Oggi quasi tutti stanno (giustamente) omaggiando un grande del cinema internazionale quale Clint Eastwood per il suo novantesimo compleanno. Più volte questo webmagazine ha dedicato spazio al grande regista ed attore americano (meno di un anno fa, parlavamo con gioia dell’uscita del suo ultimo film da regista, Richard Jewell). Ma oggi vogliamo parlare di un altro novantenne illustre, anch’egli attore e regista, che nei suoi 68 anni di carriera ha reso grande il cinema italiano. In attesa di assistere all’omaggio che proprio per i suoi novantanni gli farà la 56a Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, la nostra (umile) celebrazione vuole andare a colui che ha festeggiato il suo compleanno, quasi in sordina, con quella riservatezza privata che lo ha sempre caratterizzato, lo scorso 22 febbraio: Giuliano Montaldo.

Descrivere la sua carriera è come ripercorrere la storia del grande cinema italiano, perché costellata di grandi collaborazioni, immensi film che sono ormai nei manuali di storia del cinema e di grandi partecipazioni ed interpretazioni, prima le sue e poi quelle degli attori che ha diretto nei suoi film. Difficile, quindi, non pensare alla sua, folgorante, prima regia: Tiro al piccione, nel 1961, quando poco più che trentenne entrò a far parte di quel circolo di registi che stava portando, da un decennio, il proprio passato e impegno politico e sociale sul grande schermo. O alla sua trilogia sul potere, grazie al quale film come Gott mit us (1970, sul potere militare), Sacco e Vanzetti (1971, sul potere giudiziario) e Giordano Bruno (1973, sul potere religioso e che è il secondo in cui dirige il grande Gian Maria Volonté, che ha contribuito a rendere questi due suoi film iconici per tutti gli amanti del Cinema) sono diventati capisaldi della nostra cinematografia. Impossibile, inoltre, non ricordare che il suo esordio fu proprio come attore, nel 1951, nel Achtung! Banditi di Carlo Lizzani, da cui sarà diretto in altri 2 film (Ai margini della metropoli e Cronache di poveri amanti). O che sia stato davanti alla macchina da presa anche per Francesco Citto Maselli, in quel capolavoro che è Gli Sbandati, per poi tornare a farsi dirigere anche in La donna del giorno. O che, mentre il suo ultimo film da regista è stato L’industriale (2011), non abbia mai smesso di coltivare la sua carriera da attore, offrendosi ancora, ad esempio, nel 2016, per una partecipazione al verdoniano L’abbiamo fatta grossa.

Giuliano Montaldo ritira il David di Donatello 2018 come Miglior Attore Non Protagonista per Tutto quello Che Vuoi (F. Bruni, 2017)

Ma è nel 2018 che si ha la svolta. Che, in realtà, era iniziata sul finire del 2016 con le riprese e nel maggio 2017 con l’uscita in sala di quello che è stato il suo ultimo film da attore. Stiamo parlando di Tutto Quello Che Vuoi, film con cui (sembra assurdo anche solo pensarlo) vince il suo primo e unico David di Donatello come Miglior Attore Non Protagonista. Prima di allora, l’Accademia del Cinema Italiano gli aveva tributato solo un David alla Carriera (nel 2007, cosa che, per fortuna, non lo ha frenato successivamente dal dirigere altri due lunghi e due documentari e di intepretare altri 4 film come attore). Ritirando la statuetta, davanti alla platea visibilmente commossa, Giuliano Montaldo ha avuto modo di dire:

Ho iniziato 66 anni fa. Se il David di Donatello lo avessi preso nel ’60, invece di fare la vita faticosa del regista, avrei fatto quella noiosissima dell’attore. Perché il regista ha sempre da fare qualcosa, Appena l’attore ha finito se sue inquadrature […] può tornarsene in roulotte.

Il ringraziamento finale che il regista/attore Montaldo fece da quel palco per il prestigioso premio appena ritirato è quello a cui sentiamo di volerci unire anche noi. Non solo per averci offerto un ultima, grande, interpretazione di Giuliano Montaldo. Ma anche perché, con il suo Tutto Quello Che Vuoi, Francesco Bruni ci ha regalato quella che non esitiamo a definire la commedia perfetta. A cui sarà difficile non fare riferimento costante nelle nostre future visioni. E molto di questo lo si deve proprio al personaggio del poeta Giorgio Gherarducci, cui Giuliano Montaldo presta il volto (e il cappello).

Il trailer di Tutto Quello Che Vuoi. Il film è nuovamente disponibile su Raiplay

Il film (nuovamente disponibile su RaiPlay) racconta la nascita e lo sviluppo di un’insolita amicizia, che nasce tra l’anziano e affetto da Alzheimer (dici che s’attacca?) Giorgio con il 22enne, svogliato e scapestrato, Alessandro, che si ritroverà (costretto dal padre, che vuole cercare di farlo allontanare dalla strada e dalle cattive compagnie) ad improvvisarsi badante di quest’uomo che nemmeno conosce (Immagino tu non sappia niente. Nessuno sa niente dei poeti. E forse è meglio così). Così Alessandro accetterà di diventare Carlo (pur continuando a rivendicare chi è, in una serie di ripetuti Aridaje co sto Carlo. So Alessandro io), un nome dietro cui si cela, in parte, la confusione di Giorgio, ma anche il fatto che la malattia lo porti a rivivere più nitidamente il suo passato che il suo presente e che il contatto quotidiano con quel giovane fa riaffiorare. Giorgio/Montaldo diventa così un portale tra due dimensioni temporali, inizialmente contrastanti e che solo poi imparano a convivere: quella dei ricordi della guerra e della resistenza sui monti dell’appennino Tosco-Emiliano (una parte del film viene girata nelle valli del Comune di Porretta Terme, sul versante appenninico emiliano), dell’incontro di un giovane adolescente pisano con un gruppo di soldati americani che diventano rifugio e famiglia (e qui abbiamo un richiamo al passato di giovane partigiano del padre del regista Francesco Bruni, alla cui vita il film è ispirato e dedicato); e quella di una gioventù che vive stancamente le proprie giornate a bere birra e non fare niente tra i tavolini di un bar o i gradini di una fontana nel centro di Roma. Quei ragazzi non sanno nulla dei poeti e quel poco che conoscono sui fatti della Seconda Guerra Mondiale lo hanno imparato più dai videogiochi che dai libri di scuola (è una vita che giochi alla Play e ancora non sai che gli americani sono i buoni e i nazisti i cattivi?). Alessandro, Riccardo, Tommi e Leo a stento hanno interesse ad occuparsi di loro stessi. Come mai potrebbero prendersi cura di un uomo anziano che a stento capiscono quando parla? Lui così forbito nelle sue espressioni, loro che al massimo sanno ribattere alle sue domande con un generale abbozzi, Professò.

Eppure, è intraprendendo insieme un viaggio, andando a scoprire di più sui tesori nascosti di quel passato fino ad allora per loro ignoto ed incomprensibile, che i quattro giovani comprenderanno pienamente loro stessi. Saranno le ore trascorse a leggere il giornale o a passeggiare per i viali o chiacchierare seduti alle panchine di Villa Sciarra che Alessandro scoprirà che non tutto è perso a priori. Che attraverso versi e parole inizialmente incomprensibili è possibile trovare la via per spiegare l’amore (L’amore è un parolone. La poesia è una cosa. La vita è un’altra. Nella poesia puoi ammare chi vuoi. Nella vita ami solo la persona che ti è accanto). O, semplicemente e in modo ancora più sconvolgente, che nella condivisione con l’altro, con chi è più grande di noi o, più in generale, nella comprensione di ciò che sono stati la nostra Storia e il nostro passato, che possiamo trovare la chiave per comprendere il nostro presente ed attuare più consapevolmente le scelte che ci guideranno nel futuro.

Andrea Carpenzano, Francesco Bruni e Giuliano Montaldo in un’imagine promozioale di Tutto Quello Che Vuoi (F. Bruni, 2017)

In Tutto Quello Che Vuoi colpisce la scelta (vincente e fortemente voluta dalla Casting Director del film, Chiara Natalucci) di voler affiancare ad un attore veterano e del calibro di Giuliano Montaldo, un giovane al suo esordio cinematografico come Andrea Carpenzano. Ma, anche guardando alla stazza fisica dei due (uno possente e, seppur anziano, sempre dritto nella postura e composto nei movimenti; l’altro alto e magrissimo, con l’andatura scomposta tipica di tanti ragazzi e una miriade di tatuaggi a pretendere di etichettarlo), sarebbe difficile ipotizzare una coppia cinematografica meglio assortita. Giorgio/Giuliano è il perfetto Maestro per quell’Alessandro/Andrea che inizia a prendere consapevolezza di sé solo dopo quell’incontro fortunato. Come Giorgio lascia che sia Alessandro ad accompagnarlo nelle sue sgambate quotidiane, qui Giuliano Montaldo sembra voler prendere sottobraccio l’esordiente Andrea Carpenzano, accompagnandolo a fare i suoi primi passi in quella vita noiosissima dell’attore che ha appena iniziato ad intraprendere. Così succede che quel Posso, che è la battuta finale di Alessandro, sembri quasi una timida richiesta di ingresso nel mondo del cinema di Andrea.

La carriera, sia come regista che come attore, di Giuliano Montaldo parla da sè e il film di Francesco Bruni altro non è che uno splendido testamento che un grande protagonista del cinema ha modo di lasciare con la sua interpretazione. Quella, nata proprio da quell’incontro, di Andrea Carpenzano lo ha già visto arrivare al Festival di Berlino con La terra dell’abbastanza (l’esordio alla regia di quei Damiano e Fabio D’Innocenzo che, con il loro recente Favolacce, sono sempre più in odore di diventare una parte importante del futuro del cinema italiano) o dimostrare di essere adatto ad interpretare ruoli anche in serie tv mainstream (vedi gli Immaturi, da un’idea Paolo Genovese, per la regia di Rolando Ravello) o in commedie di profondo respiro, come è stato per il recente (e, ugualmente, esordiente) successo alla regia di Leondardo D’Agostini per Il Campione. Ma Carpenzano ci ha dimostrato di essere portato anche per il cinema breve, andando ad interpretare il ruolo del protagonista (insieme alla bravissima Daphne Scoccia) nel cortometraggio Via Lattea di Valerio Rufo. Dobbiamo, invece, ancora aspettare per sapere se e quanto il prossimo film di Francesco Bruni (il quarto da regista per lui, con Kim Rossi Stuart nei panni del suo nuovo – e parzialmente autobiografico – protagonista) saprà eguagliare la poesia e la perfezione che abbiamo riscontrato in Tutto Quello Che Vuoi. Sappiamo che il titolo (forse ancora provvisiorio) dovrebbe essere Andrà tutto bene e che è tra quei film che, a causa dell’emergenza coronavirus, hanno dovuto rimandare la propria uscita in sala (inizialmente prevista per il 19 marzo 2020). Ma siamo abbastanza certi di condividere questa trepidante attesa con chi (come noi) ha profondamente amato Tutto Quello Che Vuoi. Al momento, non ci resta che fermarci tutti sulla panchina, immaginando di stare a chiacchierare di cinema, di giovani e promettenti centrattacco di valore della serie A o di poesia e storia, seduti tra Giorgio ed Alessandro. E chiudere con una delle frasi finali del fim: Si è fatto tardi, amici. Devo andare. E se esiste un Dio, fa che sia buono.

di Joana Fresu de Azevedo