Presentato in anteprima al Torino Film Festival 2019. Una delle anteprime esclusive che si è aggiudicata la piattaforma Raiplay. Una produzione della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté, con il supporto di Vivo Film per la produzione esecutiva. Uno dei film che sta contribuendo ad arricchire la qualità della proposta streaming che le piattaforme stanno mettendo in campo per accompagnare il pubblico cinefilo, orfano dell’esperienza di sala ormai da quasi tre mesi. Stiamo parlado di L’ultimo piano e, senza paura di esagerare, vi diciamo anche che è un film di cui forse avete sentito parlare poco. Ma che, assolutamente, vi consigliamo di guardare.

L’ultimo piano è in esclusiva su Raiplay

Non facciamoci ingannare dal fatto che il progetto del film nasca e sia stato realizzato interamente dalla e nella Scuola Volontè, con la preziosa supervisione del suo Direttore Artistico, il regista Daniele Vicari. Perché L’ultimo piano non è un saggio finale di diploma degli allievi dellanota scuola di cinema romana, ma un vero e proprio film collettivo. Qui abbiamo 9 giovani registi esordienti, ognuno dei quali ha plasmato le conoscenze acquisite, il proprio senso registico, il proprio sguardo e sentire e lo ha messo al servizio prima degli altri colleghi e poi del film stesso. E per questo meritano tutti di essere citati: sono Giulia Cacchioni, Marcello Caporicci, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, Sabrina Podda e Francesco Ferrari. Collettiva e sempre ad opera di allievi della Scuola anche la sceneggiatura, che ha visto coinvolti 8 giovani sceneggiatori: Fatima Bernardi, Flavia Bruscia, Sofia Cocumazzo, Francesco Lo Grippo, Giacomo Laporta, Marco Minciarelli, Giorgio Maria Nicolai e Nimai Serrao.

L’ultimo piano è interamente realizzato dagli allievi della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté, sotto la supervisione del Direttore Artistico Daniele Vicari

Non mettiamo in dubbio il fatto che non debba essere stato facile per il seppur bravissimo Daniele Vicari, supervisionare il lavoro di 9 registi e 8 sceneggiatori. Ma è un dato di fatto che questi ragazzi abbiano lavorato con uno standard professionale di altissimo livello, riuscendo a donare a L’ultimo piano una uniformità registica e narrativa di assoluto pregio, non solo considerando le tante, diverse teste coinvolte, ma anche l’età e la provenienza di questo variegato cast tecnico, che ha dovuto coordinare (oltre ai propri sodali alla regia e alla sceneggiatura) le altre maestranze (fonici, direttori della fotografia, costumisti) in campo, ugualmente tutte provenienti dalla Scuola Volontè.

Solo all’apparenza non molto originale la trama, che potrebbe risultare ad uno sguardo superficiale come l’ennesima storia sul precariato della nostra società. Ma, lasciandosi trascinare dallo sviluppo narrativo, ci apparirà evidente che decisamente innovativo è il modo in cui in L’ultimo piano si procede nel racconto e nell’approfondimento dei personaggi. La precarietà che raccontano non è tanto un emblema per una denuncia sociale, in quanto scaturisce dalla volontà di raccoltarla per quella che è: la loro realtà, ciò che plasma le loro (nostre) esistenze. Non qualcosa caduto dall’alto di un sistema lavorativo e politico, quanto ciò che ognuno di loro (di noi) è e vive nel proprio quotidiano. Così ci portano nelle vie della profonda periferia romana, nella Tor Marancia al massimo conosciuta per i suoi incredibili murales, ma di certo non per l’asfissia provata (e che percepiamo perfettamente guardando le immagini del film) camminando tra quei mostri di cemento armato tipici della peggiore edilizia popolare italiana degli anni Sessanta e Settanta. Qui sta il palazzo (non esplicitato, ma probabilmente occupato) che ospita il fulcro di tutta la narrazione: quell’ultimo piano in cui convivono quattro diverse anime, ognuna delle quali porta le proprie pene e i propri segreti, ma tutte unite da un comune denominatore. Quello di sentirsi dimenticati al di fuori di quelle mura e di riuscire ad esistere veramente solo all’interno di quelle stanze.

A rappresentare, pienamente, questa idea, abbiamo il personaggio del proprietario dell’appartamento, Aurelio. Ex bassista di un gruppo punk ormai scioltosi da anni e che nessunno ricorda più. Ma che lui fa rivivere, in modo compulsivo, grazie ad una serie di registrazioni che non smette di ascoltare. Giorno e notte. Il tempo e lo spazio per Aurelio non esistono più. Esistono solo il ricordo di ciò che è stato, le voci dal passato che gli tengono fittiziamente compagnia attraverso quei nastri e le pareti dell’ultimo piano in cui si è rifugiato, rifiutando fino allo stremo anche solo di varcarne la porta. Ad interpretare questo personaggio un attore troppo spesso dimenticato come Francesco Acquaroli. Ma che non possiamo non considerare come uno dei grandi innterpreti del nostro cinema, come peraltro ci ha dimostrato anche nelle sue passate interpretazioni in film come Diaz o Sole, cuore, amore (entrambi proprio di Daniele Vicari), ma che è difficile da dimenticare anche per il suo aver prestato il volto al personaggio del Commissario Gallatro nella trilogia di Smetto Quando Voglio di Sydney Sibilia. Una profondità espressiva mai scontata e sempre d’impatto. Che qui riesce a sublimare in una serie di scene in solitaria in cui è evidente la qualità della sua recitazione.

Francesco Acquaroli in una scena del film

Non da meno, a dire il vero, risultano le interpretazioni degli altri giovanissimi attori che compongono il cast di L’ultimo piano. Parliamo, ad esempio, di Simone Liberati, ex allievo proprio della Scuola Volontè, che il pubblico del grande schermo ha iniziato a conoscere grazie alla sua partecipazione in film di successo quali La profezia dell’Armadillo (presentato nel 2018 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e tratto dal celebre graphic novel di Zerocalcare) e Bangla (film con cui il regista Phaim Bhuyan ha ottenuto il David di Donatello 2019 come Miglior Regista Esordiente). Qui Liberati è Mattia, runner (categoria che ben abbiamo imparato a conoscere in questi mesi, ma che già da tempo è spesso uno dei pochi sbocchi lavorativi per tanti giovani) per una catena di cibo messicano, che vive la sua vita sempre di corsa, tra una pedalata convulsa per le vie trafficate della città e qualche amore occasione. E che sarà costretto a guardare dentro a se stesso e al rapporto che (non) riesce ad instaurare con gli altri proprio quando sarà costretto a fermarsi.

Anche Marilena Annibali è una dei volti della Scuola Volontè di cui, nonostante abbia già ricoperto il ruolo della protagonista nella serie Neflix Luna nera, è ancora allieva. In L’ultimo piano è Flora, una giovane donna, il cui lavoro occasionale come barista in un pub risulta molto meno precario di quanto non siano le sue relazioni amorose o il suo essere amdre assente e distratta. Dopo averla vista in questo film (cercando di dimenticare la pochezza complessiva della non riuscita serie che ha interpretato, ma ricordando che tutte le cople non ricadono sulla sua interpretazione), ci sembra difficile non pensare ad un più che roseo futuro nel campo della recitazione per la Annibali.

L’allieva della Scuola Volonté Marilena Annibali nel cast di L’ultimo piano

Merita attenzione anche la giovane attrice ucraina Yuliia Sobol, anche lei non alla prima esperienza cinematografica (l’abbiamo già vista in I figli della notte di Andrea de Sica e in Il ragazzo invisibile – Seconda generazione di Gabriele Salvatores), ma che offre al personaggio della studentessa Diana una struggente intensità. A lei il compito di raccontarci la storia di questa ragazza che fatica a tenere il ritmo frenetico degli appelli d’esame, che mente al padre per non deluderlo visti gli enormi sforzi che fa per permetterle gli studi, ma che scopre di poter essere se stessa in quella nuova, seppur sgangherata, famiglia che trova in quell’ultimo piano dove si è appena trasferita.

Queste quattro disordinate vite verranno ulteriormente sconvolte dall’improvviso arrivo di un nuovo inquilino, che riuscirà a portare nel loro quotidiano ciò che più mancava loro: la gioia di poter abbandonare i propri individualismi, trovando nell’altro non un nemico, ma un supporto.

L’ultimo piano è un film sicuramente non perfetto. Un po’ sbrigativo in alcuni sviluppi narrativi sui personaggi; qualche lungaggine di troppo, sopratutto nelle inquadrature degli esterni, non sempre abbastanza definite. Ma è indubbiamente una visione che non può essere persa. Perché, oltre all’innegabile pregio cinematografico che lo eleva ad una delle migliori produzioni italiane della passata stagione, dimostra quanto enorme sia il valore di una delle nostre principali scuole di cinema, capace di garantire una altissima professionalità in tutti i campi del settore. Il merito, indubbiamente, è di tutti i ragazzi che hanno aderito al progetto. Ma non può che essere allargato ai loro docenti e responsabili, che hanno saputo formarli e, soprattutto, fidarsi delle loro capacità. E’ così che tutti i giovani autori potranno sentirsi un po’ meno precari: nella consapevolezza che c’è chi ha saputo credere in loro.

di Joana Fresu de Azevedo