E le stagioni continuano ad alternarsi, e i cavalli di legno della giostra andare su e giù. Siamo prigionieri sulla giostra del tempo. Non possiamo tornare indietro, possiamo solo guardare dietro di noi, da dove veniamo. E tutto gira e gira nel gioco del cerchio.

Il ritornello della splendida canzone The circle game di Joni Micthell non avrebbe stonato se fosse stato posto a suggello di Un giorno di pioggia a New York (anche se l’Allen raffinato lettore di Rilke, quale egli si dimostra in Un’altra donna, forse gli avrebbe preferito i versi finali di Das Karusell). L’impressione che si ha, dopo la visione del film, è di aver assistito, appunto, a un Reigen schnitzleriano, a una Ronde à la Ophüls, a una danza delle ore, di cui è corrusco simbolo, nel film, il Delacorte Clock, il celebre orologio di Central Park che scandisce le ore con un carosello di piccoli automi dalla forma di animali.
Sempre uguale è il girotondo di quelle statuine, eppure tra un rintocco e l’altro della campana il corso della vita può prendere pieghe inaspettate. Così può accadere che una coppia di innamorati si separi in appena ventiquattr’ore, che un bacio ‘cinematografico’ si trasformi in una micidiale trappola di Eros, che una raffinata dama dell’alta borghesia newyorkese, temuta e ossequiata icona di stile, confessi al figlio trascorsi nel demi-monde che farebbero inorridire la upper class di cui ora è la regina. Antiche eppure sempre inedite sono le dramatis personae che si agitano in the circle game: un cineasta persuaso di aver perduto l’ispirazione e di non aver più nulla da dire al proprio pubblico (emblema dell’eterno duello dell’Arte con la Vita); uno sceneggiatore che fa la posta alla moglie per coglierla in flagrante adulterio (a conferma del fatto che la Vita, nel duello con l’Arte, è assai più fantasiosa e che può scrivere copioni di gran lunga più articolati); un attore che, dietro a metodi da gentiluomo, mira soltanto ad aumentare la lista delle proprie conquiste (ennesima incarnazione del mito dongiovannesco); una fanciulla di provincia, non troppo colta e un po’ ingenua, che a poco a poco si lascia sedurre dagli allettamenti della metropoli, tanto da mancare gli appuntamenti con l’innamorato (epigone di una lunghissima schiera di donne insoddisfatte a cui Flaubert e Čechov hanno dedicato pagine insuperabili).

Woody Allen sul set di Un giorno di pioggia a New York (2019) con Timothée Chalamet e Elle Fanning

Antico e sempre nuovo, dunque, è il carosello della vita, un carosello dal quale, come recita un antico carme goliardico dedicato alla Fortuna, si può «descendere minorati», con il cuore a pezzi. Ma nulla di tutto questo accade in Un giorno di pioggia a New York. A Woody Allen non sfuggono di certo le periclitanti geometrie che regolano i rapporti umani, solo che queste sono da lui comprese e persino giustificate. Forse non è temerario affermare come mozartiano sia lo Spirito del racconto che soffia su questo film: come nel gran teatro del celeste Salisburghese, anche qui si mostrano passioni e tradimenti, illusioni e menzogne, vanità e affanni, ma senza giudicarli, non per pavidità o indifferenza o, peggio ancora, per cinismo, ma in nome di una superiore comprensione dell’Umano che si fa fraterna connivenza con le cadute proprie della nostra natura, difettiva per statuto. E come la musica nelle opere di Mozart è il grande medium che consente di riappacificarci con la nostra sozzura e di conseguenza di non prenderci mai per una incarnazione del bene, così è la pioggia che cade su New York nel film di Allen: essa, ora con la gentilezza di una acquerugiola chiacchierina ora con la veemenza di uno scroscio, non solo smorza il suono di tante parole impazzite, ma sembra anche dilavare tante impurità. Così, alla fine, proviamo, sì, amarezza, ma soltanto una punta; ci rendiamo conto che le relazioni con i nostri simili sono bacate all’origine, ma vediamo altresì come da questo comune deficit possa derivare una gioia strana, una sorta di «allegria di naufraghi»; abbiamo contezza di essere «prigionieri sulla ruota del tempo», ma il nostro sguardo non è così miope da non scorgere, a quando a quando, un gesto o un volto o una musica o un libro o un film che ci toglie il respiro e che è come una promessa di liberazione.

Nel film vi è almeno un personaggio che, pur essendo anche lui travolto dal carosello della Vita, riesce tuttavia a resistere «all’aria del tempo»: è Gatsby Welles, studente universitario che cita Ortega y Gasset, suona musiche di Irving Berlin, ascolta Cole Porter, frequenta le mostre dedicate a Weegee e indossa con piglio scapigliato giacche tweed di ottima fattura. Pur immerso in un mondo che insegue il successo, il denaro e facili avventure d’alcova, Gatsby tuttavia non si lascia sedurre da esso, anzi gli oppone, non senza orgoglio, i propri gusti decisamente anti-moderni, nemici del mòdo, dell’ora presente, effimera e transeunte. I suoi gusti in fatto di libri e musica, di cinema e dipinti, non hanno nulla di snobistico né di pretenzioso; al contrario, da essi traluce una passione che da sempre è la prova della presenza reale di cultura. Ma è l’ironia – e potrebbe essere diversamente in uomo di autentica cultura? – la qualità migliore di Gatsby e dietro l’ironia, si sa, non vi è il riso ma profondissima, inconsolabile malinconia, quella di chi scorge negli affanni umani nulla più di un giro di giostra, ma che pure sa cogliere, in quel fatale giro, schegge di senso.

di Andrea Panzavolta