Una donna cammina per le strade di Parigi. Sono due ore che quando il film uscì in Italia e veniva programmato nelle Sale dei Cineforum coinvolgeva profondamente gli spettatori, ed il sottoscritto fra questi che poi lo presentava anche nei Circoli periferici. E’ la protagonista del film Cléo dalle 5 alle 7 che rivelò l’autrice Agnès Varda nel lungometraggio. Le due ore del titolo sono quelle di angoscia della protagonista in attesa del risultato di analisi cliniche che devono stabilire se è affetta o noi dal cancro. La giovane cantante, interpretata da Corinne Marchand,  tenta invano di distrarsi: riceve la visita del suo amante, quella dei suoi compagni di lavoro, ma nulla la consola. Se ne va verso un parco, dove incontra un giovane soldato, anch’egli solo e anch’egli in preda all’angoscia perché la sera stessa deve ripartire per l’Algeria. Cléo confessa a lui le proprie ansie ed egli cerca di confortarla:  insieme si dirigono poi  verso il laboratorio che, però, trovano  chiuso. Per strada incontrano un giovane medico al volante della sua auto, che si ferma per avvertirla che si dovrà curare. Cléo se ne va, in qualche modo tranquilla, Adesso non è più sola, la sera cenerà con il giovane soldato. Una storia che la renderà più matura. Un dramma intimista  al quale lo spettatore non riesce a sottrarsi. Interessante anche dal punto di vista tecnico (tempo della finzione e tempo reale finiscono quasi per annullare ogni distanza) e con il quale si distinse per la sua sensibilità femminile.

Corinne Marchand in una scena di Cléo dalle 5 alle 7 (A. Varda, 1962)

Un film che impose la Varda all’attenzione della critica internazionale poiché quella francese l’aveva già notata in alcuni cortometraggi in cui esprime il suo sguardo di attenta fotografa. Ci riferiamo a La pointe courte (1954), con interprete un Philippe Noiret appena ventitreenne , dove lo sguardo della Varda cade sull’umanità dei personaggi che pedina, con stile quasi zavattiniano, nella loro banale, apparentemente, vita quotidiana e Du coté de la coté (1959) dove invece si sofferma  sul turismo mediterraneo. In seguito la Varda si impegna soprattutto nella realizzazione di film dal discorso femminile e, insieme, femminista.

E’ scomparsa nel 2019 e, ad un anno dalla morte, la Cineteca di Bologna la celebra portando in Sala, per Il Cinema Ritrovato cinque sue opere. Oltre a Cléo dalla 5 alle 7, il cortometraggio Salut le cubains (1963, 30’)  sul mito della musica cubana Benny Moré, Réponse de femmes (Le risposte delle donne, 1975, 8’) in cui  mette in scena sette donne interrogandole su femminilità, maternità e rapporto con il loro corpo. Ma anche i lungometraggi Daguerréotypes (1976, 80’) e Varda by Agnès (2019, 115’) con cui ha concluso la sua vita di donna libera e anticonformista e che in questo documentario ripercorre analizzando momenti importanti del suo cinema ma anche i suoi amori (Jacques Demy, suo marito), le sue amicizie (Jane Birkin) e le sue idee. Un’occasione per riscoprirla sperando che di essa possano venire riproposti anche altri film basilari della sua carriera. Le bonheur (Il verde prato dell’amore – 1965) è uno di questi:  protagonista un uomo, felicemente sposato, che si innamora di un’altra  e cerca di convincere la moglie ad accettare che lui abbia questa nuova relazione senza per questo infrangere il matrimonio. Ne scaturirà, inaspettatamente, una tragedia familiare. Agnès Varda approfondirà poi l’indagine sui problemi della coppia e sulla condizione femminile con Le créatures (Le creature) realizzato nel 1966. Parteciperà poi al film collettivo Loin du Vietnam (Lontano dal Vietnam) del 1967 diretto insieme a Joris Ivens ed alcuni registi della Nouvelle Vague (Godard, Marker, Resnais) con i quali è stata pioniera di quel movimento nato a cavallo degli anni ’50 e ‘60  e girerà in America nel 1969 Lions Love (I leoni amano). Per ritornare poi al suo discorso femminile e, insieme, femminista con L’une chante, l’autre pas (Una canta, l’altra no) del 1977, storia di due ragazze che hanno fatto svelte diverse. Dopo alcuni documentari, Sans toit ni loi (Senza tetto né legge), del 1985 che vince il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia, con protagonista Sandrine Bonnair che  riveste il ruolo di una giovane ribelle che aveva scelto di vivere, appunto, senza tetto né legge, e verrà  ritrovata morta in un campo coltivato nel Sud della Francia. Un ritratto doloroso e commovente  che  ripropose all’attenzione del grande pubblico una grande cineasta  appartata , decana del cinema francese. Nel 2018 le è stato conferito  l’Oscar alla carriera ed anche la nomination per Visages Villages (2018) un documentario in cui lei gioca con l’artista visivo JR andando ad affiggere nella provincia francese gigantografie degli indigeni. Da non dimenticare nella filmografia della Varda il film Garage Demy. Un omaggio all’uomo della sua vita, scomparso alcuni anni prima, di cui rievoca l’infanzia e la vocazione cinematografica sin dai primi tentativi di realizzare cartoni animati nel garage di casa fino all’affermazione come regista di musical (suo è il famoso Les parapluies de Cherbourg -1964 – che lanciò Catherine Deneuve). Un film in cui ci lascia l’immagine  del regista, ormai invecchiato, e ripreso, prima di morire, mentre il film  veniva girato.

di Paolo Micalizzi