Il videogioco è un oggetto spesso frainteso. Maltrattato dall’opinione comune attraverso stereotipi culturali poco sensati (incentiva la violenza, è una perdita di tempo, ti brucia il cervello), si trova a essere croce e delizia dell’industria culturale. L’industria videoludica muove centinaia di miliardi di dollari l’anno, eppure sembra destinata al tempo stesso a restare nel suo mondo, come un triste animale allo zoo che pur essendo bellissimo da ammirare difficilmente apprezza quello stato di cattività. I videogiochi sono invidiati dall’industria cinematografica che prova a portare gli appassionati giocatori in sala adattando alcuni dei titoli più venduti del mercato, ma fallendo miserabilmente ogni volta: basti ricordare i due film di Tomb Raider con Angelina Jolie (dimenticandoti di quel tentativo sfortunato del 2018 con Alicia Vikander di ridare vita alla property) o Assassin’s Creed con Michael Fassbender. È importante anche riconoscere che i gamers sono particolarmente esigenti: Netflix ha preferito adattare la serie di libri di The Witcher dell’autore polacco Andrzej Sapkowski, piuttosto che andare a toccare la serie di videogiochi omonima che ha venduto più di 40 milioni di copie in tutto il mondo. I fan di Sonic, la mattina del 30 aprile 2019, sono accorsi a vedere il trailer del film di Paramount dedicato al porcospino blu di Sony per rimanere inorriditi dal suo character design (soprattutto dai denti molto da umano). Hanno riempito i social media del regista e degli studios di insulti a tal punto da portarli nel giro di soli tre giorni a spostare la data d’uscita del film di tre mesi per ascoltare le critiche (non tanto) costruttive ricevute. I gamers però non sono solo esigenti, sono anche pieni di passione, di ammirazione, di creatività. Dimostrano il loro interesse in vari modi, ultimo dei quali le live stream, soprattutto di giochi come Minecraft e Fortnite, che hanno portato normali ragazzi con una passione a diventare milionari (uno tra questi Ninja, un ragazzo di 28 anni che ha guadagnato rapidamente più di 14 milioni di followers semplicemente interessati al guardarlo giocare).

L’industria audiovisiva ha riflettuto su stessa, sulle sue meccaniche, sui suoi registi, sulla genesi di alcuni dei suoi titoli più iconici fin dalle sue origini. Lo stesso ha fatto anche con la musica, con l’arte pittorica e tanti altri aspetti della cultura. In questo scenario i videogiochi sono quasi sempre rimasti in secondo piano, nonostante la loro natura estremamente complessa, vivace e intrigante. Forse è proprio per questo che Mythic Quest: Raven’s Banquet, la nuova serie tv di Apple TV+, risalta in questo periodo di peak tv. Si tratta di una workplace comedy come molte del genere, da The Office a Parks and Recreation, che però non segue dei semplici impiegati di un ufficio, ma di uno studio di sviluppo impegnato nel lancio di una rivoluzionaria espansione di quello che è il MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game, come World of Warcraft) più famoso di questo mondo fittizio. La serie, partorita dalle menti  dietro una sitcom longeva e ispirata come C’è sempre il sole a Philadelphia (Rob McElhenney, Charlie Day e Megan Ganz), è stata annunciata sul palco dell’E3, la convention più importante per gli appassionati del videoludico, anche grazie alla presenza di un nome importante tra i produttori: Ubisoft, che per amore del progetto, ha fatto realizzare dal suo studio Red Storm gli spezzoni di gameplay che inframezzano l’azione nella serie. Il suo intervento però non si è formato qua: diverse persone dell’azienda sono entrate nella writing room per discutere con gli sceneggiatori e per capire insieme quale fosse il modo più efficace per omaggiare l’arte del videogioco.

Mythic-Quest-Review-04
Da sinistra a destra: David Brittlesbee (David Hornsby), Ian Grimm (Rob McElhenney), Brad Bakshi (Danny Pudi), C.W. Longbottom (F. Murray Abraham), Jo (Jessie Ennis) e Poppy Li (Charlotte Nicdao) in uno still della serie.

Questa lettera d’amore per quell’universo caotico e variopinto dell’industria videoludico prende forma attraverso i numerosi personaggi che occupano quello studio e che rappresentano tutti diverse sfaccettature di quel mondo: da C.W. Longbottom (il premio Oscar F. Murray Abraham), scrittore che dopo una lunga carriera piena di riconoscimenti ha iniziato a occuparsi di un videogioco a cui non ha mai giocato, al gelido Brad Bakshi (Danny Pudi) a capo della monetizzazione, disposto a tutto pur di vendere qualche copia in più, dall’ingenuo produttore esecutivo David Brittlesbee (David Hornsby) alle due testers Dana e Rachel (Imani Hakim e Ashly Burch – la seconda conosciuta dai gamers per aver doppiato personaggi di Borderlands e Life is strange). Il vero cuore pulsante della serie sono Ian Grimm (Rob McElhenney), creatore e direttore creativo elevato ai pari di un Dio da parte del fandom e del suo stesso ego, e Poppy Li (la brillante Charlotte Nicdao), capo programmatore che deve suo malgrado realizzare tutte le assurde proposte del suo capo. Il loro rapporto sono le fondamenta su cui si regge tutto Mythic Quest. Nella stagione vediamo Poppy combattere per ottenere più libertà creativa, per ottenere qualcosa nel videogioco che sia veramente suo e non il risultato di un ordine altrui. Si considera un semplice pennello nelle mani di Ian, ma questi considera questa metafora fallace. Ai suoi occhi infatti Poppy è sia il pennello che la pittrice e lui è solo l’uomo arrogante dietro che le dice cosa dipingere. I loro litigi, ma anche la loro amicizia hanno la stessa radice: il gioco a cui entrambi hanno dedicato la loro intera vita.

Mythic Quest non vuole solo far ridere, vuole parlare di creatività, delle libertà che si prendono le persone se protette da uno schermo, della difficoltà che hanno le donne a ritagliarsi un ruolo in quest’ambito lavorativo, degli errori che ogni umano fa e di come andare avanti dopo di essi, dell’ambizione, della fiducia in se stessi. Gli ostacoli che lo studio deve affrontare nel corso della serie sono molteplici: da un’invasione di nazisti nel gioco a una pala che potrebbe diventare un’arma, da uno streamer che decide di boicottare Mythic Quest a un hacker che diventa l’opportunità per un evento epocale. L’essenza dell’intera serie però si può riassumere in un semplice episodio che appare come un pesce fuor d’acqua: A Dark Quiet Death è un lungo flashback, in apparenza scollegato dal resto della stagione, che segue una coppia di programmatori, interpretati da due veterani della comedy come Jake Johnson (il Nick di New Girl) e Cristin Milioti (la madre di How I Met Your Mother), alla ricerca di un difficile equilibrio tra l’amore per la propria opera e il volere dell’industria. È una riflessione su fino a che punto siamo disposti a sacrificare la nostra arte pur di guadagnare e di quanto nel mentre potremmo perdere noi stessi.

Mythic-Quest-Raven’s-Banquet-Cinematographe.it_-4-scaled
Bean (Cristin Milioti) e Doc (Jake Johnson) in una scena del quinto episodio della serie, A Dark Quiet Death.

Una serie come Mythic Quest poteva fallire su molti fronti: ad esempio poteva risultare banale e finire per essere una delle tante nel genere della workplace comedy, il cast o i personaggi potevano non funzionare; Eppure, l’amore che questa serie emana per la sua stessa tematica è qualcosa di così palpabile ed emerge da ogni scelta fatta, da ogni aspetto trattato, dalla cura per la parte di gameplay puro. Mythic Quest porta in sé una genuinità e un amore che di rado si vedono in quest’era della televisione e che lo rendono uno dei primi prodotti veramente degni di nota di Apple Tv+. Mythic Quest: Raven’s Banquet, rinnovata per una seconda stagione ancora prima del lancio, è disponibile sulla piattaforma dal 7 febbraio.

di Giada Sartori