Spivaye Ivano-Franki-Vskteplokomunenergo / Un canto che riscalda.

Nadia Parfan, Ucraina 2019.

Una giovane regista ucraina ci descrive la storia di una vecchia fabbrica fondata quando ancora esisteva l’Unione Sovietica e parallelamente la vita quotidiana del suo coro aziendale, cui partecipano operai e impiegate.

Un canto che riscalda nasce proprio da quest’ultimo spunto narrativo: la routine del coro, il vecchio sindacalista che lo coordina, le difficoltà a convincere i lavoratori a partecipare alle prove cui si unisce, per forza di cose e per condivisione degli spazi, la visione della fabbrica così com’è allo stato attuale. Il lavoro di ogni giorno si scontra con una desolante mancanza di tecnologia, pezzi di ricambio, impossibilità a soddisfare le esigenze degli utenti per l’obsolescenza dei mezzi produttivi.

La Vskteplokomunenergo è un’azienda energetica che distribuisce il riscaldamento nei grandi condomini di regime costruiti in fretta e furia negli anni Sessanta. I tubi non tengono più, gli utenti sono esasperati, gli operai passano di casa in casa e si avventurano nelle cantine allagate per tentare di mettere qualche pezza qua e là e garantire il servizio. Il centralino, i cui tavoli pullulano di telefoni antiquati con la cornetta e la rotella per comporre i numeri, è sempre oberato di richieste, raccoglie le proteste, promette l’impossibile. Ci si domanda come possa sopravvivere se non fosse che si tratta di un’azienda di servizi in una realtà produttiva bloccata che evidentemente non pretende un resoconto degli utili.

 Entrambe le storie si svolgono in paesaggi affascinanti: quello della sala operativa della vecchia fabbrica e l’altro delle sagre di paese nelle quali si esibisce il coro. Si ride e si piange insieme, l’occhio di Nadia Parfan, spietato e affettuoso, mette a nudo la desolazione di un’azienda anacronistica e inadeguata tenuta a galla dall’arte di arrangiarsi di vecchi operai, però ostinata a conservare il lato ricreativo e artistico del coro di fabbrica. Quest’ultimo è un eccellente coro amatoriale il cui repertorio si incentra su canti tradizionali basati su testi edificanti che dipingono una realtà idilliaca riferita non si sa bene a che cosa. È un vero piacere ascoltarlo, con quell’insieme di timbri naturali così fortemente connotati, e anche vederlo attraverso le inquadrature essenziali ed eleganti di donne e uomini con ampie camice bianche dai colli e dai bordi ricamati a grandi fiori.

I colori, pallidi, riportano alle bacheliti degli anni Sessanta, alla consunzione del tempo e a quello che sta diventando un vero cult visivo: la riproposta dell’estetica popolare sovietica degli anni del secondo dopoguerra. Ne esce un documentario che, partendo da una piccola storia locale riesce a sintetizzare gli effetti della fine dell’Unione Sovietica e gli strascichi economici e sociali che ha comportato.

di Daniela Goldoni