Fin dall’inizio della sua carriera Michael Schur si è sempre dimostrato uno dei pilastri della nuova sitcom televisiva negli Stati Uniti: dopo una prolifica carriera come autore per Saturday Night Live, ha dapprima realizzato l’adattamento americano di The Office con tra gli altri Steve Carell (che seppur siano passati ormai sette anni dalla sua conclusione, rimane la serie più vista su Netflix negli Stati Uniti) per poi approdare nella città di Pawnee per seguire le sventure di Leslie Knope e del suo dipartimento in Parks and Recreation. Nel 2013 ha creato insieme a Dan Goor Brooklyn Nine-Nine, una commedia ambientata nel fittizio 99° distretto della polizia di New York, che è diventata una delle serie più celebrate per quello che riguarda la rappresentazione delle minoranze ma anche per la sua capacità di trattare le tematiche più serie.

Sebbene si distinguano per quello che riguarda il tono e la narrazione (The Office e Parks and Recreation sono dei mockumentary), rimangono comunque delle sitcom che seguono la formula tipica del genere: quella del ritorno del già noto. Questo non deve essere inteso come un punto a sfavore, ma come un punto di forza; riportando sullo schermo quello a cui il pubblico si è affezionato e seguendo una trama più o meno standard in ogni episodio, si prefissano come show che permettono diversi livelli di engagement, da chi vuole qualcosa come sottofondo mentre fa altro ad attenti appassionati che amano citare le loro serie preferite. Nella carriera di Michael Schur come creatore, autore e produttore esecutivo, egli è riuscito a scoprire nuovi talenti (un esempio su tutti, Chris Pratt che dal goffo Andy di Parks and Recreation è diventato la star del franchise di Guardiani della Galassia) e a utilizzare talenti già scoperti in modi nuovi e particolarmente ispirati (Andy Samberg ad esempio ci appare nato per interpretare Jake Peralta in Brooklyn Nine-Nine) per creare dei personaggi pieni di vitalità ma anche profondi, cosa che spesso manca nel genere. Il più grande merito della sua carriera è tuttavia quello di essere stato capace di reinventare la sitcom con The Good Place, serie iniziata nel settembre del 2016 su NBC e che giunge in questi giorni dopo quattro stagioni al triste ma pianificato finale.

Se di Parks and Recreation, Brooklyn Nine-Nine e The Office posso raccontare tutta la trama principale senza rovinare la visione di esse, di The Good Place si può a malapena menzionarne la premessa per non spoilerare niente: Eleanor Shellstrop (Kristen Bell) è morta e la prima cosa che vede nell’aldilà è un enorme scritta bianca che le rassicura, dicendole: Welcome! Everything is fine. Si trova nel Good Place, quello che gli umani hanno sempre chiamato Paradiso o in altri modi a seconda dei credi. Secondo Michael (Ted Danson), un architetto che ha realizzato la comunità in cui andrà a inserirsi Eleanor, ogni religione ha azzeccato più o meno il 5% di quello che riguarda l’oltretomba, il record a riguardo spetta a Doug Forcett, un ragazzo di Calgary che negli anni ‘70 riuscì a descriverlo con un’accuratezza del 92% durante un trip da funghi allucinogeni e che adesso viene celebrato da un ritratto appeso nell’ufficio di Michael. Nel Good Place a ognuno spetta un’anima gemella e nel caso di Eleanor si tratta di Chidi Anagonye (William Jackson Harper), professore di Filosofia morale afflitto da una forma di indecisione cronica. Nel vicinato l’aspettano anche Tahani Al-Jamil (Jameela Jamil), un’esponente dell’alta società inglese che in vita è sempre stata oscurata da sua sorella, e la sua anima gemella, un monaco buddista di nome Jianyu Li che ha fatto il voto del silenzio (Manny Jacinto). Tutto sembra perfetto, possono anche avere accesso a tutte le risposte dell’universo ed esaudire tutti i loro desideri grazie all’aiuto di Janet (D’Arcy Carden), un incrocio tra il genio della lampada e l’Alexa di Amazon, tuttavia Eleanor non si sente a suo agio nel Good Place perché non vi appartiene. È stata infatti scambiata con una sua omonima, impegnata in proteste umanitarie in tutto il mondo, mentre lei truffava anziani per lavoro. L’unica persona a cui svela il suo segreto è Chidi che decide di darle lezioni di etica e morale nella speranza di aiutarla a diventare una persona migliore e a meritare il suo posto nel Good Place.

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Il cast di The Good Place in una foto dal set (in ordine Manny Jacinto, Jameela Jamil, Ted Danson, D’Arcy Carden, William Jackson Harper e Kristen Bell)

The Good Place ha una trama estremamente complessa per essere una sitcom. Michael Schur ha sempre dichiarato di aver avuto come punto di riferimento nella stesura del soggetto Lost con i suoi numerosi colpi di scena. È una sitcom che riesce a far tornare il cosiddetto già noto riuscendo a reinventare il mondo continuamente, permettendo così di rendere ogni episodio un’esperienza nuova e inaspettata. Usa le tesi su cui si regge come farebbe un filosofo: proponendo anche delle antitesi e smentendole nel corso degli episodi.

The Good Place si differenzia dalle altre sitcom in onda anche a livello tematico, visto il suo focus sull’etica. Nelle commedie si son sempre nascosti insegnamenti morali spesso molto semplici che però restavano sullo sfondo delle battute; qui invece delle vere e proprie lezioni di filosofia diventano il centro focale degli episodi e ci troviamo così ad appassionarci ad argomenti come l’utilitarismo. Le domande etiche sono anche il fondamento della stessa serie: la semplice premessa una persona finisce in una sorta di Paradiso per sbaglio solleva decine di dubbi. Cosa bisogna fare per meritare il Paradiso? Si può diventare delle persone migliori o si è destinati alla dannazione eterna? The Good Place riesce a riflettere su questi punti, senza sacrificare l’umorismo. È una narrazione che porta i suoi personaggi e la loro crescita al centro. Per quanto la premessa possa apparire assurda, i suoi personaggi sono straordinariamente normali, permettendo così al pubblico di mettersi nei loro panni e di provare empatia per loro. Troviamo Eleanor e la sua scorrettezza, Chidi e le sue indecisioni, Tahani con la sua voglia di primeggiare e Jianyu e le sue stranezze… spoiler, forse. Non sono tuttavia personaggi che restano stabili nel tempo. Se prendiamo serie storiche del genere come Friends, l’evoluzione dei personaggi avviene lentamente, prolungandosi per anni e anni, e rimane quasi sempre relegata nel background. Qui Eleanor, Chidi, Tahani e Jianyu sono costantemente chiamati a confrontarsi con il proprio punto di vista sul mondo e su come si dovrebbero comportare le persone. Il Good Place offre un riscontro immediato alle loro azioni attraverso un sistema di punti, capace di riconoscere non solo l’azione svolta ma anche la sua natura. Troviamo ad esempio Tahani incapace di scalare la classifica perché tutte le sue buone azioni avevano come unico fine quello di migliorare il suo status. È proprio grazie a questa natura tangibile della sua premessa che la serie porta il pubblico anche a giudicare le proprie scelte, chiedendosi nel mentre cosa rende una persona meritevole di entrare nel Good Place.

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I quattro protagonisti in un frame della serie.

Uno degli aspetti più interessanti di The Good Place, ai miei occhi, è la mancanza di interesse verso la religione per una serie ambientata nell’aldilà. Di solito, quando si parla di quello che segue la morte si tende a concentrarsi sull’interpretazione che le diverse religioni ne hanno fatto nel corso del tempo. La serie rigetta questo concetto fin dalla prima puntata attraverso il personaggio di Doug Forcett, creando così un credo tutto proprio: una religione che ha come Dio l’essere umano. The Good Place crede nell’essere umano, crede nel suo essere umano, nel suo fare errori ma anche nel suo poter essere capace di migliorare. È una serie che brilla per il suo ottimismo, ma non glissa sopra le problematiche del mondo. Non offre delle semplici soluzioni, preferendo invece degli interrogativi.

Come raccontato in un articolo sulla serie, intitolato The Ultimate Sitcom scritto da Sam Anderson, apparso sul New York Times, Michael Schur ha nel suo ufficio una raccolta di citazioni del famoso scrittore americano David Foster Wallace. Una di queste, estratta da un’intervista del 1993, riassume alla perfezione The Good Place:

Vedi, amico, siamo tutti d’accordo che siano dei tempi bui e stupidi, ma abbiamo veramente bisogno di storie che non facciano altro che drammatizzare quanto tutto sia buio e stupido? In tempi bui, la definizione di arte bella sembra essere quella di arte che cerca e prova a rianimare ciò che c’è di magico e umano che è capace di sopravvivere nonostante l’oscurità del momento. Le storie veramente buone, invece, dovrebbero essere tristi quanto devono esserlo, ma capaci di trovare un modo per rappresentare questo mondo e allo stesso tempo di illuminare sulle possibilità che ci sono di essere vivi e umani in esso.

The Good Place è una serie sulla magia dell’essere umani che brilla proprio per essere nata in anni bui e tristi, dove abbiamo bisogno di un rifugio dalle tragedie senza però essere cullati da esso. Dopo averci accompagnati per quattro stagioni e quattro anni, il 30 gennaio giungerà alla sua pianificata conclusione con uno speciale della durata di novanta minuti (In Italia la quarta stagione verrà trasmessa a partire dall’8 febbraio su Premium Stories, le precedenti sono recuperabili grazie a Netflix). È una serie di cui si sentirà la mancanza per la sua vitalità e per la sua inventiva, ma sappiamo che quando vorremo saremo sempre capaci di poter tornare in quel Good Place, dove tutto va bene e dove siamo i benvenuti.

di Giada Sartori