Quello che stiamo vivendo è un periodo di profondi cambiamenti. L’emergenza corona virus ha radicalmente sconvolto e modificato le nostre abitudini. Questo è successo anche per quanto riguarda il nostro modo di guardare al cinema. Ad esempio, se non ci fosse stato il lockdown, con Letizia ci saremo potute trovare nella stessa città; avremo potuto guardare la programmazione delle diverse sale e scegliere insieme quale film vedere. Prima di entrare a prendere posto nelle nostre poltroncine, avremo preso dei pop corn e una bibita; ci saremo sedute, in attesa che lo schermo si spegnesse, e avremo guardato un film per entrambe molto atteso. Ma nemmeno una pandemia mondiale può fermare due appassionate cinefile. E così con Letizia siamo rimaste ognuna nella sua città; abbiamo guardato la programmazione delle diverse piattaforme di streaming VOD che stanno vivendo una nuova vita di notorietà e diffusione (laddove non sono nate proprio durante il periodo più buio della Fase 1, per riuscire a cavalcare l’onda di quel pubblico diventato casalingo e assetato di Cinema) e scelto insieme il film da vedere. Un film che entrambe aspettavamo con ansia, in quanto opera prima alla regia di un attore molto amato da tutte e due. Parliamo dell’austriaco (ma ormai, grazie alle sue numerose incursioni hollywoodiane e, soprattutto, a successi quali il tarantiniano Bastardi senza gloria o la sua interpretazione nel Carnage di Roman Polanski) Christoph Waltz e del suo Georgetown, disponibile su diverse piattaforme (grazie a Vision Distribution e Federica e Fulvio Lucisano) dal 19 maggio.

Il trailer di Georgetown (C. Waltz, 2019)

Quello che leggerete è un format nuovo per Kontainer16: una recensione a quattro mani. Nata da una visione condivisa, seppur a distanza, dello stesso film. Nata tra preparazioni su Messanger, scambio di file doc tra un impegno lavorativo di una e uno zoom meeting dell’altra, per finire su una chat di Whatsapp a commentare il film. Di sicuro, non il cinema come vorremo poterlo vivere. Con una profonda nostalgia per la sala, che ci manca ancora. Ma nella convinzione che il Cinema possa e debba essere ancora questo: condividere un’esperienza, viverla insieme ad altri.

E la scelta è andata su Georgetown anche per la voglia di evadere dalle nostre realtà da quarantena, partendo da una incredibile storia vera, che ci racconta il neo-regista di Christoph Waltz. Ulrich Mott è un omino di mezza età senza arte né parte: tedesco trapiantato a Washington D.C., vive di mezzucci ed espedienti aggirandosi per i quartieri bene e i salotti più chic della città, quegli ambienti dove il mestiere dell’alta diplomazia internazionale va a braccetto con cocktail, cene di beneficienza e una buona dose di oratoria autocelebrativa. Imbucatosi a una cena di corrispondenti dalla Casa Bianca, conosce l’anziana giornalista Elsa Breht, nome di spicco nel settore delle relazioni internazionali. Dopo un secondo incontro tra i due inizierà a instaurarsi un rapporto di stima e reciproca fiducia, un vantaggio che Ulrich non perderà occasione di sfruttare per dare una svolta alla sua vita.
Una vicenda di inganni e sotterfugi iniziati male e finiti peggio che vede al suo centro un uomo dotato di grande furbizia e privo di qualsiasi competenza riuscire a raggiungere pericolosissime vette di potere nella gestione degli equilibri internazionali americani. I fatti reali, narrati da Franklin Foernel sul New York Times con un articolo dal titolo The worst marriage of Georgetown ripercorrono nel dettaglio la sua storia: dall’ascesa alla caduta, con in mezzo tutte le maschere indossate, gli inganni perpetrati e i complotti teorizzati da questa macchietta da commedia umana per rendersi degno di uno status sociale che gli permettesse di apparire finalmente rispettabile agli occhi di sé stesso e delle élite di cui desiderava far parte.
Joana: Una storia vera, nonostante sia quasi assurdo pensare alla facilità con cui Mott sia riuscito ad ingannare tutti. O che sia risultato davvero credibile che potesse esistere un IPG Group – Gruppo di Persone Iminenti. Forse è qui che Watz si perde.
Letizia: Vero. Avrebbe tutti gli strumenti per portare sul grande schermo una storia già di per sé avvincente ed intrigante. Ma si perde in fumosi passaggi temporali e in una narrazione confusa.
Joana: Hai ragione. Si ha la sensazione che la trama sia un flusso di pensieri sparsi che vanno avanti e indietro nei ricordi. E data la vicenda già di per sé intricata lo spettatore fa fatica a districarsi tra ciò che è avvenuto nel passato e ciò che è narrazione del presente.

Con Georgetown Christoph Waltz debutta alla regina

Quindi, anche se, indubbiamente, versatilità del carattere e manipolazione della realtà saranno sembrate occasioni ghiottissime a Waltz, talento attoriale camaleontico come pochi che qui si veste da regista e attore protagonista: mettendo su un dramma umano in salsa da spy story, Waltz punta il tutto per tutto sulla capacità trasformistica del suo personaggio (e di sé stesso come attore), giocando sui ruoli, camuffamenti e travestimenti con cui Ulrich nutre la sua stessa ambizione di successo mentre si aggira per le stanze di potere e i salotti di Georgetown. Partendo dai tragici eventi che costituiranno anche il termine del suo viaggio seguiamo il percorso di Ulrich attraverso numerosi flashback. Se questi blocchi narrativi hanno il pregio di raccontare con grande acume la logica tutta americana del fake it until you make it, sul piano più propriamente narrativo generano un certo sfilacciamento dei caratteri protagonisti, come se il gioco estetico del cambio d’abito, perfettamente eseguito dalla mimica di Waltz, restasse vittima del suo stesso inganno, dimenticandosi di costruire quel background psicologico che ha reso iconici molti personaggi da lui interpretati per altri registi. Tra le righe e in poche – ma intense – scene si legge forse una certa volontà di denunciare quella società americana altolocata che vende il suo irraggiungibile sogno imponendo una continua mistificazione del reale come via maestra per il successo, ed è davvero un peccato che la scrittura di David Aurbon non riesca mai a raggiungere quella brillantezza tale da farci appassionare alle ragioni di questo piccolo uomo alle prese con la lotta per la sopravvivenza.
Letizia: L’intera struttura del racconto soffre tra l’altro di una certa incapacità di trovare la sua posizione dentro (o oltre) un genere ben preciso: l’identità da film giallo si fa presente attraverso l’uso degli espedienti della suspense e della stratificazione della storia, le cui oscure pieghe ci vengono svelate poco alla volta, anche se soprattutto nella seconda parte si fa ricorso a incroci di tempi e spazi troppo macchinosi, intrighi che non necessariamente risulteranno di facile decifrazione allo spettatore meno attento ai dettagli. Dall’altra parte parrebbe esserci questa volontà di adesione alla componente più disperata dell’essere umano, quella che vive di mediocrità negata, di una solitudine in cerca di condivisione e che passa nei duelli più duri messi in piedi dalla coppia squilibrata Ulrich-Elsa, vero e più intenso controcanto alle già usurate atmosfere tra giallo e spy story.
Joana: Temo che abbia cercato di metterci dentro un po’ di tutto. Non rendendosi conto che così facendo stava banalizzando tutta la storia, togliendole di spessore come di credibilità. E andando anche a rendere machiettistico e, paradossalmente, di scarso appeal e interesse proprio il protagonista. Con Mott che più scorrono i minuti più diventa al limite dell’insopportabile.

Della stessa debolezza soffrono anche i personaggi collaterali, da una Elsa con il volto di una Vanessa Redgrave meravigliosamente fantasmatica ma priva di verve, a un’Annette Benning (nei panni della figlia Amanda) che è davvero poco più di una funzione narrativa costruita per portare avanti le ragioni della verità su quelle della menzogna.
Joana: Non possiamo non parlare dell’annoso problema: il doppiaggio della versione italiana.
Letizia: Ma quand’è che abbiamo smesso di essere il paese con la più importante storia e qualità di doppiatori?
Joana: Non lo so. Ma è sicuro che una voce meno azzeccata alla delicatezza espressiva della Benning non potessero trovarla. Mentre quel monumento recitativo al limite del sacro (non un gesto sbagliato, anche il tremore di una mano messo al servizio della scena ed ogni ruga posta a totale servizio del suo personaggio) che è la Redgrave costretta ad una atona e monotona voce che non riesce a rappresentarla.

Annette Benning e Christoph Waltz in una scena di backstage di Georgetown

Concludiamo con la nota più dolorosa. Perché sostanzialmente di servizio risultano due degli aspetti principali e fondanti per un film: la regia e la fotografia. Che, anzi, vanno a ricalcare proprio questa continua oscillazione tra le due poco coese anime del film, pescando tra i colori e le inquadrature da political drama alla House of Cards e gli spazi chiusi e falsamente accoglienti e nemmeno troppo originali. Completamente fuori fuoco e sostanzialmente priva di una direzione ben precisa, la prima regia di questo amatissimo attore pare insomma voler essere tutto e finisce per essere poco o niente, e nel suo vagare alla ricerca di sé stessa, proprio come il suo protagonista finisce per perdere le coordinate della realtà in cui si muove. Insomma, Georgetown racconta sì la tragica storia di un matrimonio mal riuscito. Ma, a ben vedere, non si tratta di quello tra Ulrich e Elsa. Ma di quello, al momento fallimentare, tra l’attore Christoph e le ambizioni registiche di Waltz.
Letizia: Alla fine, resta un grande “ma perché?”
Joana: Ma perché la fine, intendi?
Letizia: Non facciamo spoiler! Piuttosto, quale film ci guardiamo la prossima volta? Che qua manca ancora molto al 15 giugno…

di Letizia Cilea e Joana Fresu de Azevedo