Quella di Arlecchino è forse la maschera più famosa della commedia dell’arte. A metà tra il diavolo comico della tradizione francese – da cui trae origine – e l’essere la barzelletta della società, egli assume la propria identità per il fatto di esistere in funzione di qualcuno: l’Arlecchino ha come missione quella di servire, di far ridere il padrone e senza di lui non avrebbe un senso. Per quanto dovrebbe rappresentare un individuo sottomesso al volere di qualcun altro, questa maschera nasconde in se stessa il caos puro: l’irriverenza, la voglia di indispettire, una lingua senza freni. Attorno a una maschera così scomoda non si può non cercare un modo per controllarla, per domarla; a questo serve un padrone capace di annullarla. Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, nuovo pezzo del complicato puzzle costituito dall’universo DC degli ultimi anni e diretto da Cathy Yan, vuole rispondere a una semplice domanda: cosa succede all’Arlecchino quando incontra la libertà? Quando è libero dalle redini della sua condizione di servo e può godersi il mondo in tutta la sua ilarità? Qui l’Arlecchino in questione è Harley Quinn (che prende il nome dalla traduzione inglese del nome della maschera, appunto harlequin) – antieroina per eccellenza al suo secondo exploit sul grande schermo dopo il poco convincente Suicide Squad di David Ayer – e il suo padrone è, anzi era il Joker (interpretato in quel caso da Jared Leto).

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Margot Robbie con la regista Cathy Yan sul set del film.

Harley Quinn pensava di aver trovato in lui una persona capace di amarla come nessuno aveva mai fatto prima e per questo viveva in funzione di lui, lavorando per lui e lasciando che si prendesse il merito di tutte le sue imprese, ma anche ignorando la nocività di quel rapporto. Questa era la Harley che conoscevamo, celebrata come un vero fenomeno di costume nel 2016 quando aveva invaso il mondo delle fiere dei fumetti, dove centinaia di persone ne facevano il cosplay, ma anche l’immaginario comune. Mi ricordo che aprivo Instagram e vedevo coppie dovunque paragonarsi ad Harley e a Joker quando dovevano parlare dell’amore che li legava. In questo contesto Birds of Prey decide coraggiosamente di fare tabula rasa su tutti i preconcetti dello spettatore, per portare Harley Quinn ad essere al centro della narrazione filmica e anche al centro della sua stessa vita.

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Da sinistra a destra: Renee Montoya (Rosie Perez), Huntress (Mary-Elizabeth Winstead), Harley Quinn (Margot Robbie), Cassandra Cain (Ella Jay Basco) e Dinah Laurel Lance (Jurnee Smollett-Bell) in una still del film.

Harley Quinn è sola per la prima volta in anni e deve fare i conti con le conseguenze di tutte le cattive scelte che ha fatto per compiacere il suo amato. Adesso è spogliata dell’immunità e delle sicurezze che tale unione le concedeva e adesso nemmeno può mangiare un tanto bramato sandwich all’uovo senza essere inseguita da persone che desiderano solo ucciderla. Il personaggio interpretato da Margot Robbie non rimane solo a lungo nel suo affrontare la scena del crimine di Gotham e in particolare l’esuberante Roman Sionis/Black Mask (l’eclettico Ewan McGregor): attorno a lei girano come tanti satelliti alcune donne che da prime apparizioni quasi casuali finiscono con il diventare fondamentali non solo per la narrazione, ma anche per Harley e la sua rinascita. Da Dinah Laurel Lance (Jurnee Smollett-Bell), cantante nel club gestito da Black Mask e fonte di informazioni sui suoi traffici per la polizia, a Renee Montoya (Rosie Perez), una detective che sta cercando di costruire un caso contro Sionis; da Cassandra Cain (Ella Jay Basco), una ragazzina cleptomane, e Huntress (Mary Elizabeth Winstead), una misteriosa figura tornata per vendicarsi dei torti subiti: il mondo attorno a Harley Quinn non potrebbe essere più vivace, caotico, confusionario, vivo e luminoso.

Birds of Prey è un film appartenente a quel filone del superhero movie, che però alla base ha un tema molto semplice e umano: parla della fine di una relazione e del riuscire a ritrovare se stessi. La rinascita di Harley Quinn assomiglia a quella di Dani Ardor al termine del Midsommar di Ari Aster, che veniva descritta nella sceneggiatura in questi termini:

Si è arresa a una gioia conosciuta solo dai pazzi. Si è persa completamente ed è finalmente libera. Ciò è orribile e bellissimo al tempo stesso.

L’antieroina che incontriamo in questo film, scritta brillantemente da Christina Hodson (dietro anche al sottovalutato Bumblebee), si è persa nella sua stessa pazzia, ma proprio per aver superato anche quel limite sente il bisogno di cercare nuove fonti di linfa vitale anche nelle cose più elementari: dai sandwich ai cartoni animati al prendersi un animale domestico (anche se si tratta di una iena) e al circondarsi di persone che non la vogliono uccidere ma che forse l’apprezzano. Sta imparando ad uscire dall’ombra di qualcun altro per essere – senza rimorso alcuno – se stessa.

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Harley Quinn (Margot Robbie) in compagnia della sua iena, Bruce, in una scena del film

Margot Robbie questa volta non si limita a essere l’interprete protagonista, ma decide di produrre il film con la sua LuckyChap Entertainment, anche dietro opere come I, Tonya e il prossimo Promising Young Woman. Come ha spiegato brillantemente la mia migliore amica, molte potrebbero interpretare Harley Quinn, ma nessuna sarebbe capace di metterci lo stesso amore dell’attrice australiana. Ogni secondo in cui si trova sullo schermo è una lettera d’amore per quel personaggio, spesso frainteso e bistrattato.

Birds of Prey è un altro esempio, dopo Wonder Woman di Patty Jenkins e Shazam! di David F. Sandberg, di una ritrovata energia da parte del DC Cinematic Universe. Rispetto al percorso intrapreso da Marvel, si presenta come meno compatto da un punto di vista narrativo, ma proprio per questo anche meno prevedibile: più predisposto a rischi e  più innovativo. Ogni film torna sul precedente aggiustandolo, ma anche rinnovandolo, seguendo una logica simile a quelle dei fumettisti che sembrano cercare un costante reset dell’universo, permettendo così a tutti di trovare qualcosa che possa incontrare il loro interesse. Birds of Prey, nelle mani di Cathy Yan, è un’esplosione di energia, di colori e di musica (sono impegnate nella colonna sonora alcune delle artiste più interessanti del momento, come Doja Cat, Normani e Halsey), anche se a volte rischia a volte di perdersi nel suo stesso caos. Birds of Prey sa di emancipazione e di una ritrovata, folle e inebriante gioia, da cui non possiamo fare altro che essere catturati.

di Giada Sartori