Swords & Sandals – Peplum – Sandaloni, chiamiamoli come vogliamo, personalmente ho sempre preferito chiamare questo genere di film sandaloni, comunque sia, l’origine è tutta italiana e il periodo di massimo successo va dalla fine degli anni ’50 alla metà degli anni’60.

L’ispirazione  di queste pellicole erano i grandi e dispendiosi colossal americani:

Sansone e Dalila (Cecil B. De Mille, 1948) con Hedy Lamarr, Victor Mature, George Sanders,
Angela Lansbury,
Quo vadis (Mervyn LeRoy 1951) con Robert Taylor, Deborah Kerr, Leo Genn, Peter Ustinov,
La tunica (Henry Koster, 1953) con Richard Burton, Jean Simmons, Victor Mature, Michael Rennie, in cui si utilizzò per la prima volta il Cinemascope,
Giulio Cesare (Josep L. Mankiewicz, 1953) con Louis Calhern, Marlon Brando, James Mason, John Gielgud,
I gladiatori (Delmer Daves, 1954) con Victor Mature, Susan Hayward, Michael Rennie, Debra Paget,
I dieci comandamenti (Cecil B. De Mille, 1956) con Charlton Heston, Yul Brynner, Anne Baxter, Edward G. Robinson,
Ben-Hur (William Wyler, 1959) con Charlton Heston, Jack Hawkins, Stephen Boyd, Haya Harareet,
Spartacus (Stanley Kubrick, 1960) con Kirk Douglas, Laurence Olivier, Jean Simmons, Charles Laughton,

che raccontavano storie bibliche e drammi epici ricostruiti in modo sufficientemente attendibile; con personaggi il più possibile realmente esistiti, interpretati da attori di fama internazionale; dialoghi enfatici; scene madri alternate in serie a scene di massa grandiose; scenografie fastose; costumi sfarzosi; effetti speciali di grande impatto visivo; durate molto più lunghe rispetto a quelle usuali; costi astronomici e imponenti campagne promozionali.

Tutti comunque avevano un unico predecessore, sempre italico, Cabiria (Pastrone, 1914), ritenuto il punto di partenza nell’evoluzione del genere.

Queste miliardarie produzioni americane dedicate soprattutto agli eventi della storia della Grecia classica e dell’impero Romano stimolarono la fantasia di registi e produttori nostrani che decisero di confezionare prodotti nazionali, con elementi ben diversi per compensare la scarsa disponibilità economica. Seguendo il noto principio italico che ci ha sempre sostenuti: dove loro (in questo caso gli americani) ci arrivano col denaro, noi ci arriviamo con l’ingegno e l’inventiva.

Ecco allora comparire scenografie di cartapesta e polistirolo, costumi ridottissimi, capacità di giocare con trucchi ed effetti speciali anche se primitivi per sopperire ai pochi mezzi tecnologici disponibili, recitazione ridotta, poca espressività facciale, interpreti maschili con molti muscoli unti e bisunti per meglio far risaltare bicipiti, pettorali e addominali, belle donne con fisici da “maggiorate” come vuole la moda, storie fantastiche piene di ritmo e di colpi di scena, un po’ di avventura, di guerra, di amore, di sensualità per coinvolgere il pubblico più ampio possibile e una buona dose di ironia, invece dei polpettoni americani, lacrimevoli e inzuppati di storia, “la nostra”.

Le trame rispondono generalmente ad uno schema stereotipo, che di solito prevede popolazioni oppresse da tiranni da liberare, regnanti vittime di intrighi da difendere, principesse prigioniere da salvare, tutti comunque bisognosi dell’intervento dell’eroe, che per portare a termine la missione, è costretto ad affrontare una serie di prove – materia questa di variazioni fantasiose – che riesce ovviamente a superare, a volte da solo, altre grazie all’aiuto di un manipolo di fedeli scudieri altrettanto valorosi, ma soprattutto grazie alla sua incredibile forza fisica, fino al trionfo finale dei buoni sui cattivi.

L’eroe può essere indifferentemente un guerriero, un dio o un semidio purché palestrato e con un fisico bestiale. L’eroina, generalmente bionda, cotonata e truccatissima, è bella, virginale, dolce, amata e sposa destinata dell’eroe. Deve però fare i conti con la malvagia, generalmente bruna, femme fatale seducente, che usa filtri, pozioni d’amore e danze sensuali in abiti succinti, aderentissimi per evidenziarne le forme prorompenti, per attirare a se quel patatone dell’eroe tutto muscoli e niente cervello che puntualmente ci casca al momento del discioglimento dai veli, distogliendolo così dalle sue imprese e sottraendolo all’amata. Quest’ultima comunque viene sempre accuratamente evitata dall’eroe come una minaccia, e messa da parte per la di lui necessaria partenza verso nuovi lidi e nuove avventure. I cattivi sono i cortigiani che tramano contro re o regine. Attorno a loro ruota uno stuolo di personaggi di contorno, soldati, gladiatori, principi o principesse in pericolo, fedeli servitori dell’eroe o traditori, schiavi anch’essi muscolati, e soprattutto schiave, sempre bellissime e formose, dei dell’Olimpo e un variegato bestiario, animali feroci, mostri fantastici e creature leggendarie.

Le prime pellicole sono ambientate nella Grecia classica o a Roma, le storie attingono alla mitologia greco-romana, ai loro eroi e a volte anche ai loro dei, per poi spostarsi progressivamente negli anni verso l’Egitto, la Persia, Babilonia e terre fantastiche, a partire da Atlantide, raccontando storie ancora più fantasiose e inverosimili.

Il colossal e il sandalone si sono continuamente intrecciati tra loro, stimolandosi, migliorandosi ed evolvendosi reciprocamente.  Anche perché la base creativa era per tutti la stessa, Cinecittà. Le grandi produzioni americane la utilizzavano per girare i loro colossal in quanto, oltre ai set, forniva tecnici capaci, abili artigiani, costumisti di primordine, maestranze, comparse con costi nettamente inferiori a quelli made in USA. Non era quindi difficile che per girare alcuni sandaloni venisse “preso in prestito” un po’ di materiale dai film di alto costo che venivano girati in contemporanea. Non era affatto raro ritrovare gli stessi costumi, le stesse scenografie, gli stessi caratteristi, le stesse comparse e addirittura le stesse scene di massa in film diversi.

Il primo film con tutti i crismi del vero sandalone italiano è stato Le fatiche di Ercole (Pietro Francisci, 1958)

con Steve Reeves, Sylva Koscina, Ivo Garrani, Gianna Maria Canale, Lydia Alfonsi, Paola Quattrini, Luciana Paluzzi, Gabriele Antonini, che ha aperto le porte del successo internazionale a questo genere di pellicole. L’intuizione vincente della produzione è stata quella di far interpretare il ruolo dell’eroe a Steve Reeves, sconosciuto nel mondo del cinema, ma ben noto body builder dalla muscolatura perfetta che gli è valsa la conquista del titolo di Mr. Universo. L’uscita del film negli Stati Uniti venne preceduta da un enorme battage pubblicitario e il successo superò tutte le aspettative. Da quel momento il sandalone divenne il genere commerciale più richiesto in tutto il mondo e Steve Reeves il divo più pagato d’Europa.

A dargli manforte sono arrivati altri culturisti americani e italiani e in pochissimo tempo è stato tutto un proliferare di sandaloni. Tra il 1958 e il 1965 vengono girati oltre un centinaio di film. A farla da padrone però non è Ercole ma Maciste che ricompare sulle scene dopo Cabiria con ben 25 title role, segue Ercole con 19, più staccati Ursus con 9, Sansone con 6 e Golia con 3. Fanno la loro comparsa anche Teseo, gli Argonauti tutti, il Minotauro, Barabba, Romolo e Remo, Enea, Ulisse, Spartacus. Tra le protagoniste, Elena di Troia, Afrodite, Cleopatra, Messalina, Salambò, Semiramide e Ester.

Tra gli attori che si sono alternati nei personaggi il più prolifico è stato Alan Steel, pseudonimo di Sergio Ciani che ha girato 14 sandaloni impersonando tutti, da Ercole a Golia passando per Maciste Ursus e Sansone.

Mark Forest  pseudonimo di Lorenzo Luis Degni, americano di origine italiana, ne ha girati 11 impersonando Maciste in sei film, Ercole in tre e altri due con personaggi di invenzione mitologica.

Kirk Morris, nome d’arte di Adriano Bellini, ne ha girati 10 impersonando Maciste in sei film, Ercole in tre e Sansone in uno.

Solo quarto Steve Reeves che ne ha girati 9 di cui solo due nei panni Ercole, pur restando per tutti il divo assoluto di questo genere.

Tra le protagoniste femminili vanno ricordate Rosalba Neri, Rossana Podestà, Gianna Maria Canale, Chelo Alonso, Bella Cortez, Vira Silenti, le sorelle Liana e Moira Orfei.

Chiunque sia l’eroe generalmente tiene la scena ma parla poco, chi parla sono i comprimari, specialmente i cattivi. Data la mole di lavoro spesso sono chiamati ad interpretarli attori italiani di teatro: Alberto Lupo, Arnoldo Foà, Enrico Maria Salerno, Gianni Santuccio, Mario Scaccia i più noti, che danno vita a personaggi talmente eccedenti in cattiveria e sadismo da diventare una componente caricaturale.

Il costo medio di ogni film nel tempo tende progressivamente ad abbassarsi, le storie a ripetersi, a distaccarsi dai miti per entrare nella fantasia più sfrenata. Le trame si incrociano, i personaggi si mescolano tra loro, addirittura con improbabili compresenze con altri di epoche diverse. La qualità si abbassa e anche i titoli ne sono uno specchio, come le immagini delle locandine.

Così vediamo i nostri eroi viaggiare nei posti più impensati, compresi quelli non ancora oggetto delle scoperte geografiche:

Ercole alla conquista di Atlantide (Vittorio Cottafavi, 1961) con Reg Park, Enrico Maria Salerno, Gian Maria Volonté
Ercole al centro della Terra (Mario Bava, 1961) con Reg Park, Christopher Lee, Leonora Ruffo, Gaia Germani, Franco Giacobini
Maciste all’inferno (Riccardo Freda, 1962) con Kirk Morris, Hélène Chanel, Vira Silenti, Andrea Bosic, Remo De Angelis,
Maciste nella Valle dei Re (Carlo Campogalliani, 1960) con Mark Forest, Vira Silenti, Chelo Alonso, Carlo Tamberlani
Maciste nella terra dei ciclopi (Antonio Leonviola, 1961) con Gordon Mitchell, Chelo Alonso, Vira Silenti, Raffaella Carrà
Ursus nella terra di fuoco (Giorgio Simonelli, 1963) con Ed Fury, Claudia Mori, Luciana Gilli
Golia alla conquista di Bagdad (Domenico Paolella, 1965) con Rock Stevens, Helga Liné, Mario Petri,
Il gigante di Metropolis (Umberto Scarpelli, 1961) con Gordon Mitchell, Bella Cortez, Liana Orfei, Roldano Lupi
Sansone e il tesoro degli Incas (Piero Pierotti, 1964) con Alan Steel, Anna Maria Polani, Mario Petri, Toni Sailer

Poi li vediamo spostarsi oltre che nello spazio anche nel tempo:

Maciste alla corte del Gran Khan (Riccardo Freda, 1961) con Gordon Scott, Yōko Tani, Dante di Paolo
Maciste nell’inferno di Gengis Khan (Domenico Paolella, 1964) con Mark Forest, José Greci, Ken Clark
Maciste alla corte dello Zar (Tanio Boccia, 1964) con Kirk Morris, Massimo Serato, Ombretta Colli
Ursus il terrore dei Kirghisi (Antonio Margheriti e Ruggero Deodato, 1964) con Reg Park, Mireille Granelli, Ettore Manni
Ursus e la ragazza tartara (Remigio Del Grosso, 1961) con Joe Robinson, Ettore Manni, Yōko Tani

Per combattere contro chiunque:

Maciste contro lo sceicco (Domenico Paolella, 1962) con Ed Fury, Cecyl Tryan, Rita D’Arcout
Maciste contro i mongoli (Domenico Paolella, 1964) con Mark Forest, José Greci, Ken Clark
Maciste contro i cacciatori di teste (Guido Malatesta, 1962) con Kirk Morris, Laura Brown, Demeter Bitenc, Alfredo Zammi, Nello Pazzafini, Frank Leroy
Maciste contro i mostri (Guido Malatesta, 1962) con Reg Lewis, Margaret Lee, Luciano Marin, Andrea Aureli

Maciste contro il vampiro (Giacomo Gentilomo, Sergio Corbucci, 1961) con Gordon Scott, Gianna Maria Canale, Jacques Sernas, Leonora Ruffo

E addirittura:

Zorro contro Maciste (Umberto Lenzi, 1963) con Alan Steel, Pierre Brice, Moira Orfei, Grazia Maria Spina, Massimo Serato
Sansone contro il corsaro nero (Luigi Capuano, 1964) con Alan Steel, Andrea Aureli, Rosalba Neri, Piero Lulli

Da alleati:

Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili (Giorgio Capitani, 1964) con Alan Steel, Red Ross, Yann Larvor, Nadir Baltimore, Lia Zoppelli, Elisa Montès

Con i parenti:

Gli invincibili fratelli Maciste (Roberto Mauri, 1965) con Richard Lloyd, Claudie Lange, Tony Freeman (Mario Novelli)

E perfino tra loro:

Ulisse contro Ercole (Mario Caiano, 1962) con Georges Marchal, Michael Lane, Raffaele Pisu, Raffaella Carrà, Gianni Santuccio
Ercole sfida Sansone (Pietro Francisci, 1963) con Kirk Morris, Richard Lloyd, Fulvia Franco, Aldo Giuffré, Liana Orfei

E come se non bastasse arrivano anche:

Le gladiatrici (Antonio Leonviola, 1963) con Maria Fiore, Susy Andersen, Bella Cortez, Joe Robinson

A metà degli anni sessanta però il gusto del pubblico cambia e con esso le produzioni che progressivamente si spostano su un nuovo filone che ha preso vita e si sta diffondendo, quello degli spaghetti-western che diventano rapidamente la nuova miniera della cinematografia, mettendo di fatto fine ai Sandaloni.

Come Le fatiche di Ercole viene considerato il capostipite dei sandaloni, così La sfida dei giganti (Maurizio Lucidi, 1965) con Reg Park, Gia Sandri, Giovanni Cianfriglia, Adriana Ambesi, un film costruito per oltre la metà della sua durata con scene riciclate, viene considerato la chiusura di questo ciclo.

Oggi Ercole, Maciste, Sansone, Ursus sono sostituiti dai cavalieri Jedi, da Indiana Jones, dai supereroi, che non solo hanno lo stesso DNA ma affrontano con poche differenze anche le stesse avventure.

Ogni tanto nel nuovo millennio qualche produzione riscopre il genere, a cominciare da Il gladiatore, (Ridley Scott, 2000) vincitore di cinque premi Oscar che fa da apripista all’ultima ondata di questo genere di film, seguito da Troy (Wolfgang Petersen, 2004), Alexander (Oliver Stone, 2004), 300 (Zack Snyder, 2007), L’ultima legione (Doug Lefler, 2007), Scontro di titani (Louis Leterrier, 2010), The Eagle (Kevin MacDonald, 2011),  Pompei (Paul Anderson, 2014), Hercules: il guerriero (Brett Ratner, 2014), Exodus dei e re (Ridley Scott, 2014), Gods of Egypt (Alex Proyas, 2016) e, già finita la fantasia, ecco le varie saghe de La mummia, de Il re scorpione e il rifacimento di Ben-Hur (Timur Bekmambetov, 2016).

Tutti film con i protagonisti in tunica, spada e sandali, con ampio uso della tecnologia digitale, che puntano soprattutto su trucchi ed effetti speciali spettacolari, molti girati in blue screen e costruiti in postproduzione con una mescolanza di reale e virtuale, attori compresi, alcuni girati in 3D IMAX, proiettati su maxischermi con audio home theatre surround. Tutti effetti necessari per attirare il pubblico al cinema.

Un revival nato più come risposta all’attacco delle grandi produzioni delle serie TV che all’inventiva, ma nessuno è riuscito a ricreare l’epoca d’oro degli Swords & Sandals – Peplum – Sandaloni.

di Silvano Santandrea