Reduce da anni e anni di lacrimoni per Glee (2009-2015) e per Pose (2018- in corso e disponibile su Netflix se ve la siete persa), sono emozionatissima e psicologicamente pronta per tuffarmi nei setti episodi di Hollywood, la nuova mini-serie creata da Ryan Murphy e Ian Brennan e distribuita da Netflix dallo scorso primo maggio.

Da sinistra: Jeremy Pope, Jake Picking, Samara Weaving, Laura Harrier, Darren Criss e David Corenswet in una scena di Hollywood, disponibile su Netflix

La storia è ambientata a Hollywood nel secondo dopoguerra, quando l’industria cinematografica si trova nel suo periodo migliore e segue le vicende di un gruppo di attori, registi e sceneggiatori alla ricerca del successo cinematografico, costi quel che costi. Tra i tantissimi personaggi presenti, alcuni sono meglio analizzati di altri e risultano più centrali all’interno della narrazione: Jack Castello (David Corenswet) un giovane attore in cerca di fortuna; Raymond Ainsley (Darren Criss) un regista con origini filippine; Camille Washington (Laura Harrier) una giovane attrice afroamericana; Rock Hudson (Jake Picking) sì, proprio lui e Archie Coleman (Jeremy Pope) uno sceneggiatore afroamericano e omosessuale. Rock Hudson, Henry Willson (Jim Parsons), Anna May Wong (Michelle Krusiec) e altri personaggi sono realmente esistiti e fanno sì che la serie si trasformi in una faction, secondo la definizione di Murphy un mix di fatti reali e finzioni.

Darren Criss, Jeremy Pope, David Corenswet, Jake Picking in una scena di Hollywood

Alle prese con la produzione di un nuovo film, i protagonisti diventano sempre più coscienti del potere che ha il cinema di cambiare il mondo e con una grande forza di volontà cercano di combattere il razzismo, l’omofobia e il patriarcato. E qui ritroviamo tutto il Ryan Murphy che ha tenuto adolescenti di mezzo mondo appiccicati allo schermo: la voglia di lottare e di riscatto, di sentirsi sé stessi e di creare un mondo migliore. Sarebbe bellissimo se anche negli anni 40 fosse stato così, purtroppo però non lo è stato e una trasposizione dei temi di Glee e Pose in un periodo storico come quello del secondo dopoguerra è inverosimile. Murphy cerca, quindi, di riscrivere la storia in modo che tutti abbiano ciò che si meritano, risultando purtroppo troppo meravigliosamente positivo. I cambiamenti migliorativi di alcuni personaggi – da uomo di potere maschilista a sostenitore della carriera della moglie, da agente ricattatore a partecipante agli alcolisti anonimi e ad un gruppo di ascolto per omosessuali– sono così irreali da cadere quasi nel ridicolo, chiaramente non per il tipo di trasformazione – ripeto, magari fosse stato così! – ma per la sua repentinità e per la sua mancanza di contestualizzazione.

Il lato più realistico di questa faction sono sicuramente i costumi e la resa dell’ambiente, azzeccatissimi, e la colonna sonora che si rifà, chiaramente, alle grande partiture orchestrali di compositori come Max Steiner e Alfred Newman e al jazz degli anni Quaranta e Cinquanta. La storia di per sé è decisamente meno realistica, ma i grandissimi messaggi che ci lascia il caro Murphy sono la cosa più importante dell’intera produzione che ci fa chiudere un occhio su tutto il resto.

di Alice Dozzo