I fari fin dall’antichità son sempre serviti a portare al sicuro i marinai, a indicar loro anche nella tempesta più intensa dove si trovasse la terra, la salvezza. Potremmo definirli la luce in fondo al tunnel: la consapevolezza che c’è altro anche nel momento più oscuro e dobbiamo solo procedere. Ad assicurarsi dell’efficienza della struttura, dapprima alimentando i falò quando questi funzionavano con il fuoco e successivamente rifornendo il combustibile della lampada, era il guardiano del faro, figura che con il tempo si è persa per l’automazione del sistema (l’ultimo in America ha cessato il servizio nel 1990). Un autore rimasto a dir poco stregato dal faro e dalla figura che lo controllava fu Edgar Allan Poe, che vi dedicò un racconto, Il faro, che però non riuscì a completare a causa della morte prematura. Se prima questi baluardi di luce erano stati romanticizzati come ad esempio in Al faro di Virginia Woolf, nel frammento che ci è rimasto dell’ultima opera di Poe troviamo la calma apparente in cui vive il guardiano del faro sfociare nella solitudine e nella paranoia più totalizzanti.

All’origine di The Lighthouse troviamo proprio il racconto di Edgar Allan Poe: il film nacque con il desiderio di Max Eggers di modernizzarlo, ma poi quando si presentò la possibilità di collaborare con il fratello, Robert, reduce dal successo di The VVitch, la storia tornò ad essere ambientata sul finire del diciannovesimo secolo, ma avvicinandosi più a racconti come Il cuore rivelatore (oggetto di un cortometraggio dello stesso regista). Al centro di The Lighthouse troviamo Ephraim Winslow (Robert Pattinson in una delle performance migliori della sua carriera), un giovane che dopo aver lavorato come boscaiolo in Canada accetta di trasferirsi su una piccola isola vicino alle coste del New England per fare da aiutante a un guardiano del faro irritante e ubriacone, Thomas Wake (Willem Dafoe). Nel corso delle quattro settimane previste dal contratto la convivenza tra i due uomini si fa sempre più complessa. Thomas lascia i compiti più difficili al giovane: pulire le loro dimore, rifornire il carburante, trascinare taniche. Tra tutti i suoi ordini sorge un grande divieto: non entrare mai nella stanza di guardia dove c’è la lanterna. Lo avvisa che in quella luce c’è un sortilegio, ma quelle parole sono solo fumo per Ephraim che finisce per seguire il suo capo e spiarlo per capire cosa si nasconda dietro tutto questo. Quella luce in breve tempo diventa un’ossessione, l’unico sogno nel grigiore dell’isola. Nelle settimane che seguono la lucidità dei due uomini inizia presto a mancare tra alcool e allucinazioni.

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Willem Dafoe e Robert Pattinson in una scena di The Lighthouse

Per il suo secondo film alla regia, Robert Eggers grazie all’aiuto del suo direttore della fotografia di fiducia, Jarin Blaschke, usa un aspect ratio di 1.19:1, una dimensione usata da Fox agli albori del sonoro con il sistema Movietone. Il formato quasi quadrato, estremamente ristretto, evidenzia la natura estremamente claustrofobica dell’opera, l’impossibilità di allontanarsi da quell’isola e da quel faro. A rievocare il passato non è solo il formato ma anche la scelta di girare in bianco e nero, elemosinando alla Kodak della pellicola andata fuori produzione e usando delle lenti dei primi anni del ventesimo secolo.

The Lighthouse è un film fastidioso che sa di esserlo e vuole esserlo. La sirena che suona forte in continuazione, i versi striduli dei gabbiani, le urla, le flatulenze di Thomas Wake: tutti i rumori sono forti e assordanti. Se al contrario di un altro film in costume come Ritratto della Giovane in Fiamme decide di mantenere la colonna sonora (a cura di Mark Korven), questa però serve ad amplificare i suoni, muovendosi tra elettronica e musica classica per perpetuare quell’atmosfera di disagio fisico e psichico che vivono i due protagonisti.

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Robert Pattinson e Willem Dafoe in una scena di The Lighthouse

Tutta questa cura dei dettagli, riflessa sia dal sonoro che dalla regia, sarebbe stata vana se per i ruoli di Ephraim Winslow e Thomas Wake non fossero stati scelti rispettivamente Robert Pattinson e Willem Dafoe. Il primo ha già dimostrato di essere uno degli attori più capaci e versatili della sua generazione e qui riesce ad elevare ulteriormente quella paranoia che aveva portato brillantemente sullo schermo in Good Time dei fratelli Safdie. Il secondo invece riesce ancora dopo quarant’anni di carriera a sorprendere lo spettatore, dando a Thomas quella ferocia che raramente Dafoe ha avuto modo di mostrare negli ultimi titoli della sua filmografia.

The Lighthouse vuole intrappolare lo spettatore, invitarlo a guardare nell’abisso per poi buttarcelo dentro. Desidera farlo scendere in un tunnel fatto di disperazione, caos, confusione, immagini sul filo del rasoio tra realtà e follia. È un viaggio nella paranoia di due uomini che si lascia aperto a ogni interpretazione senza guidare il pubblico in una direzione precisa o dando risponde perentorie. È un viaggio in mare aperto dove il faro rappresenta tutt’altro che la salvezza.