Con la nascita del cinema il manifesto, precedentemente utilizzato per pubblicizzare spettacoli teatrali e opere liriche, trova immediatamente una naturale evoluzione con i film.

I primi manifesti cinematografici, le affiche, appaiono in Francia negli ultimi anni dell’800 con lo scopo principale di pubblicizzare l’invenzione dei fratelli Lumière e i locali deputati alle proiezioni più che ciò che veniva proiettato.

Col tempo la funzione del manifesto cinematografico si modifica nei contenuti, nello stile e nella forma, passando da semplice pubblicità dell’evento a mezzo di richiamo del pubblico con immagini semplici, chiare che mostrassero con pochi elementi il genere e l’ambientazione del film, catturando l’attenzione, suscitando emozioni e curiosità nell’osservatore.

In pochi decenni dalla sua nascita il cinema sperimenta ogni genere, la commedia, il fantastico, il colossal, la comicità, il fantascientifico, l’horror, l’avventura, lo storico, l’introspezione, il sentimentale, il noir, attraversa svariate correnti artistiche, l’espressionismo, il realismo socialista, il neorealismo, il surrealismo, e il manifesto segue di pari passo l’evoluzione delle pellicole, del gusto e della società.

Non secondariamente anche il progresso della tecnologia influisce sull’evoluzione dei manifesti col passaggio dalla stampa in litografia a quella in offset, che libera gli artisti da forti limitazioni tecniche, permettendo maggiore libertà.

Generalmente il manifesto viene commissionato dalla produzione o dalla casa di distribuzione del film. Di solito lo stesso manifesto, ad esclusione delle scritte, viene riproposto in tutte le nazioni, in altri casi viene ridisegnato ex novo da artisti locali. Negli anni in cui il manifesto era l’unico mezzo pubblicitario, venivano realizzati anche più soggetti diversi fra loro per lo stesso film e in diversi formati, da affiggere in diversi luoghi della città.

L’industria cinematografica statunitense all’inizio del secolo scorso ha standardizzato i formati dei manifesti, poi adottati da tutti i paesi. Si parte da una dimensione di base di 1 foglio (70 x 100 cm), il cosiddetto soggettone, a salire, 2 fogli (100 x 140), e così via fino al formato massimo di 24 fogli.

Tra i miei ricordi di bambino ci sono quelli di enormi manifesti affissi ad appositi supporti, a muri e anche a intere pareti di palazzi per pubblicizzare l’uscita di quelli che noi chiamavamo i filmoni come I dieci comandamenti o Ben Hur. Ricordo anche la figura dell’attacchino, che in tuta grigia girava in bicicletta con enormi rotoli, la scala, un secchio di colla e un pennellone, una specie di scopone dal manico lungo, col compito di attaccarli per la città, esattamente come in Ladri di biciclette.

Ladri di biciclette

Anche gli attacchini erano dei veri artisti, riuscivano ad attaccare da soli manifesti di enormi dimensioni divisi in più parti che dovevano combaciare tra loro per avere l’immagine completa. Era uno spettacolo vedere la rapidità e la destrezza con la quale lavoravano in attesa di vedere cosa sarebbe comparso.

L’incremento della produzione cinematografica dal secondo dopoguerra ha portato ad un  aumento del materiale pubblicitario. Al manifesto si sono così aggiunte la locandina e la fotobusta. La locandina è analoga al manifesto ma di dimensioni più ridotte (33 x 70 cm in Italia) sicuramente meno ingombrante e più maneggevole. Spesso la parte superiore è bianca per dare la possibilità ai gestori delle sale di inserire le informazioni di loro interesse: cinema, date, orario degli spettacoli o altro. La foto busta è invece una raccolta di immagini fotografiche delle scene tratte dal film, in genere ne venivano prodotte da 8 a 16 per ogni film, in formato 70×50 cm, a sviluppo orizzontale, che venivano esposte all’interno delle sale cinematografiche, come una specie di anteprima (oggi si dice trailer), fotografica del film.

Soggettone – Locandina – Fotobusta

La durata di esposizione di questi materiali variava a seconda delle produzioni e del successo di pubblico. Alcuni manifesti, anche quelli enormi, rimanevano appesi per intere settimane e alcuni addirittura per mesi. Altri circolavano per la città appesi sulle fiancate di  autobus, filobus, tram.

I manifesti cinematografici sono stati per lungo tempo i principali mezzi pubblicitari dei film. Questo materiale artistico/pubblicitario cartaceo di grande ricchezza è andato progressivamente riducendosi sostituito da altri strumenti pubblicitari  legati all’evoluzione della tecnologia, dei nuovi mezzi di informazione e comunicazione, adeguandosi ai cambiamenti del gusto e dei costumi della società. Oggi non ci sono più limiti di dimensioni e di stampa bidimensionale e lo vediamo per le strade soprattutto delle grandi città.

Restano comunque a testimonianza alcune opere notevoli e importanti affidate agli artisti dell’epoca, che come i film hanno fatto la storia del cinema e a volte li hanno addirittura superati per qualità.

Da questo panorama sterminato ne ho scelti alcuni, almeno uno per ogni decennio a partire dalla fine dell’ottocento, che esclusivamente dal punto di vista estetico più rappresentano, secondo me, lo stile dell’epoca.

1895 affiche Lumière

Realizzata da Henry Brispot (Beauvais 1846 – Parigi 1928), un pittore di genere, per pubblicizzare la prima proiezione cinematografica avvenuta il 28 dicembre 1895, al Salon Indien du Grand Café, in boulevard des Capucines, a Parigi, alla presenza dei fratelli Auguste e Louis Lumière. L’affiche non mostra immagini del film, ma il pubblico dell’evento che si accalca per entrare, signore e signori della buona borghesia, bambini, militari, canonici, a significare che lo spettacolo era rivolto a tutti. A quell’evento però non partecipò tutta quella folla, soprattutto non parteciparono i rappresentanti della stampa, gli invitati principali. Nei giorni immediatamente successivi però si parse la voce e alcune migliaia di persone si recarono ad assistere alle successive proiezioni. A Parigi iniziarono a diffondersi per le strade le affiches che pubblicizzavano l’evento. Nel 1896 iniziarono le proiezioni anche in altre città francesi, Lione, Bordeaux, Nizza, Marsiglia e in Europa; in Gran Bretagna a Londra; in Belgio a Bruxelles; in Italia a Roma, Milano, Napoli, Genova, Venezia, Bologna, Forlì. Il cinema era ormai una realtà.

1902 Voyage dans la lune

Si può dire che sia uno dei primi manifesti a pubblicizzare un film e non l’evento. Voyage dans la lune è un film muto della durata di 15 minuti girato da Georges Méliès. E’ stato il primo film ad avere un successo mondiale. Tutti ricordiamo la scena dell’allunaggio della navicella spaziale/proiettile sparato da un cannone che si conficca nell’occhio della Luna dalla faccia umana, immagine ormai entrata nella storia non solo del cinema. Il manifesto coloratissimo oltre a riassumere i contenuti della pellicola, il viaggio degli astronomi sul proiettile, alcune fantasiose creature lunari alate e la corte dei seleniti è una rappresentazione del pensiero della bell’epoque. E’ l’espressione della vita brillante e spensierata nelle grandi capitali europee, del diffondersi di un senso di ottimismo che il nuovo secolo, il Novecento, con i progressi della scienza e della tecnica, le invenzioni, avrebbe aperto un’epoca di benessere, di miglioramento delle condizioni di vita, di pace e di libertà. Ottimismo purtroppo durato solo pochi decenni.

1914 Cabiria

Il manifesto del film Cabiria di Giovanni Pastrone è opera di Leopoldo Metlicovitz (1868 –1944). L’immagine raffigura Cabiria, la protagonista della storia, rapita e venduta come schiava a Cartagine, che sta per essere sacrificata al Dio Moloch, ma viene salvata dalle fiamme da Maciste, servitore del patrizio romano Fulvio Axilla. Metlicovitz è stato uno dei maestri del cartellonismo italiano nello stile art nouveau. Scenografo e costumista alla Scala, autore di manifesti di opere liriche come Madama Butterfly, Manon Lescaut, Turandot che ancora compaiono come frontespizi delle Edizioni Ricordi, di cui è stato per anni direttore tecnico delle Officine Grafiche. Suo è anche il manifesto dell’Esposizione Universale di Milano del 1906, un’allegoria del progresso tecnologico come omaggio celebrativo dell’apertura del traforo del Sempione, realizzò inoltre una serie di cartelloni pubblicitari dei Grandi Magazzini Mele di Napoli e fu autore dell’etichetta di uno dei marchi di amaro più diffusi, il Fernet Branca.

1925 La corazzata Potemkin

Con La Corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn la cinematografia sovietica raggiunge la fama mondiale. Aleksandr Michajlovič Rodčenko (1891 – 1956) fotografo legato alla cultura del Bauhaus e appartenente alla corrente artistica dei costruttivisti ne realizza il manifesto. In un paese in cui nei primi anni del ‘900 il tasso di analfabetismo è elevato il messaggio dei costruttivisti nelle campagne di propaganda della nuova società rivoluzionaria deve essere forte, chiaro ed esplicito, e la tecnica del fotomontaggio e di interventi grafici si rivela un mezzo di comunicazione efficace e innovativo. Il manifesto mostra la torretta di una nave da guerra con due cannoni in primo piano puntati verso l’osservatore e la data, il 1905, l’anno dell’ammutinamento dell’equipaggio della corazzata Potemkin. È un’immagine che non mancherà di essere divulgata rapidamente fuori dai confini e influenzerà altre correnti artistiche.

1926 Metropolis

Franz Schulz-Neudamm (1899-1969) grafico e pittore tedesco è l’autore del manifesto realizzato per la prima del film di Fritz Lang avvenuta  il 10 gennaio 1927 all’Ufa-Palast am Zoo di Berlino. Come vuole la scuola tedesca nel manifesto sono presenti strutture rettilinee e geometriche basate sul funzionalismo. In alto campeggia il titolo del film scritto come se fosse proiettato da fasci di luce, sullo sfondo svettano i grattacieli della futuristica città di Metropolis in cui vive la classe dominante di ricchi imprenditori che opprime la classe inferiore dei lavoratori costringendoli a vivere e lavorare nel sottosuolo, addetti al funzionamento di giganteschi macchinari che danno l’energia alla metropoli. In primo piano è raffigurato il robot che diventerà un androide dalle sembianze femminili, indistinguibile da un essere umano, attraverso il quale avverrà la rivolta degli operai alla schiavitù. Il manifesto, oltre a diventare un’icona artistica, è una rarità, ne esistono infatti solo quattro esemplari originali, due sono in musei, uno presumibilmente appartiene a Leonardo Di Caprio, il quarto fu acquistato da un collezionista privato nel 2005 per 690.000 dollari, cifra più alta pagata per un manifesto cinematografico.

1931 M – Eine Stadt sucht einen Mörder / M Il mostro di Düsseldorf

La M (morder, assassino in tedesco) rosso sangue dipinta sul palmo di una mano è il marchio dell’infamia di chi si macchia del più orribile dei crimini, la pedofilia. Nel film di Fritz Lang l’assassino seriale di bambine viene marchiato e identificato con una M scritta col gesso sulla schiena del vestito. Il manifesto è già un’anticipazione shockante della pellicola.

In Italia il film venne proibito dal regime fascista prima e dai successivi governi democristiani fino al 1960. Quando uscì nelle sale italiane il titolo venne modificato ne Il mostro di Düsseldorf, riferendosi ad un caso di cronaca avvenuto a Düsseldorf nel 1925. Fu fatto anche un manifesto, molto diverso dall’originale, in cui compare una bambina indifesa e impaurita che stringe una bambola, mentre la mano dell’assassino la sta per ghermire.

1940 Gilda

Manfredo Acerbo (1913-1989) l’autore del manifesto, ha disegnato oltre cinquecento manifesti di film; qui coglie appieno l’essenza di una donna tanto bella quanto affascinante e sensuale come Rita Hayworth nei panni di Gilda, in una delle scene più celebri del film di Charles Vidor. Ritratta con straordinaria verosimiglianza, ma anche con un taglio di inquadratura tipicamente cinematografico indossa l’abito senza spalline di Jean Louis mentre canta Put the blame on Mame.

1958 Gigi

Se è il colore di sfondo a catturare l’attenzione dell’osservatore, questo manifesto di Silvano “Nano” Campeggi per il mercato italiano del film di Vincente Minnelli ci riesce benissimo. Nella sua semplicità, uno sfondo monocromo rosso, una scritta bianca come fatta con un pennello e il volto di una giovane Leslie Caron al centro a fare da punto della prima i di Gigi ha centrato l’obiettivo, tanto da essere utilizzato per l’intera promozione internazionale del film vincitore di nove premi Oscar. Il manifesto si discosta totalmente  dai canoni estetici dell’epoca, privo com’è di immagini anticipatrici della trama. Ne è stata fatta anche una versione a colori invertiti, sfondo bianco e scritta rossa, versione questa utilizzata come copertina dell’LP della colonna sonora. Una curiosità questa copertina del disco compare nella copertina del doppio album dei Pink Floyd Ummagumma del 1969 realizzata dallo studio di design Hipgnosis.

1968 Yellow submarine

Il manifesto di Heinz Edelmann (1934-2009) è perfettamente figlio della cultura Pop-Rock degli anni Sessanta. Un mondo fantastico, variopinto, psichedelico, fatto di allegria, di colori da acidi, di visioni da fumo di canne, dove tutto può accadere. E’ il mondo di Pepperland, pieno di colori e spensieratezza, dove la Banda del Sergent Pepper allieta tutti con la sua musica fino a quando i Biechi Blu fanno sparire tutte le canzoni, lasciando solo silenzio, tristezza e grigiume. A salvare la musica e Pepperland arrivano i Beatles a bordo del loro Yellow Submarine e con All you need is love sistemano tutto.

1971 Arancia meccanica

Alex il capo della banda dei Drughi è la violenza personificata. Lo vediamo spuntare dalla A del manifesto, con un pugnale in mano, la bombetta in testa, l’occhio truccato e quello che gli viene dilatato, durante la sua rieducazione, obbligato a guardare a ripetizione film estremamente violenti, accompagnati dalla musica di Ludovico van come lui chiama Beethoven il suo autore preferito. In questa immagine opera di Bill Gold (1921 – 2018) c’è sintetizzato tutto il film. Gold è autore di oltre 2000 manifesti cinematografici tra i quali ricordiamo Casablanca, Un tram che si chiama desiderio, My Fayr Lady, La stangata, Barry Lyndon, Casanova, Alien, Platoon, Mystic river. Ha collaborato con alcuni dei più grandi registi, Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick, Federico Fellini, ma ha avuto un rapporto privilegiato con Clint Eastwood per il quale ha fatto i manifesti di una trentina di film da lui diretti o interpretati. Gold ha lavorato per molto tempo a mano libera, spesso solo conoscendo gli interpreti o leggendo la sceneggiatura, senza prima aver visto il film.

1983 Zelig

Sfondo nero e il titolo del film scritto in caratteri e colori diversi, è Leonard Zelig /Woody Allen, mutevole come le scritte del manifesto. Zelig infatti è affetto da una strana malattia che lo fa trasformare. Come se fosse un camaleonte umano cambia fisionomia, carattere, personalità, trasformandosi in chiunque abbia vicino, un medico, un rabbino, un nero, un nazista. Il manifesto non rivela assolutamente nulla del film ma ne coglie appieno l’essenza, semplicemente con le scritte. Un’intuizione geniale.

1999 American Beauty

American Beauty è una varietà di rose rosse, molto diffusa nei giardini americani e ricorrente nei sogni e nella fantasia del protagonista del film di Sam Mendes, Kevin Spacey che interpreta un maturo americano, piccolo borghese, depresso, appesantito dall’età, dalla cattiva alimentazione, deluso dalla vita e del matrimonio. E’ ossessionato da una ragazzina amica della figlia che gli risveglia gli ormoni e la fantasia. Nel suo sogno erotico la immagina adagiata su un tappeto di petali di rose rosse American Beauty. Ed è così come lui la sogna che ce la mostra il manifesto, sicuramente intrigante e riuscito.

2003 Kill Bill

La solita “ispirazione” di Tarantino proveniente da idee cinematografiche di altri paesi. In questo caso il tema è la vendetta, e il paese è la Cina, coi suoi film di arti marziali degli anni ’70, ovviamente di serie B di cui non manca di adottarne anche lo stile. Il manifesto, molto curato, mostra la mano di The Bride (la Sposa) Uma Thurman con i pizzi dell’abito da sposa che impugna la katana con la quale compirà la strage granguignolesca. I caratteri giapponesi sullo sfondo significano kirubiru cioè Kill Bill. Esiste anche un manifesto alternativo realizzato da Tyler Stout commissionato dal team di produttori e amici di Tarantino come regalo per il suo compleanno, coincidente con la proiezione del film a Los Angeles.

2015 Il racconto dei racconti – 2016 Alice attraverso lo specchio

Lo Cunto de li Cunti scritto in napoletano da Giambattista Basile nei primi anni del Seicento è una raccolta di cinquanta fiabe. Come uno degli innumerevoli frutti del genio e dell’inventiva italica è la più antica pubblicazione d’Europa di questo genere, fonte di ispirazione delle successive opere dei fratelli Grimm e di Andersen. Matteo Garrone ne ha scelte tre per il film che, a differenza del libro si intrecciano tra loro diventando un’unica fiaba con tutti i contenuti che deve avere una fiaba, castelli su montagne impervie, boschi misteriosi, re, regine, principesse, mostri. E tutti i contenuti sono riportati nel manifesto con la tecnica del fotomontaggio, che non manca certo di attirare l’attenzione.

Lo stesso si può dire del manifesto comparso l’anno successivo per un film tratto da un’altra fiaba, Alice attraverso lo specchio di Lewis Carrol. Anche qui, con stile e tecniche diverse che mescolano fotografia a computer art, coloratissimo, compaiono tutti i personaggi che ci guardano come in una prospettiva deformata da Maurits Cornelis Escher.

2020 Birds of prey

Birds of Prey  è tratto da svariate serie di fumetti dedicate alle eroine della DC Comics. E’ anche una canzone dei Doors di Jim Morrison. Il manifesto unisce le due cose, lo stile fumettistico del disegno che fa molto copertina di LP di progressive rock anni ’70. In primo piano, su uno sfondo rivisitato della Nascita di Venere di Botticelli, è il personaggio principale: la newpunk Harley Quinn (Margot Robbie) chiara storpiatura anglofona di Arlecchino. Il suo vero nome è Harleen Frances Quinzel, vive a Gotham City, la città di Batman e Joker, non ha superpoteri, ha studiato psichiatria, ha lavorato al manicomio dove ha conosciuto e si è innamorata del paziente Joker verso il quale ha una dipendenza psicologica. E’ emotivamente instabile e psicopatica. Harley è attraente, ha un fisico snello ed atletico, gli occhi azzurri, i capelli lunghi, biondi che porta legati in due codini ai lati della testa uno rosa e uno azzurro. Ha un trucco pesante, un cuoricino rosso sotto l’occhio destro. Si veste con un costume dorato a rombi come Arlecchino, porta sempre con sé una pesante mazza da croquet e la sua iena di compagnia. E’ la regina della banda dei clown del crimine. Sullo sfondo svolazzano le sue amichette, Black Canary dotata di un urlo ultrasonico; Huntress  la cacciatrice rampolla di una famiglia mafiosa italoamericana; Renee Montoya agente di polizia. Manifesto sicuramente interessante, il film lo lascio al vostro giudizio.

di Silvano Santandrea