella seconda stagione, ancora non ufficializzata ma annunciata a gran voce dal finale della serie, Curon riesca a correggere le sue ingenuità e a trovare finalmente la sua voce.