A Hidden Life, ultimo film di Terrence Malik, ha aperto in anteprima nazionale la trentunesima edizione del Trieste Film Festival.

Il film, presentato durante l’ultima edizione Festival di Cannes, uscirà nelle sale italiane nel prossimo mese d’aprile.

Il film si ispira alla vera storia di Franz Jägerstätter un contadino austriaco che rifiutò, unico nel suo piccolo paese di montagna, di giurare fedeltà a Hitler dopo essere stato arruolato nell’esercito tedesco in seguito all’Anschluss del 1938.

La storia si sviluppa nel corso di quattro anni, dal 1939 al 1943, a partire dal primo addestramento cui il protagonista si sottopose senza obiettare fino all’arruolamento, al rifiuto di partecipare ad azioni di guerra e soprattutto al giuramento di fedeltà al regime. Jägerstätter sarà condannato a morte, fermo nei suoi principi nonostante le pressioni cui verrà sottoposto. Benedetto XVI lo ha dichiarato beato e martire nel 2007.

Nel corso di quasi tre ore di film, con scarsi dialoghi e abbondante uso della voce fuori campo, si susseguono le stagioni e gli anni. La felicità dei due giovani sposi, Franz e Franziska, è disegnata con tinte idilliache tra i prati di Sappada, Dolomiti Bellunesi, dove il duro lavoro dei campi sembra un gioco, dove le mele sono sempre sugli alberi, anche al tempo della mietitura, dove si succedono anno dopo anno le nascite di bimbe bellissime e felici.

Malick rifugge da ogni realismo e non disdegna la ripetitività di azioni e immagini, dalle quali non sempre è chiaro come si formi il pensiero personale così fermo e controcorrente del protagonista. Certo, noi abbiamo una visione della storia concreta e fondata sui principi di causa ed effetto, quanto di più estraneo alla visione del mondo di Malick, che peraltro basa la descrizione del percorso personale di Franz sui suoi numerosi scritti e sulla sua corrispondenza con la moglie, tutti affidati ad un uso preponderante della voce fuori campo.

Il montaggio frenetico, l’uso di obiettivi deformanti che senz’altro hanno una ragione espressiva non secondaria, il frequente taglio delle teste e dei volti degli attori, la macchina da presa in costante movimento non aiutano a dare corpo al racconto. Le inquadrature sghembe, tra le quali i rari fotogrammi in prospettiva ortogonale durano frazioni di secondo, se da una parte sono elemento fondante del linguaggio di Malick, dall’altra destabilizzano oltremodo chi guarda, insinuando il sospetto che la cifra autoriale voglia in ogni modo sovrapporsi alle ragioni della storia. Inoltre il pervicace indugio su alcuni aspetti del paesaggio: il torrente, la cascata, il sentiero, i prati, le messi non aggiungono nulla, se non una ossessiva ripetitività allo sviluppo della storia. La profusione di musica, in parte originale e in gran parte attinta al repertorio del secondo Novecento più accattivante e compiacente, rinforza la sensazione di inanità.

In questo modo il contributo attoriale dei protagonisti, August Diehl (Franz) e Valerie Pachner (Franziska), passa in secondo piano. I volti forti degli attori restano monocordi, non sta a loro veicolare i moti dell’anima, come anche per i numerosi personaggi di contorno. La sala, stracolma, è rimasta tale fino alla fine, a parte qualche dozzina di defezioni, da mettere in conto.

di Daniela Goldoni