Se è vero che la televisione, ed in particolare il canale Cine34 dedicato al cinema italiano, non sempre programma grandi film è anche  vero però che ti consente di riscoprire eccellenti attori. Come nel caso del torinese Macario, un vero attore comico proveniente dalla rivista e dal varietà, visto di recente in Due sul pianerottolo (1976) di Mario Amendola,  dove è  tra gli ospiti di  una modesta pensione di Roma insieme al cumenda Tino Scotti ed a Rita Pavone.

Vedere Macario in frack che cerca di sbarcare il lunario  suonando il violino accompagnato dalla popolare Gian Burrasca, anch’essa ospite della pensione,  è  un  duetto da non perdere.

L’esordio di Macario (Torino, 27 maggio 1902 – Torino, 26 marzo 1980) nel cinema avvenne nel 1933 con il film Aria di paese di Eugenio De Liguoro, dove è un campagnolo, furbo-ingenuo. Ma il successo gli arriva  dopo sei anni con Imputato, alzatevi e Lo vedi come sei…lo vedi come sei? per la regia di Mario Mattoli.  Nel primo è un infermiere accusato per errore di omicidio, nel secondo un milionario burlone a spese dei propri parenti. Due film in cui ha la possibilità di mettere in evidenza la sua maschera di innocente, credulone e malinconico, tipico dei comici del cinema muto. Poi conquista le platee (teatrali e cinematografiche) con quel volto da bambino ed il ciuffo tirabaci che penzola eternamente sui suoi  occhi arrotondati e la sua aria di una persona buona che  per cavarsela ha sempre bisogno degli altri. Con Mario Mattoli, Macario interpreta anche Il pirata sono io! (1940) e Non me lo dire! (1940), due film dove continua a offrire la sua comicità diventata ormai popolare. Nel 1943 interpreta Il fanciullo del West di Giorgio Ferroni (regista al quale ho dedicato il volume Giorgio Ferroni/Calvin Jackson Padget. Dai documentari e film di genere ai western spaghetti, Edizioni La Carmelina, 2019). Si tratta del primo  esempio di western comico italiano, una specie di antesignano del western spaghetti, seppur visto in chiave parodistica. Era una vera dissacrazione del genere, ricorda il regista, non esisteva né un cappellone, né le selle. E non c’erano nemmeno i cascatori che nei film western , di solito, sono tanti. Ma c’erano tutti gli ingredienti del Western e l’inventiva di Macario che dava vita a tante gag  e che alla fine sconfigge il cattivo. E’ un film di  cui nel libro ho elaborato un’ampia  Scheda, cosi come l’ho fatta per l’altro film di Ferroni interpretato da Macario, cioè Macario contro Zagomar (1944), che doveva chiamarsi Macario contro Fantomas dove  il comico torinese era sempre in lotta con il celebre bandito inventato da Pierre Sauvestre e Marcel Allain. Il cambio del nome avvenne, come ebbe a dichiarare il regista, perché i produttori non avevano comprato i diritti del romanzo. Ed il nome di Zagomar lo si è inventato all’improvviso, per ragioni di doppiaggio: Fantomas Zagomar veniva quasi uguale. Nel film Macario è un buffo tipo di giovane che spinto dalla solitudine vuole tentare il  suicidio, ma diventa un fervente ammiratore di uno scienziato che sperimenta su di lui la sua invenzione. Venuto a conoscenza che il bandito Zagomar vuole entrare in possesso della portentosa invenzione impegna con lui una lotta senza quartiere  fino a far sì che la polizia lo arresti. Contribuendo anche  a salvare la figlia dello scienziato che era stata rapita dal bandito e che per ricompensa lui sposerà. Una parodia del genere poliziesco piena d’allegria. All’attivo di Macario, altri film importanti, ed in particolare quattro diretti da Carlo Borghesio. In Come persi la guerra (1947) è un uomo costretto  a  indossare per tutta la vita la divisa militare arruolato a turno anche dagli americani e dai tedeschi: finita la guerra la sostituirà con la divisa dei pompieri. In L’eroe della strada (1948) è invece un povero diavolo che subisce ogni maltrattamento e che suonando per le strade un organetto che suona soltanto canzoni fasciste rischia il linciaggio. Una commedia, cosi come lo è Come scopersi l’America (1949) in cui  è un poveraccio che, come un suo compagno di sventura (Carlo Ninchi),  stanco della povertà e dei disordini dell’Italia decide di cercare fortuna in Sud America. Mentre il compagno fa innamorare una vecchia ma ricca signora (l’eccellente caratterista Pina Gallini) lui, assai sempliciotto, essendosi innamorato di una soubrette (Delia Scala) si aggregherà  ad una compagnia di avanspettacolo. In Il monello della strada (1950), infine, è un uomo che, dopo essersi sposato per procura, scopre che la moglie è morta e gli ha lasciato un figlio ribelle. Ma il fantasma  della donna  l’aiuterà dopo molte  avventure a trovare la felicità con lui e che dietro tutto c’era lo zampino dei parenti imbroglioni.  Una favoletta che si addice molto bene al carattere ingenuo che il comico ha espresso nei suoi film. Dopo  un momento di crisi, la sua carriera riprende con successo con la commedia Made in Italy (1954) del duo Garinei-Giovannini e con il film Italia piccola (1957) di Mario Soldati dove interpreta  con umanità e sobrietà un personaggio di forte rilievo drammatico. Fu chiamato dal “principe della risata” Totò  a fargli da spalla in ben sei film  perché  cominciava a soffrire dei primi problemi alla vista ed espresse il desiderio di averlo al suo fianco, amico fidato con cui stabilire in tranquillità i tempi delle battute e delle gag.  La mancanza , tra l’altro, di personaggi  dall’aria candida e bonacciona che ha sempre espresso indurranno Macario a smettere con il cinema, continuando più intensamente la sua attività alla televisione ed in teatro: l’ultimo suo film è, appunto, Due sul pianerottolo. Lo si ricorderà per il suo umorismo facile, immediato e popolare.

di Paolo Micalizzi