In questo periodo di forzata vita casalinga, hanno assunto un ruolo sempre più importante le finestre che, da semplici punti di osservazione del mondo esterno, sono divenute veri e propri luoghi di condivisione e perfino di incontro, come dimostrano i tanti flashmob, più o meno musicali, con i quali le persone cercano di resistere all’isolamento e alla paura, dell’epidemia e di quello che sarà dopo.
Da appassionata di cinema mi è subito venuto da pensare alle tante, affascinanti e sorprendenti finestre che la settima arte ci ha raccontato nella sua favolosa storia.
Affacciamoci insieme a quelle più indimenticabili.
Innanzitutto teniamo presente che ogni finestra è sempre una soglia, un confine che separa e unisce, e proprio per questo è carica di significato, sia sul piano estetico che su quello narrativo. E quando il cinema ci mostra una finestra, non lo fa mai per caso ma per dirci qualcosa di molto preciso e di solito molto importante.
Ogni finestra può essere attraversata dallo sguardo che costituisce il puto di vista scelto dall’autore in due direzioni: dall’interno verso l’esterno e dall’esterno verso l’interno. E non è una differenza da poco. Pensiamoci. Lo sguardo classico, più naturale, diciamo quasi ovvio, è quello che dall’interno si proietta verso l’esterno. E’ lo stare alla finestra contemplativo, romantico, annoiato, o semplicemente pratico, prosaico, della vita quotidiana.
Ben diverso è lo sguardo che da fuori punta verso l’interno, oltre la cornice/confine/limite della finestra, per vedere cosa c’è al di là. Si tratta di un gesto trasgressivo, che ci porta sul terreno del proibito, del nascosto. Nella parte oscura dell’umano. Non è un caso infatti che il primo tipo di sguardo, quello ‘solare’, spontaneo e quasi inconsapevole, sia tipico delle commedie e delle storie d’amore, mentre il secondo sguardo sia uno dei cavalli di battaglia del cinema noir, giallo, thriller e di suspense.
La finestra totem per eccellenza del cinema appartiene proprio a questo secondo gruppo: è l’indimenticabile finestra sul cortile (Rear Window, 1954) del maestro della suspense Alfred Hitchcock, che qui riesce, in una geniale acrobazia, a mettere in scena entrambe le dinamiche: la finestra dell’appartamento dove si trova James Stewart vive (prevalentemente ma non esclusivamente) la direzione interno esterno, mentre le finestre del caseggiato di fronte sono meta dello sguardo verso l’interno. E, acrobazia nell’acrobazia, l’esterno da cui proviene questo sguardo è in effetti un interno! (l’appartamento del protagonista).
Nella storia del cinema, la finestra creata da Hitchcock è un unicum assoluto, un luogo fisico e interiore ma soprattutto una meravigliosa metafora, dell’occhio/sguardo dell’autore e del cinema stesso. Dell’inesauribile spettacolo del reale ma anche delle infinite possibilità dell’immaginario.

James Stewart e Grace Kelly in La finestra sul cortile (A. Hitchcock, 1954)

Se vi ricordate infatti, le finestre più emozionanti e ricche di suspense non sono quelle illuminate che ci mostrano i loro abitanti nei diversi momenti della giornata, ma quelle buie, e dunque vuote di immagini, dell’appartamento in cui vive il probabile assassino in quella notte misteriosa in cui tutto accade. Le finestre che raccontano il momento cardine di tutta la storia sono quelle che non ci mostrano niente. Una grande lezione, e non solo di cinema. Baudelaire diceva che davanti a una finestra aperta non immaginiamo mai tante cose come davanti a una finestra chiusa.
Restiamo nella parte oscura dell’animo umano ma voliamo avanti di alcuni decenni, fino ad arrivare alle sconvolgenti finestre di Elle, di Paul Verhoeven (2016), dove nell’incipit, guarda caso al buio, la protagonista (Isabelle Huppert, sempre spaventosamente brava) subisce il primo stupro. Anche in questo caso, la finestra, spalancata con violenza dal vento o presidiata con ossessione dalla donna, costituisce una metafora perfetta, e non solo della violenza subita tout court ma anche, e direi soprattutto, di quel suo trauma originario che solo verso la fine sarà svelato e che per tutto il film costituisce la grande ‘finestra’ sprangata del suo passato, del suo dolore rimosso.

La celebre finestra che ricorda a Isabelle Huppert il suo trauma in Elle (P. Verhoeven, 2016)

Ancora suspense con le finestre di Omicidio a luci rosse, di Brian De Palma (1984), ottimo allievo del maestro Hitch.
Cambiamo completamente aria e ‘affacciamoci’ alla romantica finestra di Camera con vista (1985) dove il raffinatissimo Ivory incornicia i due giovani innamorati (Helena Bonham Carter e Julian Sands) con impeccabile poesia.
L’altra finestra imprescindibile di questo nostro excursus è quella di Colazione da Tiffany, da cui Audrey Hepburn (la fragile ribelle del romanzo di Capote) canta a mezza voce la Moon River da Oscar di Henry Mancini.
Ancora ‘finestre con sentimento’ in una pietra miliare del musical, il West Side Story diretto nel 1961 da Robert Wise, ma soprattutto musicato da Leonard Bernstein, dove la piccola finestra di un caseggiato popolare vede sbocciare l’amore contrastato tra Natalie Wood e Richard Beymeier che le dedica la meravigliosa canzone Maria.

Tante le finestre che si affacciano sul cortile di West Side Story (R. Beymer, 1961)

Si tratta di una carrellata che potrebbe non finire mai e che vi propongo di continuare liberamente seguendo i vostri gusti cinematografici.
Per salutarvi scelgo le piccole finestre di Nuovo cinema paradiso, di Tornatore (1988), dalle quali un’Italia di paese, arcaica e ancora ingenua, si affaccia per guardare i film proiettati su di un enorme lenzuolo nella piazza, e scoprire un mondo nuovo, fatto di sogno e di meraviglia. Grazie a quello che, in quei tempi e in quei luoghi, era davvero il più grande spettacolo del mondo, il Cinema.

di Gabriella Maldini