I due autori austriaci, Veronika Franz e Severin Fiala, tornano al cinema con The Lodge preservando l’icastico stile del loro primo disturbante ed anticonvenzionale lungometraggio Goodnight Mommy.
Il gusto per il dettaglio e una messa in scena sofisticata necessitano di uno spettatore attento, laborioso, che non lascia mai nulla al caso, a partire dal titolo: The Lodge, infatti, è la casetta sperduta tra le montagne canadesi dove Mia e Aidan dovranno trascorrere il periodo natalizio con la loro matrigna Grace e il padre Richard, richiamato in città poco dopo l’arrivo.
Nulla è come sembra. Ogni ipotesi è costantemente messa in discussione e, sin dal primo frame, si scorgono le numerose analogie con l’opera prima del duo austriaco: il genere horror che si eleva e abbandona creature soprannaturali per lasciare spazio ai conflitti familiari, rimpiazza la vacuità del jumpscare con l’oppressione dell’isolamento, fa dell’autoreferenzialità un complesso strumento di decodifica narrativa, preferisce l’indugio e lo spaesamento all’appagamento psichico dello spettatore; ciascuna decisione, infatti, ha il fine di provocare in colui che osserva lo stesso senso di disagio provato dai protagonisti.
I dialoghi (usati col contagocce e mai sciatti o banali) ricoprono un ruolo secondario rispetto all’immagine. Merito dello sguardo chirurgico di Thimios Bakatakis – affezionato direttore della fotografia di un certo Yorgos Lanthimos – che subentra al sorprendente Martin Gschlacht di Goodnight Mommy, il cui titolo originale è Ich Seh, Ich Seh (Io Vedo, Io Vedo). E’ proprio da qui che Bakatakis riparte, trasferendosi dalla campagna austriaca ad una villetta tra vette innevate, concependo un luogo che comunica con lo sguardo, dove luci ed ombre parlano, i colori suscitano, i simboli rimandano.

Dopo Goodnight Mommy (2014) e vari cortometraggi, i due registi dirigono il loro primo film in lingua inglese

Ogni elemento è avvolto da una luce lattiginosa che congela l’atmosfera: la sensazione è di trovarsi in pericolo, mai al sicuro, di camminare sul lago ghiacciato che circonda la baita proprio come Grace. Le sue mosse imprevedibili rendono pressoché impossibile la distinzione tra pensieri e realtà, tra follia e lucidità.
Le reazioni dei due bambini, altrettanto indecifrabili, permettono alla pellicola di librarsi tra horror e thriller con durevole efficacia, mantenendo una tensione alta e costante.
Davvero pregevole l’utilizzo dell’estremo simbolismo religioso che, al limite dell’autocompiacimento, delimita il caos di cui la vicenda è tempestata, sorreggendo alla perfezione quel senso di disorientamento e paranoia senza appesantire la visione.

The Lodge (2019) è distribuito in Italia da Eagle Pictures

Una vicenda nella quale nessuno è esente da colpe e dal nostro occhio indagatore e forse è proprio questo il vero punto di forza del film; le aspettative non vengono mai deluse e fino all’ultimo non sappiamo chi sia il cattivo, il mostro, o se ci sia effettivamente qualcosa di mostruoso.
Franz e Fiala proseguono con coerenza e la loro personalissima visione un percorso artistico iniziato ormai 5 anni fa, confermando di saper dare vita a sceneggiature di spessore, seppur non riuscendo questa volta a raggiungere le altissime vette di Goodnight Mommy, e di potersi tranquillamente inserire nel novero di quei registi che stanno facendo vivere a tutto il genere un processo di rinnovamento e rinascita artistici.
La nuova era dell’horror capitanata dai talentuosi Jordan Peele, Robert Eggers e Ari Aster, ai quali si aggiungono David R. Mitchell (It Follows), John Krasinski (A Quiet Place) e Jennifer Kent (Babadook), è la dimostrazione dell’esistenza di un movimento di autori ambiziosi che hanno molto da raccontare.
Ecco perché includendo i creatori di The Lodge in questa ristretta cerchia non si rischierà di far storcere il naso a qualcuno. Perché non siamo di fronte a dei semplici registi, bensì a narratori desiderosi di appassionare, scuotere, inquietare, far riflettere, sorprendere, emozionare attraverso la paura.
Una paura che si stanzia nell’animo dello spettatore e non lo abbandona.

di Davide Armida