Scordiamo le fiabe per i bambini. Dimentichiamo principi azzurri, principesse in difficoltà, nani, castelli sfarzosi o fantastiche ed educative avventure. Accantoniamo anche il potere dei messaggi o delle morali finali. Abbandoniamo il dogma del lieto fine. Fabio e Damiano D’Innocenzo non sono (nè ambiscono ad essere) i nuovi Fratelli Grimm. E le loro Favolacce non sono decisamente adatte ad essere lette la notte ai nostri bimbi prima che si addormentino. A meno di non volerceli trovare, dopo poco, nel lettone. Spaventati, forse anche terrorizzati, all’idea di un futuro che non ha spazio per loro.

In fondo, si sa, è giusto che i bambini possano ancora sperare e credere ad un mondo in cui tutto sia loro possibile e concesso. Semplicemente, questo non è il mondo dei Fratelli D’Innocenzo. Nè tantomeno quello che vogliono raccontare con il loro cinema. In Favolacce già l’incipit ci porta a comprendere che quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata ad una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata. E non importa se la storia vera sia quella del narratore che trova nella spazzatura il diario di una bambina o se in quelle pagine sia contenuta la storia falsa di una sorellina che racconta una storia vera sul suo fratellino e la sua famiglia. Nè quanto siano vere o false tutte le altre storie che verranno raccontate durante il film. Ciò che conta è la banalità del tutto. Il fatto che ogni episodio raccontato possa essere maledettamente plausibile, come scaturito dalla lettura delle pagine di cronaca nera di un quotidiano o dalla fantasia di uno scrittore horror. Perchè qui i protagonisti non sono, come dicevamo, principi o principesse; non ci sono fate madrine o animali parlanti. Qui si parla di fatti banali vissuti da protagonisti ‘banali’. Qui arriveremo alla fine di questo secondo lungometraggio dei due registi romani, come ci dice la voce narrante, comprendendo che i fatti banali evocavano l’uomo banale, con cui non fatico ad identificarmi.

Non ci addentreremo più del dovuto nella sinossi del film. Anche perché la trama di Favolacce risulta particolarmente intrecciata (anche fumosa, in alcuni punti) e il suo sviluppo dipende profondamente dall’occhio e dalla sensibilità dello spettatore che guarda. Alcuni tenderanno a percepire come protagonisti il gruppo di adulti tendenzialmente immaturi: genitori disinteressati ai figli; altri che si vergognano della loro prole; altri che usano i figli come eblema di un loro personale riscatto sociale, tranne poi storcere il naso e mostrare profonda disapprovazione per un 9 in comportamento che viene, timidamente, elencato dopo una sfilza di 10; membri di istituzioni scolastiche più interessati a difendere il buon nome della scuola, piuttosto che proteggere i propri alunni; professori incapaci di comprendere il peso del proprio ruolo. Per altri sarà impossibile non sentire forte il desiderio di seguire con attenzione le vicende che coinvolgono i bambini del film: ragazzini che vogliono sembrare più grandi di quello che sono; altri che sono stati costretti a crescere troppo in fretta, portando sul proprio corpo i lividi della loro fanciullezza rubata; altri che cercano, illusoriamente, di restare bambini il più a lungo possibile.

Eccovi il trailer ufficiale di Favolacce (Fratelli D’Innocenzo, 2020)

Ma, a prescindere da dove vogliate volgere lo sguardo, il fulcro narrativo in Favolacce non sta in chi vi racconta la storia (vera o falsa che sia) nè in chi ne è il protagonista. Quanto nel cercare, inesorabilmente, di farci capire che non avrete scampo. Perché i protagonisti di una delle Favolacce raccontate da Fabio e Damiano D’Innocenzo potreste essere proprio voi. Voi che vivete in una qualche frazione di periferia di una grande città (nel film, a proposito di storie vere o false, si fa un rapido accenno a Spinaceto, zona urbanistica del IX Municipio di Roma che, però, non ha il mare e anche le villette in cui vivono i protagonisti ci riportano più al Comune di Anzio, vera – chi lo sa? – location del film) o in un qualche quartiere residenziale in una qualsivoglia riviera di una qualunque provincia italiana. Voi che avreste ancora sogni da realizzare, ma che venite riportati alla realtà della banalità del vostro quotidiano. Voi che vi sentite dire di essere il miglior padre del mondo, ma sapete che siete ben lontani dall’esserlo. Voi che siete stati bambini timidi, inncapaci di tessere relazioni sociali con i vostri compagni di scuola. Voi che avete sempre fatto affidamento su un vostro fratello, unico confidente, che siete disposti a seguire fino alla fine. Noi. I Fratelli D’innocenzo, mantenendo costante quel sottile filo tra la storia vera e quella falsa, raccontano le Favolacce della loro infanzia, della vostra, della nostra.

E non importa se per farlo peccano di esagerazione ed esasperazione. I due registi romani, come già avevano dimostrato con la loro opera prima, La terra dell’abbastanza (che potete trovare in VOD su diverse piattaforme o on demand per gli abbonati Sky o sottoscrivendo un abbonamento cinema su Now Tv. E di cui, assolutamente, vi consigliamo la visione qualora lo abbiate perso), non ambiscono ad accarezzare lo spettatore, non ne cercano l’approvazione. In Favolacce, anzi, sembra quasi che l’intento primario sia quello di sconvolgerlo, di urtarne le sensibilità, di voler esasperare a tal punto lo sviluppo narrativo per risultare pienamente viscidi, spietati, fastidiosi e preoccupanti nella loro cupezza e totale mancanza di messaggi positivi, sprezzanti della moralità. E, nel bene e nel male, questa volontà viene perfettamente raggiunta. La visione del film non potrà che lasciare lo spettatore spiazzato, inerme, profondamente sconvolto e travolto dai fatti (o dalle finzioni) raccontati.

Ciò avviene in modo spesso anche esageratamente forzato. Andando a descrivere dinamiche esagerate e ed esasperate sopratutto laddove si sa che ad esserne coinvolti sono ragazzini di poco più di 10 anni. Con un’attenzione quasi morbosa verso le scoperte sessuali, indubbiamente presenti in preadolescenti, ma difficili da concepire (o accettare?) in bambini ancora così piccoli. Se, per questioni anagrafiche, dovessimo essere più portati a immedesimarci negli adulti protagonisti, anche in questo caso ci troveremo a guardarli con un profondo senso di ribrezzo, misto a denuncia morale, prima che sociale. resterà, fino ai titoli di coda, un costante riecheggiare nelle nostre menti: non sono quel tipo di genitore, non lo sarò mai. Certo, che questa favola che ci raccontiamo in quel momento sia storia vera o falsa, non lo potremo imputare ai Fratelli D’innocenzo. A loro spetta, al massimo, il ‘merito’ di portarci a ragionare sulla cosa.

Fabio e Damiano D’Innocenzo durante la premiazione a Berlino 70

Favolacce è stato presentato, in anteprima mondiale, in concorso alla 70° Festival di Berlino, aggiudicandosi anche l’Orso d’Argento alla Miglior Sceneggiatura, anch’essa scritta a quattro mani da Fabio e Damiano D’Innocenzo. Il prolungarsi dell’emergenza dettata dal Corona Virus ha portato la casa di distribuzione del film (Vision Distribution, diventato in pochi anni uno dei player più interessanti nel mercato distributivo cinematografico italiano) a far saltare l’uscita fisica nelle sale italiane, andando a collocare il film su diverse piattafome VOD a pagamento (da Rakuten TV, a Chili TV o Sky Prima fila, ma lo trovate anche nella sezione film su Google Play, al prezzo – decisamente non eccessivo per una prima visione – non superiore ai 7,99€). Ma già dalla Berlinale le critiche che hanno accolto il film (come quelle che lo stanno accompagnando dall’uscita streaming dell’11 maggio) parlano di assoluto capolavoro.

Ora, chi legge Kontainer16 sa che non ci piace abusare del termine capolavoro. Nel caso di Favolacce, i motivi per i quali vogliamo continuare a non farlo sono essenzialmente due. Il primo, legato a quelli che riteniamo alcuni buchi o esagerazioni di sceneggiatura: questi bambini dei D’innocenzo, a forza di voler essere dipinti come più grandi di quello che sono, perdono di credibilità, nonostante l’innegabile – a tratti sconvolgente – bravura dei loro interpreti, che rendono, ad esempio, Giulietta Rebeggiani o Justin Korovkin a tratti superiori nella loro prova attoriale rispetto ad un Elio Germano che, troppo spesso, risulta invece macchiettistico. Il secondo motivo è legato alla piena consapevolezza che Fabio e Damiano D’innocenzo abbiano solo 31 anni e che questo film sia solo il loro secondo lungometraggio. E, sì, lo sappiamo che non è da tutti arrivare alla capacità tecnica che loro dimostrano di avere in ogni singola inquadratura dei loro film o nel modo che hanno di dirigere il proprio cast (la maturità registica di questo Favolacce deve renderci orgogliosi di questi ragazzi poco più che trentenni). Non è da tutti (soprattutto in questo Paese) fare due film e finire con il primo nella sezione Panorama e con il secondo addirittura in concorso in un festival prestigioso e difficile per il cinema italiano come quello di Berlino. Non è da tutti. Ed è assolutamente chiaro ed evidente che i Fratelli D’innocenzo stiano in qualche modo sconvolgendo il modo di fare cinema a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. Ma ci preme evitare un qualcosa che troppo spesso la critica cinematografica ha fatto: osannarli in un modo così esasperato da farli smettere di osare. Vogliamo poter credere di poter scoprire altre Terra dell’Abbastanza e di sentirli raccontarci altre Favolacce. Siamo abbastanza certi del fatto che abbiano già sufficiente maturità e consapevolezza del loro valore artistico da non avere bisogno di sentirsi dire un bravi proprio da noi. Vogliamo, invece, rivederli presto chini su un tavolo a scrivere le prossime sceneggiature e quanto prima nuovamente dietro la macchina da presa. Vogliamo non solo poter dire che siano due tra i registi emergenti più promettenti del nostro cinema, ma vederli arrivare ad essere tra i massimi rappresentanti dei prossimi decenni. Parafrasando una celebre canzone di Francesco De Gregori: i ragazzi si faranno, anche se hanno le spalle strette. Fabio e Damiano, continuate a dimostrarcelo. Perchè questa è la sola storia vera che vogliamo che ci raccontiate.

di Joana Fresu de Azevedo