La durata nella serialità è sempre stata un fattore estremamente variabile: dai 90 minuti di Sherlock ai 50 di Breaking Bad per approdare alla ventina di minuti che caratterizza comedy come Friends o The Big Bang Theory. Negli ultimi tempi sono stati fatti degli esperimenti (non troppo riusciti) di accorciamento ulteriore con Special e Bonding, prodotti entrambi da Netflix, che toccano a malapena i quindici minuti. Quibi, la nuova piattaforma di streaming fondata da Jeffrey Katzenberg (un nome che magari non dirà tanto al grande pubblico, ma è stato amministratore di Disney e co-fondatore e CEO di Dreamworks. Per dirla breve, un nome importante a Hollywood), si posiziona proprio in questo frangente e le sue intenzioni sono chiare già dal nome che è una contrazione di quick bites, veloci bocconi. Propone difatti serie, talk show, programmi di informazioni che hanno tutti la durata di massimo 10 minuti a episodio. Non esiste un sito internet per vedere Quibi, che può difatti essere fruito solo tramite app su smartphone o tablet. L’intento del fondatore era quello di fornire un’alternativa allo scroll su Instagram mentre si aspettava in fila da Starbucks, quindi è possibile dire che la quarantena non sia proprio l’habitat naturale di una piattaforma simile.

A livello concettuale si avvicina IGTV o alle produzioni originali proposte da Snapchat, ma occorre spezzare una lancia a favore di Quibi che si distingue nella fruizione: il video visualizzato si adatta sia che il telefono sia orientato in orizzontale sia in verticale, mostrando sempre la parte più importante della scena in corso. Ogni tanto l’immagine risulta quasi schiacciata se visualizzata in verticale, ma comunque la trovata funziona sorprendentemente.  L’interfaccia di Quibi assomiglia a quella di Tinder in cui ci troviamo quasi a fare swipe tra i contenuti alla ricerca di quelli che più ci piacciono. L’offerta di partenza include all’incirca una quarantina di serie originali, ma ogni settimana e ogni giorno escono nuovi episodi e arrivano nuovi contenuti, risultato anche di un investimento di partenza pari a oltre un miliardo di dollari. Nei prossimi mesi arriveranno una serie horror di Steven Spielberg intitolata After Dark (che vede la richiesta assurda del creatore di essere visibile solo di notte), un reality che ha rischiato di far morire Zac Efron intitolato quasi profeticamente Kill the Efrons e Frat Boy Genius, un drama sul fondatore di Snapchat.

Quibi è arrivato anche in Italia, totalmente in silenzio, sbucando quasi a sorpresa nell’App Store. Un mese di abbonamento di solito costerebbe 8,99 euro, eppure si è optato per offrire ai nuovi iscritti 90 giorni di prova gratuita di cui ho approfittato per raccontarvi un paio di prodotti della piattaforma, così potrete decidere da voi se vale la pena scaricare Quibi per perdere un pomeriggio della vostra quarantena:

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Liam Hemsworth e Christoph Waltz in una scena di Most Dangerous Game.

Most Dangerous Game

La prima cosa che ho scritto nei miei appunti su questo action thriller che vede nel cast anche un grande attore del calibro di Christoph Waltz è “funziona solo perché è breve”. La serie (o film in capitoli come lo chiama inspiegabilmente la piattaforma) è un convulso tentativo di sfociare di strizzare l’occhio ai fan di franchise adrenalinici come Mission Impossible con una storia che a tratti ricorda The Hunt di Craig Zobel (se volete recuperarlo, è uno dei tanti film che in Italia ha saltato la sala per approdare direttamente su Chili e altre piattaforme a causa del Coronavirus) senza tutta la critica sociale che lo accompagnava. Racconta di un trentenne come tanti interpretato dal Liam Hemsworth di Hunger Games schiacciato dai debiti con una moglie e un figlio in arrivo. Nella sua esistenza già sfortunata sopraggiungono la sua diagnosi di cancro e le spese che non riuscirà ad affrontare. Un infermiere gli porge in modo molto indelicato un biglietto da visita (con un logo sorprendentemente simile a quello di Tom Ford?) dicendogli che si tratta di un trust fund che dovrebbe aiutare i malati. Peccato che quando il nostro protagonista ci si presenta, vi trova Christoph Waltz che gli propone di essere cacciato come un animale per 24 ore in cambio di 24 milioni di dollari. Se siete confusi da questa premessa non vi preoccupate, lo sono anch’io che ho visto i primi 5 episodi. Voto: lo continuo a guardare per capire dove andranno a parare.

Chrissy’s Court

Non so quanto siate appassionati di Forum, ma di sicuro qualsiasi sia il vostro pensiero a riguardo sappiate che lo troverete mille volte meglio di questa versione sotto acidi che vede protagonista la presentatrice americana Chrissy Teigen. È uno show estremamente confusionario che non sa esattamente cosa vuole essere. La mia interpretazione è che si tratti di uno sketch malfatto di SNL, in cui nessuna battuta fa colpo e tutti però si credono molto più divertenti di quanto non siano in realtà. Ogni minuto Chrissy Teigen ride e nessuno sa il perché. Dovrebbe giudicare dei casi fittizi, ma la serie finisce per essere uno showcase per la sua vita privata (la co-protagonista è difatti sua madre, ma non solo: nel primo episodio c’è un cameo di suo marito, John Legend, che si esibisce in una cover di My Way di Frank Sinatra). Voto: preferirei bruciare piuttosto che vedere un altro episodio.

Dishmantled

Qui occorre partire dal presupposto che gli show di cucina sono letteralmente pane per i miei denti (mi scuso per la terribile battuta). Dishmantled ha una premessa assurda: i concorrenti indossano delle tute simil Breaking Bad e vengono colpiti da cibo sparato aggressivamente da dei cannoni. Dovranno assaggiarne i resti che trovano sulle loro scarpe, per terra sui muri, senza poterlo vedere, per poi ricrearlo da zero per i giudici. Vince la somma di 5000 dollari chi riuscirà ad indovinarne più ingredienti. Il presentatore, Tituss Burgess, uno dei protagonisti di Unbreakable Kimmy Schimdt, porta un brio paragonabile solo a quello di Nicole Byer in Nailed it! su Netflix. Se a volte può apparire un po’ esagerato, si nota che è nel suo habitat naturale tra concorrenti che bevono tequila durante le challenge e giudici che flirtano. Divertente, ottimo per passare quei cinque/sei minuti. Voto: 7

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Sophie Turner e Corey Hawkins in una scena di Survive.

Survive

Sicuramente una delle serie di spicco della piattaforma vista la partecipazione nei panni della protagonista di Sophie Turner (Sansa di Game of Thrones), non è però una delle più riuscite. Il primo episodio in particolare sembra voler assomigliare a Ragazze Interrotte con una narratrice che però ricorda le cassette di Hannah Baker di Tredici. Al tutto si aggiunge un montaggio fastidiosissimo come quello dell’inizio di Inferno di Ron Howard. Racconta di una ragazza, Jane, con serie tendenze suicide che dovrebbe tornare a casa per Natale dopo aver passato un periodo in un centro psichiatrico denominato Life House. Il suo piano però è quello di uccidersi sul volo che la porterà a Detroit. L’aereo però precipita al suolo e Jane è una dei due sopravvissuti, insieme a Paul (Corey Hawkins), un altro passeggero che ha incontrato poco prima del decollo. Survive non solo soffre della divisione forzata in piccoli capitoli, ma anche della limitazione data dal formato mobile, essendo uno dei prodotti più impressionanti dal punto di vista visivo. La trama potrebbe essere interessante, ma finisce per incappare in troppi cliché (soprattutto sull’inizio). Voto: ha potenziale ma non si applica.

Shape of Pasta

Essendo italiana mi son sentita chiamata in causa dal titolo e ho deciso di dare una chance a questa docuseries che si pone l’obiettivo di parlare delle forme perdute e dimenticate di pasta. Lo sguardo è quello dello chef americano Evan Funke, che si definisce un custode della tradizione italiana e di cui un magazine maestro del settore come Bon Appetit si fida per sapere le 5 regole su come fare la pasta migliore del mondo. Nel primo episodio lo troviamo intento a scoprire l’arte degli Rascatieddi in un paese oscuro della Basilicata. Non voglio nascondere che la gioia più grande di questa serie sia vedere un americano estremamente confuso dai dialetti italiani come lui stesso dice in un momento della prima puntata Young people are leaving, the culture is dying and I can’t even say the name of the pasta. Alcuni elementi della serie mi hanno confusa e non poco, come ad esempio lo chef che descrive un peperone arrostito come delle chips che sanno di pepperoni pizza. Ulteriore turbamento è stato generato dalla scelta di definire una forma di pasta dimenticata le trofie. Voto: impara che ripasso.

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Kaitlin Olson e Will Forte in una scena di Flipped.

Flipped

I miei appunti iniziano con “Will Forte!!!”. Attore comico incredibile noto alla mia generazione soprattutto per aver interpretato Shaggy Rogers nei film di Scooby Doo, negli ultimi anni si è reinventato con progetti come Extra Ordinary e Flipped non è da meno. È uno show che trova tutta la sua energia nei due attori protagonisti, Forte e Kaitlin Olson. La coppia si trova disoccupata e decide di rispondere all’appello di un canale stile Real Time che cerca nuovi presentatori/rinnovatori di case per un programma simil Paola Marella. Decidono di restaurare una piccola tenuta sperduta, ma durante i lavori di demolizione trovano un muro intero di banconote. Le investono per rendere il più possibile realistico il loro provino per la trasmissione, peccato però che il Rumualdo di Andy Garcia si arrabbi e venga a reclamare la somma. La firma di Funny or die si vede e si sente per il mordente della serie, una comedy abbastanza convincente ma confusionaria che strizza l’occhio a Santa Clarita Diet e Good Girls, i suoi predecessori più diretti. Voto: 7.

You Ain’t Got These

Docu-series presentata da Lena Waithe, attivista, sceneggiatrice e attrice (distintasi soprattutto per il suo lavoro su Master of None), che dovrebbe raccontare la sneaker culture. Fin dal primo istante ripete talmente tante volte a tal punto da essere esasperate di non voler parlare della scarpa in sé ma della cultura che la circonda e del business che genera 100 miliardi di ollari ogni anno. Con un’estetica a metà tra la brutta copia di un film di Spike Lee e una pubblicità della Adidas, la serie sembra avere poco da dire, nascondendosi dietro memorie di collezionisti e altri “esperti” dell’ambito. Non è una perdita di tempo, ma nemmeno il modo migliore per passarlo. Voto: 5 ½. Almeno non è fatta con i piedi.

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Uno still di una puntata di Gayme Show!

Gayme Show!

È un prodotto che non ho capito molto bene. Vorrebbe combattere una stereotipizzazione della cosidetta gay culture, ma finisce per rimarcarla a tal punto da cadere nella parodia. Tra finti resti dell’abito di carne di Lady Gaga a twerking in outfit che vagamente ricordano Elsa di Frozen, il game show si colloca sulla linea sottile tra presa in giro e ironia e non sa dove stare. L’umorismo di alcune guest stars aiuta a risollevare la situazione e alcune citazioni di pop culture sono deliziose (soprattutto la ricerca di fossili vestiti come Laura Dern in Jurassic Park nel primo episodio), ma non si avvicina nemmeno lontanamente alla sufficienza. Voto: 4.

 

Gone Mental with Lior

Non so perché ho deciso di guardare questo factual sulla falsariga di Long Island Medium con Theresa Caputo, programma che odiavo su Real Time. Qui il protagonista è Lior, che si definisce un mentalista dicendo che ha il potere di controllare la mente delle persone con cui entra in contatto, ad esempio convincendo una delle star del football mondiale di non avere più forza. La serie include anche star del calibro di Kate Hudson e Ben Stiller, ma non ha alcuna sostanza. E’ un prodotto estremamente forzato e scripted. Voto: 1.

All The Feels by The Dodo

Avete presente i video strappalacrime sui cani che trovate in continuazione sulla home di Facebook? Ecco, come potevate vederli là e su IGTV adesso potete vederli anche su Quibi! Voto: potevamo farne a meno ma sono comunque cani.

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Un frame di Nightgowns.

Nightgowns

Si tratta di una docu-series che vede protagonista Sasha Velour, drag queen vincitrice della nona stagione di Rupaul’s Drag Race. Il focus non è tanto su di lei, ma sullo spettacolo teatrale da lei creato, Nightgowns, una piattaforma che permette a perfomer di qualsiasi identità di genere di esprimersi nella libertà più totale. È uno show sull’arte dell’essere drag che non è diretto solo ai fan di Sasha, parla dell’impatto dell’arte, di sentirsi rappresentati e di amore. Non ci potrebbe essere drag queen più interessante di lei agli occhi di un neofita di quest’arte e la serie le da tutto lo spazio per brillare e per farsi conoscere anche fuori dalla sua nicchia. Voto: 8

Murder House Flip

Se consideriamo solo le premesse, Murder House Flip è la serie più interessante di tutta la piattaforma: in una sorta di simil Fratelli in Affari, i due presentatori trasformano una casa che un tempo era teatro di un omicidio. Il problema è che si trova a dover condensare in puntate di 6-8 minuti due linee narrative completamente diverse e scollegate: la storia del crimine e quella relativa ai proprietari odierni della casa. Avrebbe funzionato con un format più lungo. Voto: 6 ½.

Singled Out

Dating show prodotto da MTV che trova nuova dimora su Quibi. Alla conduzione troviamo Keke Palmer, vista di recente in Hustlers, a cui dobbiamo gran parte dello charme dello show. Qui i concorrenti che combattono per ottenere l’attenzione del single di turno sono persone che quest’ultimo segue sui social e quindi non totali sconosciuti come in un programma come Take me out. Funziona, si lascia guardare, ma se durasse di più probabilmente non lo guarderei. Voto: 7.

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Nicola Peltz e Mark Duplass in uno still di When the Streelights go on

When the Streetlights go on

Ho lasciato il meglio in fondo. La serie scritta da Rebecca Thomas ricorda Stranger Things a cui lei stessa ha lavorato, ma ci sono richiami anche a Twin Peaks e anche a prodotti massacrati dalla critica come Riverdale. Pur non inventando quasi niente, When the Streetlights go on è l’unico prodotto fictional a capire davvero come sfruttare la struttura estremamente condensata di Quibi. Ogni episodio è come un capitolo di un romanzo che finisce sul più bello e che ti implora di andare avanti per scoprirne di più. Nell’estate del 1995 Charlie Chambers (interpretato da uno dei ragazzini protagonisti di IT, Chosen Jacobs), studente e aspirante giornalista, si trova a indagare sull’omicidio della ragazza più popolare della scuola e di un suo professore. La trama funziona, il casting è perfetto e anche se già vista è di gran lunga il prodotto più riuscito di tutta l’offerta. Voto: 9.

di Giada Sartori