Il gaslighting viene universalmente riconosciuto come una delle forme di abuso più subdole e pericolose che esistano. Per descrivere di cosa si tratta, permettetemi una metafora: immaginate di essere con qualcuno in un labirinto buio, pieno di vicoli ciechi, trappole e buche e il vostro obiettivo sarebbe quello di uscirvi perché sapete che una volta fuori troverete la luce. Nel momento in cui iniziate a mostrare quest’intento al vostro partner, questo vi supporta, però quando cercate di orientarvi vi indica sempre la strada sbagliata, facendovi girare a vuoto nel labirinto e portandovi a restarci per sempre. Il termine gaslighting deriva dallo spettacolo Gas Light del drammaturgo britannico Patrick Hamilton, che ebbe la sua prima nel 1938, finendo per essere adattato poi per il cinema sia da Thorold Dickinson che da George Cukor nel giro di quattro anni. Al centro di queste opere c’era una donna portata alla pazzia dal marito, che silenziosamente modificava tanti piccoli dettagli nella loro casa e poi la zittiva quando lei se ne accorgeva, dicendole che si stava inventando tutto. Leigh Whannel, regista e sceneggiatore di The Invisible Man, combina l’idea di Patrick Hamilton con il romanzo omonimo di H.G. Wells del 1897, riuscendo così ad aggiornarlo al giorno d’oggi e a dare una nuova chiave di lettura al suo iconico protagonista.

Quella dell’Uomo Invisibile è sempre stata una property ingombrante e difficile da gestire per Universal. I primi progetti risalivano al 2006, messi poi da parte per riemergere nel 2016 con l’idea di creare un Dark Universe, sfruttando quelli che erano i mostri della Universal (Dracula, la Mummia, il Fantasma dell’opera, il mostro di Frankenstein) che sulla carta avrebbe dovuto fronteggiare il Marvel Cinematic Universe. Il cast, esibito da un photoshoot dedicato, faceva ben pensare: Russell Crowe come Jekyll, Javier Bardem come Frankenstein e Johnny Depp nei panni dell’Uomo invisibile. Peccato che il progetto venne scartato subito dopo l’enorme flop che fu l’adattamento de La Mummia del 2017 di Alex Kurtzman. Qui Universal decide di cambiare di nuovo direzione, optando per film distaccati più concentrati su una firma autoriale che su un senso di continuità. Nell’adattare quelli che sono alcuni personaggi iconici entra in scena come produttore Jason Blum della Blumhouse, famosa casa di produzione di horror a basso costo che riescono a essere facilmente dei successi al botteghino (per intenderci, son quelli dietro Paranormal Activity, The Purge e Get Out). Qui emerge il nome di Leigh Whannell, conosciuto già nell’ambito dell’horror per essere stato insieme a James Wan creatore di un franchise come quello di Saw. Arriva a The Invisible Man dopo aver diretto il terzo capitolo di Insidious e un piccolo film intitolato Upgrade.

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Elisabeth Moss nei panni di Cecilia Kass in un frame del film.

Questo nuovo adattamento del romanzo di H.G. Wells ha ben poco dei suoi predecessori, mettendo in disparte l’Uomo invisibile del titolo. Questi commette crimini come in tutte le versioni precedenti, ma tuttavia non si trova al centro della narrazione. Il pubblico assiste agli atti di questo Griffin, qui chiamato Adrian Griffin (qui Oliver Jackson-Cohen, uno dei protagonisti della serie The Haunting of Hill House per Netflix), attraverso gli occhi lucidi e disperati della sua vedova, Cecilia Kass. Ad interpretarla troviamo Elisabeth Moss, un’attrice che il cinema e la televisione degli ultimi anni amano terrorizzare: da Top of the Lake – Il mistero del lago di Jane Campion all’essere la Offred protagonista di The Handmaid’s Tale fino ad arrivare a Us di Jordan Peele.

Fin dalla prima sequenza vediamo Cecilia fuggire con un’attenzione maniacale dalla casa che divide con il marito: sa che quella è la sua unica e ultima capacità di scappare da quell’incubo e non vuole sprecarla. Evita le telecamere che occupano ogni angolo dell’edificio, fa tanti piccoli passi silenziosi pur di evitare di svegliarlo, disattiva gli allarmi, il tutto per cercare di raggiungere la sorella che l’aspetta fuori in macchina. Adrian però se ne accorge a causa di un atto di fatale gentilezza della protagonista e riesce ad arrivare alla macchina: in preda alla ferocia, distrugge il finestrino, la strattona con violenza urlandole di restare, ma per fortuna lei riesce a partire e ad allontanarsi per quello che lei spera essere un “per sempre” da lui. La narrazione ci porta subito a due settimane dopo con Cecilia, ora ospitata a casa di un suo amico poliziotto (Aldis Hodge), che fa fatica persino ad uscire per prendere la posta nella paura che Adrian possa trovarsi da qualche parte. La vediamo coprire la webcam, saltare appena sente anche il semplice suono del campanello, fin quando in casa non arriva sua sorella portandole una notizia inaspettata: Adrian Griffin è morto suicida. L’esperto di scienze ottiche che controllava tutto della sua vita, persino sua moglie, ha deciso di togliersi la vita e questa storia dapprima non la convince, ma poi inizia a godersi una ritrovata gioia di vivere, alimentata anche dall’immenso patrimonio di cinque milioni di dollari che lui le ha lasciato in eredità. Qui però iniziano ad entrare in gioco le dinamiche che Leigh Whannell prende con cura e sapienza dall’opera di Patrick Hamilton, sapendole aggiornare al giorno d’oggi: fornelli si accendono senza che nessuna ci abbia messo mano, flaconi di pillole scomparsi da anni riemergono dal nulla, la cartella che conteneva i progetti di Cecilia e che potevano permetterle un nuovo inizio sparisce improvvisamente al colloquio di lavoro.

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Elisabeth Moss nei panni di Cecilia Kass in una scena del film.

La paura in The Invisible Man emerge dal visivo in modo inedito: a volte la macchina da presa resta su una stanza dove non c’è nessuno più del dovuto, aspettando quel movimento inaspettato, guarda la protagonista da angoli inediti e inspiegabili come se lo sguardo adottato rappresentasse quello di un intruso. Non ci sono jumpscare, momenti immediati e fini a se stessi di spavento. Qui è un brivido che sale lungo la schiena, lentamente, che senza che noi ce ne potessimo accorgere, ha preso possesso di tutto il nostro corpo. Il merito di Elisabeth Moss e della sua straordinaria mimica facciale è quello di riuscire a trasmettere l’inquietudine crescente della protagonista. Le sue preoccupazioni vengono interpretate dai suoi conoscenti come il risultato delle sue paranoie. In una scena un amico rassicura Cecilia dicendole che il fantasma di Adrian la perseguiterà solo se lei glielo lascerà fare. Lei chiede aiuto urlando, dicendo di aver visto delle impronte, di aver sentito un respiro che non era il suo quando era da sola, ma nessuno le crede. Cecilia si trova in un intricato labirinto pieno di trappole e cerca disperatamente la via d’uscita ma nessuno l’aiuta.

Con la riscrittura del classico di H.G. Wells, Leigh Whannell riesce a posizionare Cecilia Kass in una precisa linea di protagoniste degli horror degli ultimi anni, che passano dall’essere vittime di una situazione che sia familiare o amorosa che le annienta, al trovare una nuova linfa vitale una volta riconquistata, dopo aver passato l’inferno, la libertà. Potremmo parlare di Dani Ardor (Florence Pugh) in Midsommar – Il villaggio dei dannati, di Grace Le Domas (Samara Weaving) di Finché morte non ci separi, ma anche di Marta Cabrera (Ana de Armas) di Knives Out se ci allontaniamo dall’horror. Si tratta di un filone, nato sicuramente in parte come risposta al movimento del #MeToo, che vuole mostrare la liberazione e la successiva rivincita femminile dopo un vortice di abusi fisici e psicologici. The Invisibile Man, grazie all’incredibile performance attoriale di Elisabeth Moss, riesce ad elevare quella che rischiava di essere una property antiquata per il gusto in fatto di horror moderno, permettendole di essere attuale, credibile e anche coinvolgente dal punto di vista spettatoriale. The Invisibile Man è disponibile sulle piattaforme Premium VOD a noleggio al prezzo di 15,99€.

di Giada Sartori