Compie 90 anni una grande leggenda del cinema. Era il 1964 quando uscì nelle sale cinematografiche il film di Sergio Leone Per un pugno di dollari che firmò Bob Robertson (in omaggio al padre Roberto Roberti, noto regista del cinema muto) per camuffarsi da regista americano  dove il western imperava. Il film non fu subito accolto con favore, ma con il passaparola alquanto immediato arrivò il successo. E con il successo del film arrivò anche quello dell’uomo senza nome, cioè Clint Eastwood, un attore proveniente dai telefilm western americani che  fu scelto da Sergio Leone perché, ed è ormai una frase da leggenda, aveva due espressioni: col cappello e senza cappello. Un uomo senza nome, granitico, col perenne sigarillo all’angolo della bocca e con le pistole che sparano senza pietà

Da quel film in poi  Clint Eastwood inizia a viaggiare, come si suol dire, con il vento in poppa. Con Sergio Leone interpreta altri due film: Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto , il cattivo (1966) che comporranno la  famosa trilogia del dollaro di grande successo popolare. Con questo successo internazionale  in tasca, Clint Eastwood fa ritorno in America e con la sua casa di produzione Malpaso Film, che prende il nome dalla Malpaso Road poco distante dalla sua tenuta di Carmel, produce il film di Ted Post Impiccalo più in alto di cui è protagonista. Si tratta di  un film in cui lui sta per essere impiccato da dei cowboy perché  credono che abbia rubato una mandria che invece aveva acquistato regolarmente: sarà  salvato da un  giudice che poi lo nominerà sceriffo. Ma i suoi nemici non demordono, e lui salvandosi più volte finirà per abbatterli. Ancora western con il regista Don Siegel con il quale inizia una feconda collaborazione. Nascono L’uomo dalla cravatta di cuio (1968), Gli avvoltoi hanno fame (1969) e La notte brava del soldato Jonathan, ma nasce, soprattutto, con lo stesso regista ii film Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo in cui è un personaggio di fascinosa ambivalenza, un ispettore famoso nella polizia di San Francisco per i suoi metodi poco ortodossi nel perseguire i criminali e lo dimostra anche quando va alla ricerca di un misterioso assassino soprannominato Scorpio che uccide giovani donne, un  pazzo criminale che alla fine, malgrado che la polizia stessa gli metta i bastoni tra le ruote, ucciderà. Dopo due seguiti, Una ’44 Magnum’ per l’ispettore Callaghan (1973) di Ted Post e Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976) di James Fargo, che avranno però minor successo. In quel periodo intanto Clint Eastwood  esordisce nella regia, trovando dietro la macchina da presa (ed in alcuni film anche davanti)  una nuova personalità. L’esordio è nel 1971 con  Brivido nella notte, un film in cui è un  giornalista radiofonico che subisce le incessanti e quasi morbose attenzioni di un’ammiratrice che non gli dà respiro  compromettendo sia il suo rapporto con la fidanzata che un’interessante prospettiva professionale. Poi il ritorno al western con Lo straniero senza nome (1973) che lo vede anche come protagonista cosi come lo è in Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976). Si tratta di due western, in cui continua ad alternarsi nel ruolo di attore e regista, dove  continua la sua visione del  western  nel genere che l’aveva reso famoso riportando quella  violenza e  quel cinismo dei film di Sergio Leone. Nel 1992 arriva un altro western, è il suo tredicesimo, Gli spietati, un film che lo consacra come autore (sua è anche la musica, ma non è la sola che lui ha composto per i suoi film) anche da parte di Hollywood. Conquista quattro Oscar, tra cui quelli per il miglior film e la  migliore regia. Qui, è un ex killer che raccoglie, insieme ad altri, all’appello di un gruppo di prostitute che mette una taglia sui responsabili per vendicare una loro compagna che è stata sfregiata. Un altro western da ricordare è Il cavaliere pallido (1985) dove riveste il ruolo di un predicatore solitario che difende, a suon di pallottole e dinamite, degli onesti cercatori  d’oro che danno molto fastidio ad un  ricco uomo d’affari senza scrupoli che spera di cacciarli con la violenza.

Non solo western nella carriera di Clint Eastwood, ma anche film dai  toni altamente drammatici che caratterizzeranno il suo futuro di regista. Uno è I ponti di Madison Country (1995), film sentimentale che lo vede duettare con la romantica Meryl Streep, conosciuta quando giunge in mezzo ad una fattoria per fotografare (lui lavora per il “National Geographic”) i ponti del titolo del film. Una conoscenza che si trasforma in passione, malgrado lei sia sposata ed abbia due figli, in quel periodo assenti  perché partiti per una fiera  del bestiame. Una situazione che, all’arrivo della famiglia, li obbligherà ad una dolorosa scelta. Un’intensa filmografia, quella di Clint Eastwood,  piena di opere interessanti sui quali, in questa occasione, evitiamo  di  soffermarci ampiamente. Ma, limitandoci all’ultimo periodo di regista non  possiamo non ricordare Million Dollar Baby (2000) dove lui è  un  anziano manager di pugilato nella cui vita, ormai priva di illusioni, irrompe  una giovane decisa a diventare una campionessa che lo travolgerà in questa sua ambizione ridandogli nuova vitalità. Ed anche Flags of Our Fathers (2006)  e Lettere da Iwo Jima ( 2006), due film sulla storia americana del passato in cui denuncia la retorica guerrafondaia, ma anche quella presente come nel film Gran Torino (2008) dove sottolinea l’odio razzista in America. Da ricordare ancora i suoi film sugli eroi dalla dimensione umana come raccontato in American Sniper dove ricostruisce la storia di Chris Kyle (Bradley Cooper) il cecchino più letale dell’esercito americano o in Sully (2016) sul pilota Chesley (interpretato da Tom Hanks) che ha compiuto nel gennaio 2009 un atterraggio miracolos sul fiume Hudson, a New York, salvando 155 passeggeri.

Un regista poliedrico Clint Eastwood come testimoniano anche i suoi ultimi film (The Mule, 2018 e Richard Jewell”, 2019) di cui questo webmagazine si è già occupato.     

Un attore-autore (65 film da interprete ed una quarantina da regista) Clint Eastwood che a 90 anni  non  getta la spugna, tanto da pensare al prossimo film. Un monumento vivente.

di Paolo Micalizzi