In che cosa consiste davvero la Deutsche Seele, l’anima tedesca, in cui asserisce di credere il piccolo Johannes Betzler, soprannominato Jojo? Nell’obbedienza cieca al Führer? Nel culto orgiastico della cosiddetta ‘razza ariana’? Nella convinzione che quello germanico è il popolo eletto, dinanzi al quale tutte le altre nazioni dell’orbe terracqueo debbono sottomettersi? Nell’evocazione di un eroismo spinto fino al supremo sacrificio di se stessi per il bene e la grandezza della patria? Oppure l’autentica anima tedesca è posseduta da coloro che il regime hitleriano considera alla stregua di insetti immondi da sterminare, da ragazzine come l’ebrea Elsa Korr, che recita a memoria le poesie di Rilke, o da Rosie, la madre dello stesso Jojo, che offre riparo agli ebrei e partecipa alla resistenza, diffondendo biglietti che invitano alla ribellione?
La materia del racconto, come si può evincere da questi cenni, è quanto mai arrischiante: a essa ci si deve accostare togliendosi i calzari dai piedi, perché sacro è il suolo che si va a calpestare. Il rischio, però, aumenta a dismisura se si decide, come fa il regista Taika Waititi, di trattarla con un registro lieve, da commedia, perché reale è la possibilità o di trasformarlo in una indigeribile pappa del cuore o di anestetizzarla dietro a uno spesso strato di stucchi. Sorretto, tuttavia, da un’ottima sceneggiatura, da superbe prove attoriali e da una maestria registica che non conosce cedimenti, Waititi crea un vero e proprio gioiello, un capolavoro che non è temerario inserire accanto a Vogliamo vivere! di Lubitsch, Train de vie di Mihaileanu, Arrivederci ragazzi di Malle e Il grande dittatore di Chaplin, che è poi il canone dei migliori film che mai siano stati realizzati sulla persecuzione ebraica da parte della Germania nazista.

Vi è in particolare un Lubitsch Touch in Jojo Rabbit, che consiste nella ammirevole capacità di tenere insieme registri diversi, di far sedere allo steso desco Talia e Melpomene, di conciliare il riso di Democrito con il pianto di Eraclito. Perché tanto il riso quanto il pianto concorrono – insegnano i Greci – a raggiungere il máthos. Soprattutto in questo senso deve essere inteso il capodopera di Waititi, come la storia di una Bildung, appunto, come un percorso di conoscenza: Tu non sei un nazista, Jojo. Sei solo un bambino di dieci anni a cui piace giocare ai nazisti gli dice Elsa. Già i suoi capisquadra al campo d’addestramento gli avevano detto questo, irridendolo per la sua goffaggine e per la sua irresolutezza a strangolare un coniglio (da qui il suo curioso soprannome), ma le loro velenose contumelie lo avevo spinto ad abbracciare con maggiore veemenza l’ideologia nazista per dimostrare a essi il contrario; soltanto le parole di Elsa fanno breccia nel suo cuore, perché sono dirette al cuore, pronunciate da una ragazza di cui Jojo può vedere il volto e leggere la straziante autobiografia scritta su di esso.

Taika Waititi, oltre a dirigere il film, si ritaglia il ruolo di Hitler immaginario nel suo Jojo Rabbit (2019)

Tu non sei un nazista: cinque parole appena che tuttavia consentono il miracolo più grande che possa capitare a un essere umano, quello di porre domande, di interrogarsi, di raggiungere, appunto, il máthos, più che ‘conoscenza’, coscienza, o meglio ancora consciousness, suggestivo termine inglese di cui non vi è un corrispettivo in italiano, il quale indica il rapporto più intimo con il nostro Io, l’attività in cui giudichiamo ciò che facciamo e diciamo, il coraggio, si potrebbe anche dire, di presentarsi all’appuntamento notturno con noi stessi, accettando il rischio di essere contraddetti e di vedersi strappare la maschera dietro la quale sonnecchiavamo in un bovino torpore. Prima di conoscere la ragazza ebrea che sua madre tiene nascosta in una intercapedine del tetto, Jojo era una ‘testa senza mondo’: egli era solamente pensiero, una testa satura di ideologia, di cose che, come rivela l’etimo, si vedono (eidéin) con l’intelletto, ma che sono inesistenti (gli ebrei non hanno quattro braccia né il corpo ricoperto da scaglie di rettile; non hanno poteri telepatici né dormono come i pipistrelli). Elsa, invece, non solo gli insegna il giudizio, che a differenza del pensiero riguarda casi concreti, scelte da fare qui e ora, esseri umani in carne e ossa che chiedono di non essere uccisi, ma anche a metterlo in connessione con il pensiero.
La conquista del máthos, della consciousness, avviene in particolare attraverso due tappe, entrambe strazianti. La prima è quella della scoperta del cadavere della madre, impiccata insieme ad altri cittadini tedeschi accusati di disfattismo ed esposta quale truce ammonimento nella piazza principale. Con mirabile pudicizia, il regista mostra soltanto le scarpe della donna (su cui più volte nel corso del film la macchina da presa aveva indugiato, rendendole così immediatamente riconoscibili da parte dello spettatore), scarpe contro cui Jojo quasi va a sbattere, inseguendo il volo di una farfalla che richiama uno dei più alti monologhi di Re Lear («[…] così vivremo e pregheremo e ci racconteremo antiche storie, ridendo davanti al volo delle farfalle dorate») e la sequenza finale di All’Ovest niente di nuovo di Lewis Milestone. Waititi non avrebbe potuto rendere con accenti più poetici il passaggio della linea d’ombra che separa l’età dell’oro da quella del ferro.
La seconda tappa è quella della conquista della città da parte dell’esercito alleato. Sotto una tempesta d’acciaio Jojo prende finalmente contezza dell’abisso in cui è precipitata la Germania hitleriana: bambini mandati come kamikaze contro il nemico, vecchi che con sassi e moschetti oppongono una vana resistenza alla formidabile avanzata dei carrarmati Sherman, case distrutte, morti e feriti. L’intera sequenza è accompagnata da un coro di voci bianche che è impossibile non associare a quello impiegato da Benjamin Britten nel suo War Requiem e che si fa assorta meditazione sulla infelicità degli uomini.
Credo che abbiamo sbagliato a dare ascolto ad Hitler dice Yorki, il migliore amico di Jojo. Una verità, questa, che sarà poi suggellata da un calcio dello stesso Jojo al Führer, che fino ad allora era stato il suo amico immaginario. In quel gesto, e nella sapida imprecazione che lo accompagna, avviene la catarsi e con essa la conquista del máthos. Il ballo, alla fine del film, di Jojo e di Elsa sulle note di Heroes di David Bowie segna il ritorno prepotente della vita dopo tanti lutti: in esso vibra una felicità coraggiosa, uno spavaldo ardimento, il gusto di un nuovo inizio. I versi posti a epigrafe del film, tratti dal Libro d’ore di Reiner Maria Rilke – un poco didascalici, a dire il vero, perché la danza dei due ragazzi ha una potenza evocativa superiore a qualsiasi parola, fosse anche quella poetica –, bene ne compendia la cifra spirituale: Lascia accadere ogni cosa: bellezza e terrore [Schönheit und Scherecken]. / Andare si deve: nessun affetto è troppo lontano. / Non lasciarti dividere da me. / Vicino è il paese / che chiamano vita. // […] Dammi la mano.

di Andrea Panzavolta