“La messa in scena nel cinema ha il compito di sconvolgerci con la bellezza delle immagini artistiche, con la loro profondità, e non con un’importuna illustrazione del significato racchiuso in esse. L’insistente spiegazione del significato limita la fantasia dello spettatore.”

Attraverso la citazione di Andrej Tarkovskij, mi rivolgo a coloro che hanno “scavato” troppo dentro 1917, a chiunque abbia preferito sezionare sceneggiatura, immagini, personaggi piuttosto che lasciarsi sconvolgere – appunto – da ciò che accadeva dinanzi ai propri, vostri, nostri occhi.

Totale assenza di empatia, una trama claudicante e prevedibile, tecnica formidabile ma fine a se stessa: l’ultima fatica di Sam Mendes, al centro di intense disquisizioni, è stata bersagliata senza remore da una larga fetta di pubblico e critica.

L’intento di un’opera non è certamente quello di essere “capita”, bensì vissuta. 1917 è un film, ma potrebbe essere un quadro, un brano, un romanzo, un intimo frammento custode di un valore semantico in (dis)equilibrio tra soggettività e autorialità.

Foto 1 –  I due protagonisti George MacKay (William) e Dean-Charles Chapman (Tom) in una scena del film. Troupe e cast hanno trascorso 6 mesi di prove estenuanti prima di cominciare a girare.

Tom Blake e William Schofield sono due soldati inglesi incaricati di consegnare un messaggio, rischiando la vita pur di rispettare gli ordini. Ma prima di essere militari, Tom e William sono due ragazzi. Due giovani ingenui, quasi inconsapevoli della pericolosità della missione e delle esigue probabilità di successo.

Il cineasta britannico sceglie di non edulcorare, di non spettacolarizzare un mondo – quello della guerra – a noi così distante. Asserire di poter comprendere umori e scelte di un uomo in tali circostanze sarebbe pretestuoso ed è per questo che Mendes ci guida contrapponendo la minuzia all’impersonalità della guerra, la tenerezza alla crudeltà, il quotidiano al disumano: conversare sconnettendosi dalla desolazione circostante, l’occhio smagato di un amico che abbraccia una fotografia prima di esalare l’ultimo respiro, riassaporare il calore della vita nel candido sguardo di un bambino, fiutare l’odore di morte avviluppato nel mantello del mietitore tedesco alle calcagna, l’effetto terapeutico della musica.

1917 è cinismo e morte, ma anche speranza e vita. 1917 è una bestia mordace, è un conflitto tra battaglioni, nazioni, individui, è lo scontro tra l’empietà e la magnanimità che albergano nell’animo umano.

Foto 2 – George MacKay (William) ripaga la fiducia concessagli dal regista e regala un’interpretazione sorprendente.

Un ventennio esatto è trascorso dall’opera prima del regista. Un ventennio da American Beauty, un vero cult, un’opera che sedusse pubblico, critica e membri dell’Academy: ottenne ben 5 Oscar, tra cui quello alla miglior sceneggiatura originale.

Un film multiforme, una trama capace di ritrarre con sguardo esistenzialista e disincantato il tema ineffabile della bellezza.

A distanza di qualche lustro, la trama di 1917 non è riuscita ad appagare unanimemente. La pellicola rende omaggio ad Alfred Hubert Mendes, nonno del regista, e ai ricordi che condivise col nipote in tenera età. Testimonianze che hanno lasciato un segno nel cineasta, portandolo alla stesura di un trama – a mio avviso – tutt’altro che piatta e scialba.

Una storia di un individuo qualunque che esegue degli ordini. O meglio, un anonimo soldato che farà di tutto per portare a termine la propria missione e salvare decine, centinaia di vite. O meglio ancora, un uomo che ha paura, che piange, che si nasconde, che non mangia, non dorme, non si arrende. Quest’uomo è solo un ragazzo che non vuole morire.

William è uno di noi e noi saremmo potuti essere al posto suo. Per lui, la cosa più importante è sopravvivere. Sopravvivere non per se stesso, ma per poter raggiungere uno sconosciuto, guardarlo negli occhi e avere il coraggio di confessare che suo fratello non ce l’ha fatta.

1917 è la storia di un eroe senza medaglia né gloria ed è proprio questo ad ammaliare, a conquistare molti di noi, compreso quel bambino che, diventando grande, decise di celebrare il proprio nonno e tutti i dimenticati.

Foto 3 – Per la scena della chiesa in fiamme Roger Deakins ha fatto costruire un impianto d’illuminazione alto cinque piani con 2000 lampade. Il direttore della fotografia ha ottenuto la 15a candidatura ai Premi Oscar.

Sam Mendes e il direttore della fotografia Roger Deakins compiono un’impresa erculea ed aleatoria: 1917 appare come un unico (o quasi) incessante piano sequenza, reso possibile dal genio e dall’audacia del DoP e da un comparto tecnico di prim’ordine. Una sfida vinta, sì, ma per metà: se regia, fotografia e scenografia hanno stregato chiunque, tali aspetti avrebbero – secondo parecchi – accentuato inadeguatezza e asservimento della trama. Secondo altri – me compreso -, scelte stilistiche e schema narrativo collimano, si completano in un abbraccio prodigioso.

La cinepresa da oggetto inanimato si tramuta, umanizzandosi, in narratore diegetico: la storia si materializza, permettendoci non solo di assistere, ma di condividere percezioni e visioni di Tom. Ad affascinare è la continuità, la persistenza delle immagini attraverso cui possiamo cogliere i dettagli. Dettagli che accentuano, marcano, allignano.

Ed è grazie a quel piano sequenza, tanto osannato quanto discettato, che prende vita il racconto di guerra di 1917. Una storia di trincee, di fango, di filo spinato, di sangue, di topi, di trappole. Compiamo un viaggio – quello di Tom – strisciando, nuotando tra i cadaveri, ansimando, dove nessun luogo è un riparo sicuro. Ogni dettaglio è essenziale, ogni attimo potrebbe essere l’ultimo.

Proprio qui risiede tutta la maestosità della pellicola: il valore dell’istante. La guerra, la vita stessa, sono istanti, scelte, inquadrature che si susseguono.

di Davide Armida