Gianni Boncompagni una volta disse molto eloquentemente

Con i reality abbiamo toccato il fondo della volgarità. Hanno un solo merito: sono laici, senza censure. È la vita di tutti i giorni mandata in onda. Chi li ha ideati è stato un genio.

I reality secondo molti hanno rovinato la televisione, monopolizzando i palinsesti e influenzando le menti delle giovani generazioni apparentemente prive di giudizio proprio. Eppure, il loro tentativo di portare sul piccolo schermo una versione esageratamente costruita della vita è proprio ciò che li rende puro escapismo. Nel panorama italiano questi programmi sono principalmente relegati a canali specializzati: il riferimento è soprattutto a Real Time che tra format originali e altri di esportazione ci ha fatto appassionare a trasformazioni degne di Cenerentola, avventure di pasticcieri, matrimoni al limite del paranormale e single alla ricerca dell’amore. L’oggetto della più feroce critica dell’opinione pubblica è invece l’offerta più generalista: Temptation Island, L’isola dei famosi e il Grande Fratello in tutte le sue varianti. Se tutti conoscono questi titoli, un’oasi inesplorata per quello che riguarda il reality è invece Netflix che tra film, serie e documentari ha anche un’offerta di tutto rispetto per i fanatici del genere. Questo articolo vuole essere una guida semiseria e non-onnicomprensiva ai titoli disponibili sulla piattaforma.

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Alcuni dei look realizzati dai concorrenti della prima edizione di Glow up

Glow up

Andato in onda su BBC Three, Glow up è una creatura strana, figlia di Project Runway, Masterchef e con un tocco di Carla Gozzi ed Enzo Miccio. Al centro di tutto ci sono dieci make-up artist che combattono per ottenere una vera possibilità di avere una carriera in quell’industria. Le minichallenge ci portano dalla London Fashion Week agli studi dove son stati girati i film di Harry Potter, mentre le challenge più lunghe ad eliminazione sono noiose e forse troppo lunghe. Ad elevare il programma ci pensano le personalità dei concorrenti e l’esuberante giudice, la Global Makeup Director di L’Oreal Paris Val Garland, che complimenta i look che le son piaciuti di più urlando DING DONG. Ad affossare il programma ci pensano le eliminazioni prevedibilissime. Voto: 7 su 10.

Next in Fashion

Next in Fashion è il tentativo di Netflix di replicare il già citato Project Runway senza riuscire ad emulare l’iconicità dell’originale. Nelle mani dei conduttori Tan France (di cui riparleremo più avanti nel paragrafo dedicato a Queer Eye) e Alexa Chung, la competizione tra i designer di moda per ottenere un premio di 250.000 dollari e la possibilità di avere la propria collezione sul celebre rivenditore di alta moda Net-a-porter viene spogliata da tutta la rivalità che dovrebbe contraddistinguere questo genere di programma. I concorrenti, alcuni emergenti altri meno (Daniel W. Fletcher ad esempio è il Direttore artistico della collezione Uomo di Fiorucci, quindi non proprio il primo sconosciuto), sono divisi in coppie per i primi cinque episodi e così tra collaborazioni e amicizie, si perderà la competitività ma si acquista un’atmosfera più tranquilla che permette al programma di distinguersi dalla sua fonte di ispirazione. Da segnalare la creatività e la dolcezza di Angel Chen e Minju Kim e il talento nostrano di Angelo Cruciani. Potrebbe essere meglio ma si lascia guardare. Voto: 6 su 10.

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A sinistra uno dei disastrosi tentativi di imitazione culinaria di Nailed it!

Nailed it!

Se vi siete fatti mai paranoie nella vostra vita perché non siete capaci di cucinare un croquembouche degno di un episodio di Masterchef, Nailed it! è il programma che fa per voi. È uno show culinario con un focus sui prodotti dolciari che vede come concorrenti persone che a malapena sanno fare un biscotto. In ogni episodio i tre disgraziati di turno si trovano a dover ricreare sotto lo sguardo attento e dissacrante della comica Nicole Byer, del maestro cioccolatiere Jacques Torres e di un guest judge un’opera d’arte fatta a torta, biscotto, cake pops o chi più ne ha più ne metta. A vincere è il meno peggio, l’a-malapena-commestibile, il vagamente-somigliante. Nailed it! è il caos più totale, ma è anche una delle proposte originali più divertenti di tutto Netflix. Lo show adesso ha una versione messicana, una spagnola, una francese e una tedesca, ma non lasciatevi trarre in inganno: l’originale è la migliore. Voto: 10 su 10.

Sugar Rush

Restando sul binomio dolci-caos troviamo Sugar Rush, ma questa volta i concorrenti sono delle persone che cucinano di mestiere quindi le aspettative si alzano. Le quattro coppie di pasticcieri che si affrontano ogni puntata devono dimostrare di essere veloci e organizzati in cucina in modo da accumulare più tempo possibile per la sfida finale. Questo semplice spunto lo aiuta a differenziarsi dalla massa degli show culinari, ma non a diventare memorabile. Voto: 6 su 10.

Flower Fight & L’arte soffiata

Ogni anno su Netflix esce uno show competitivo su un’arte totalmente inaspettata, distante da quella culinaria che ha monopolizzato il genere. Per questo in questa sezione segnalo due perle dell’offerta della piattaforma: Flower Fight e L’arte soffiata. Il primo vuole assomigliare in tutto e per tutto a Bake Off, dalla struttura alle descrizioni delle loro creazioni con bozzetti e voice over, ma al posto delle torte le coppie di concorrenti devono creare grandi sculture floreali sui più disparati soggetti. Il secondo invece ci aiuta a scoprire l’arte del vetro soffiato grazie a dieci artisti dell’ambito. Entrambe le serie si prendono il tempo di spiegare queste tecniche, sicuramente apprezzate ma poco conosciute nelle loro specifiche dal grande pubblico. Se Flower Fight si distingue per l’assoluta pazzia, L’arte soffiata rimane più austero e pacato nello stile. Se vi piace imparare qualcosa dai programmi che guardate anche per svago, questi due fanno al caso vostro. Voto: 8 su 10.

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I Fab Five: da sinistra a destra Bobby Berk, Tan France, Antoni Porowski, Jonathan Van Ness e Karamo Brown.

Queer Eye

Queer Eye è il reboot del programma di Bravo (andato in onda in Italia su Paramount Comedy) Queer Eye for the Straight Guy (che vide anche un rifacimento italiano tra 2003 e 2004 intitolato I fantastici 5 su LA7). La premessa è semplice: partendo dallo stereotipo legato all’uomo gay che lo vede come esperto di bellezza, moda, stile e portavoce del buon gusto, troviamo una squadra chiamata Fab Five che realizza un make-better solitamente di un uomo eterosessuale, cercando di rivoluzionare ogni aspetto della sua vita. I cinque esperti del reboot di Netflix sono Antoni Porowski, esperto di cucina; Tan France, di cui abbiamo parlato prima in Next in Fashion, esperto di moda; Jonathan Van Ness, esperto di cura personale (e presentatore di Gay of Thrones, un bellissimo commento settimanale agli episodi di Game of Thrones disponibile su Funny or Die); Karamo Brown, definito esperto di cultura (a voi l’interpretazione) e Bobby Berk, esperto di design di interni. Se lo stereotipo a cui si rifà è ormai datato per il giorno d’oggi, lo show riesce a comunque ad essere coinvolgente e a commuovere spesso. Alcuni consigli forniti dagli esperti son diventati addirittura virali, come il french tuck delle camicie di Tan. Voto: 8 su 10.

Selling Sunset

Se avete mai visto una puntata di Cercasi casa disperatamente o di Fratelli in Affari e vi siete detti Bello, ma vorrei fosse una soap opera con gente schifosamente ricca, non vi preoccupate: Selling Sunset è il reality che fa per voi. La serie segue il gruppo Oppenheim, leader per quel che riguarda la compra-vendita di proprietà sulla Sunset Boulevard. Al centro di tutto però non ci sono i gemelli fondatori del gruppo, ma le agenti immobiliari che lavorano per loro. L’equilibrio già instabile tra le quattro (tutte che per atteggiamento e aspetto sembrano delle distanti parenti di Paris Hilton) viene minato dall’arrivo di Chrishell. Proveniente dal lontano Kentucky e trasferitasi a Los Angeles per diventare un’attrice, ha deciso di prendere la licenza per esercitare la professione di agente immobiliare per puro passatempo all’inizio per poi appassionarsi e decidere di farlo diventare il suo lavoro. Entra nell’ufficio portando regali per il chihuahua Zelda che bazzica tra le scrivanie e subito una delle ragazze nel confessionale attacca il suo essere lecchina e il suo vestirsi à la Driving Mrs Daisy. Insomma, non avrà vita facile là dentro. Tra drammi amorosi, frecciatine, clienti inopportuni, cantieri e case da favola, Selling Sunset sembra un Dinasty per gli agenti immobiliari. Se ci vuole distrarre è forse uno dei programmi migliori. Voto: 7 e ½.

Awake – The Million Dollar Game

Awake – The Million Dollar Game è uno di quei programmi che ti viene da chiedere perché esistano. Sembra un episodio di Black Mirror per la sua folle premessa: i concorrenti stanno svegli per 24 ore filate a contare cifre astronomiche di denaro divise in centesimi e poi arrivano nello studio televisivo dove li aspettano delle prove volte a testare come la loro velocità di reazione e il loro cervello saranno disposti a collaborare dopo così tanto tempo senza dormire. Le sfide cambiano di puntata in puntata, ma l’incubo rimane. Vorrei solo regalare un letto a ogni concorrente per salvarlo da questa follia. Voto: 6 su 10.

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Un esempio dell’intelligenza sfoderata dai concorrenti di Too Hot to Handle

Too Hot to Handle

Too Hot to Handle è un lontano parente di Temptation Island, ma tutti i concorrenti sono single, giovani, mediamente stupidi e allergici alle relazioni stabili. Allora da dove viene il fattore tentazione? Dopo un giorno sull’isola tropicale sfondo del reality, un’assistente vocale molto simile all’Alexa di Amazon annuncia che i concorrenti hanno la possibilità di vincere 100,000 dollari se rinunceranno a qualsiasi atto anche solo vagamente sessuale (persino i baci sono vietati). Lo scopo è quello di insegnare loro a creare dei veri rapporti che vadano oltre la pura attrazione fisica, aiutati anche da workshop con esperti (forse l’aspetto meno trash dell’intero programma). Se qualcuno decide di infrangere le regole, tutti ne pagheranno le conseguenze, vedendosi scalati soldi dal montepremi finale (ad esempio un bacio viene 3000 dollari). Lo show potrebbe essere interessante, ma dopo lo spunto principale non sembra ricordarsi di essere un reality. Le eliminazioni ci sono raramente e seguono criteri poco chiari, vengono introdotti nuovi concorrenti a pochi episodi della fine senza che questi abbiano un vero scopo. Potrà essere divertente, ma richiede una direzione più precisa per durare nel tempo. Voto: 5 su 10.

Love is Blind

Sì, ciao mamma, ho deciso di sposarmi con un uomo che fino a due minuti fa non avevo mai visto e di cui mi sono innamorata avendo solo sentito la voce. Puoi aiutarmi ad organizzare il matrimonio? Vorrei scherzare ma la premessa di Love is Blind è più o meno questa. I concorrenti si conoscono e si innamorano (alcuni arrivano addirittura a dirsi ti amo) in tre giorni senza mai vedersi. Poi arrivano le proposte di matrimonio e SOLO DOPO il vero incontro. Tutti sono belli se si sono seguono i canoni standard della bellezza quindi non può andare male sotto quel punto di vista, ma i giorni che li separano dal matrimonio saranno tutto fuorché semplici. Tra fughe dall’altare, genitori non proprio benevoli e persone che cercano solo qualcuno che paghi tutti i loro debiti, Love is Blind è a dir poco assurdo e se non fosse per una coppia dalla chimica indiscutibile potrebbe farci smettere di credere nell’amore. Voto: 6 su 10.

The Circle

The Circle è figlio del Grande Fratello e di Catfish, ma con vaghe tinte da episodio di Black Mirror. Si tratta dell’adattamento americano dell’omonimo format inglese. Il reality si concentra sui social media e sul loro potere, su come spesso ci aiutano ad apparire diversi da quello che siamo veramente. I concorrenti sono isolati ciascuno nel loro appartamento e l’unica possibilità che hanno di interagire l’uno con l’altro è attraverso un social chiamato The Circle. All’inizio sono invitati a creare un proprio profilo e hanno la possibilità di scegliere se interpretare loro stessi o una persona completamente diversa. Dovranno cercare di essere il più credibili possibili, stringere alleanze e di non farsi bloccare dagli Influencer del gioco. Un unico dubbio mi sorge spontaneo circa l’expertise nei social dei concorrenti: perché finiscono tutti i messaggi (che aggiungo, devono dettare parola per parola al loro televisore per poterli inviare) con hashtag a caso come se fossero dei post di Instagram? La versione americana tende ad assomigliare a una soap opera per gli intrecci amorosi che si sviluppano a un certo punto. Netflix ha realizzato anche altre versioni, una brasiliana e una francese. Se la prima assomiglia fin troppo all’originale, la seconda riesce a distinguersi per l’estrema competitività e strategia dimostrata dai concorrenti. Se dovete sceglierne una sola, guardate The Circle France: non ve ne pentirete. Voto: 8 e ½ per la Francia, 7 e ½ per gli altri.