Inizieremo in modo non convenzionale, ma vogliamo essere sinceri e schietti sin da subito. Non troverete qui una recensione di Figli, film di Mattia Torre, per la regia di Giuseppe Bonito (che ha dovuto impugnare la cinepresa, prendendo il testimone di Torre dopo la sua morte per portare a termine le riprese) che trovate in sala dal 23 gennaio. Non ve ne daremo una sinossi o entreremo nel dettaglio della sua trama. Per un semplice fatto: vogliamo che andiate al cinema a vederlo. Numerosi. Con mente e cuore liberi ed aperti. Pronti ad accoglierlo per quello che è, e non ci vergognamo a dirlo: un capolavoro. Un (ulteriore) emblema di quale grande perdita sia stata per il mondo della sceneggiatura e del nostro cinema quella di Mattia Torre. Continuiamo ad avere Gli occhi del cuore pieni di lacrime da luglio. Una cosa però possiamo e vogliamo dirvela. Non troverete mai più al cinema un film con la stessa potenza narrativa e qualità espressiva come Figli. Per il semplice fatto che nessuno è mai stato e mai sarà in grado di replicare la magia della penna di Mattia.

Valerio Matandrea e Paola Cortellesi sono i protagonisti di Figli (M. Torre, G. Bonito, 2019)

Il film nasce da un monologo, autobiografico, che Mattia Torre scrisse per esorcizzare un trauma: quello della nascita del suo secondo figlio. Lo fa con la sua sferzante ironia, senza autocommmiserarsi o autogiustificare la propria inadeguatezza. ma semplicemente per raccontarsi, con tutte le sue ansia, paure, nevrosi. Senza vergogna. Lasciò che fosse uno dei suoi più cari amici, Valerio Mastandrea, a recitarlo nel corso di una sua partecipazione al lo show di Sky E poi c’è Cattelan. E già leggendo/ascoltando quel monologo avrete un’idea sulla chiave che Torre ha utilizzato nel raccontare i suoi Figli. A titolo di esempio, ve ne riportiamo una piccola parte.

I figli ti fanno ripiombare, con una forza che neanche l’ipnosi, nel tuo passato più doloroso e remoto […] Questi ricordi, non so dire perchè, sono la mazzata finale. La vita stessa, che credevi di aver incasellato in categorie discutibili ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin-tonic hanno smesso di darti l’illusione dell’eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, e siccome siamo in Italia, l’ingranaggio si muove a fatica. Dall’altra parte, il tuo cuore non è mai stato così grande.

Torre usa lo stratagemma di raccontare come e quanto una coppia possa uscire sconvolta, devastata e profondamente modificata dalla nascita di un secondo figlio (1+1 fa 11. Non saranno 2, ma valgono per 11) per fare quello che sempre è stata una delle sue più grandi abilità: raccontare una generazione. La sua. Quella dei nati agli inizi degli Anni ’70. Quelli che sono stati convinti che avrebbero potuto avere il futuro nelle proprie mani. prima di portarglielo via, sottoforma di lavori precari, cartelle esattoriali, responsabilità pressanti compensate da poche gratificazioni personali come professionali. Una generazione in eterna lotta con quella che la ha preceduta. In tal senso, potentissima è la scena tra la protagonista e sua madre, che si smarca dal suo ruolo di nonna per rivendicare un potere della maggioranza: quella dei vecchi, pronti a schiacciare i giovani pur di mantenere intatti i propri benefici.

Figli è anche un modo, attraverso la sofisticata e mai scontata ironia che ha da sempre caratterizzato la scrittura di Torre, di raccontare il nostro Paese. Un’Italia in cui nessuno crede più. Vissuta come luogo dove al massimo poter sopravvivere, cercando di superarne distorsioni sociali, politiche e obblighi morali. Un’Italia vecchia, un paese che non è fatto per i giovani e che, anzi, fa di tutto per schiacciarli. Ma il film è anche un urlo alla resilienza, tutto contenuto in quel imparate ad accettare, pronunciato da una pediatra guru come unica strategia per sopravvivere alla bigenitorialità. Ciò che risulta chiaro per tutto lo sviluppo narrativo del film è la necessità di accettare la propria inadeguatezza. Accettare l’impossibilità di raggiungere la perfezione da più parti richiesta. Accettare che non ci si debba vergonare di voler essere altro al di là del proprio ruolo di madre o che semplicemente non si sia portati ad essere padri.

Dopo la scomparsa di Mattia Torre, a Giuseppe Bonito è stata affidata la regia di Figli (2019)

E, giunti a questa amara e spietata conclusione, non riusciamo a trarne anche un’altra dalla visione del film. Perchè, se Figli racconta il nostro essere diventati genitori prima di imparare a prenderci cura di noi stessi, la scomparsa di Mattia Torre ci fa sentire orfani. Orfani di chi, più di chiunque altro, ha saputo darci voce, raccontare una generazione, con tutte le sue nevrosi, ansie, paure. Con tutta la sua irriverente rabbia. Orfani di una comicità sofisticata, che sapeva nutrire le nostre menti, mentre ci colpiva allo stomaco, ma facendoci piegare dalle risate. Orfani di un modo di scrivere che, ne siamo certi, non tornerà più. Perché era sua, era solo nelle mani di Mattia Torre. Orfani. Incapaci di distogliere lo sguardo dallo schermo. Perché questo è il più grande dono che Mattia ci ha lasciato. La voglia di non vergognarci di avere gli occhi lucidi mentre ridiamo a crepapelle. Allora, non ci resta che fare come lui stesso ci ha consigliato. Ci arrendiamo. Ci arrendiamo al fatto che non potrà più scrivere o dirigere un film. Ma non smettiamo di sperare che il suo cinema non muoia mai.

E i grandi interpreti che sono stati scelti per il suo postumo Figli aiutano a far crescere questa nostra speranza. Perché ci sentiamo tutti maledettamente simili ai protagonisti e ci riconoscamo nei volti stanchi e provati di Paola Cortellesi (che riesce meravigliosamente a delineare un’altra delle grandi qualità di Mattia Torre: quella di sapere, da uomo, entrare in perfetto contatto con la parte femminile, tanto da riuscire a rappresentarla con una potenza e chiarezza forse superiore a quella che dà ai suoi personaggi maschili) e Valerio Mastandrea (chiamato all’arduo compito di doversi fare carico del fiato corto che spesso colpiva il suo scomparso amico quando l’ansia da prestazione genitoriale si impossessava di lui). Capiamo che il nostro cinema non è stato davvero ancora in grado di valorizzare pienamente un grande caratterista come Valerio Aprea, qui chiamato all’arduo compito di rappresentare il genitore separato, quello che vuole scappare dalle sue responsabilità, ma si ritrova perseguitato dal peso dei suoi doveri morali (impersonificati da un prete che si palesa nei momenti più imbarazzanti).

Valerio Aprea in una scena del film Figli (M. Torre, G. Bonito, 2019)

Comprendiamo che tanti erano gli amici di Mattia Torre pronti a seguirlo per contribuire al suo racconto. Ce lo dimostra il cameo di Babak Karimi (che già lo aveva seguito interpretando un ruolo in quel piccolo gioiello della televisione italiana che è stato La Linea Verticale), che in Figli appare come un mago pronto a offrire una soluzione alla stanchezza dei due genitori. O anche quello di Stefano Fresi, il genitore che non vorremo mai essere, ma l’amico di cui avremo dovuto seguire i consigli.

Insomma, siamo orfani di Mattia. Ma andare al cinema a vedere Figli ci aiuterà a sentirci meno soli. E a capire meglio chi siamo diventati.

di Joana fresu de Azevedo