#387 – Madeleine Leroyer, 2019

Il 18 aprile 2015 una carretta del mare affondò al largo della Libia con un carico di più di 800 persone. Più di un anno dopo, nel giugno 2016, il relitto venne recuperato in seguito ad una delibera più che controversa dell’allora Governo Renzi. Nella stiva della nave furono trovati circa 300 cadaveri.

#387 inizia sotto una tenda da campo in cui è allestito il laboratorio di Cristina Cattaneo, medico legale dell’università di Milano, responsabile dell’identificazione dei cadaveri o piuttosto, e più miseramente, della loro catalogazione.

Arriva un sacco di plastica con la sua funesta cerniera, la dottoressa Cattaneo la apre e dal marasma che contiene inizia a isolare con cura alcuni elementi. Per primo un portafoglio pieno di fotografie, qualche banconota, un elenco di numeri di telefono scritto a mano, documenti. Ogni oggetto viene separato con delicatezza e allineato ad altri elementi utili al riconoscimento: vestiti, scarpe, sim del cellulare e tutto quanto possa aiutare a ricostruire l’identità del defunto.

Sono immagini strazianti che, più di ogni altra considerazione pietosa, ci comunicano la vicinanza ad un essere umano attraverso cose che ci accomunano, quelle della quotidianità.

Il lavoro prosegue a Milano, in laboratorio, sui resti: ossa e altri reperti come capelli e brandelli di cute vengono associate in base all’età presunta. Parallelamente altre indagini vengono condotte.

Una missione della Croce Rossa conduce altri ricercatori in Africa negli ipotetici paesi di provenienza, in un groviglio di documenti falsi, incontri nei villaggi, contatti con le famiglie.

Contemporaneamente in Sicilia si lavora sugli atti di morte per cercare di dare un nome ad almeno qualcuna delle vittime.

Alla fine di questo disperato lavoro si riuscirà a dare un’identità ad un paio di persone in tutto, una consolazione simbolica ma di grande valore per il rispetto della dignità umana.

Madeleine Leroyer descrive questo duro percorso con occhio lucido e antiretorico, allineando fatti molto più eloquenti di tante parole. 

Il documentario è stato acquistato da 17 televisioni europee con l’eccezione della RAI, ente pubblico di informazione dello stato che ha messo in atto questo processo di ricerca.

Può ancora rimediare.

di Daniela Goldoni