Mi è stato insegnato a rispettare l’autorità, signore.

In questa risposta, data da Richard Jewell al suo avvocato Watson Bryant, sta gran parte della caratterizzazione del personaggio che Clint Eastwood fa del protagonista del suo ultimo lungometraggio, che dimostra quanto il regista, nonostante le 89 candeline già spente, non abbia smesso non solo di voler proporre la propria visione di cinema, ma anche quanto ancora sappia essere graffiante nel giudicare le dinamiche che sempre più caratterizzano gli Stati Uniti.

Eastwood prende una storia vera, quella di uno degli addetti alla sicurezza durante le Olimpiadi di Atlanta del 1996, Richard Jewell, che, mentre è in servizio al Centennial Park, trova un pacco sospetto, allerta polizia ed artificieri e riesce a ridurre gli effetti dell’esplosione della bomba, che provocherà una sola vittima, quando sarebbe potuta essere una carneficina. Jewell diventa l’eroe americano per eccellenza. Per tre giorni. Fino a quando non sarà lui stesso ad essere accusato, dall’FBI con il supporto dei Media, di essere un “dinamitardo seriale”, un attentatore bianco frustrato, aspirante poliziotto, che vorrebbe diventare un eroe.

Già nel 2014, Leonardo Di Caprio e Jonah Hill avevano iniziato a lavorare insieme per portare al cinema questa vicenda, pensando inizialmente a loro stessi nelle vesti di attori protagonisti, poi decidendo di agire solo in veste di produttori. Nel 2015, vengono avviati i contatti con il regista di Gran Torino e The Mule (solo per citarne alcuni tra i più recenti), che, però, era impegnato in altri progetti e accetterà l’incarico solo nella primavera del 2019. La sceneggiatura viene affidata a Billy Ray, che già si era cimentato nella trasposizione cinematografica di una storia vera, nel 2013, con Captain Phillips (P. Greengrass) e che, nel 2019, firma anche le sceneggiature per Gemini Man (Ang Lee) e Terminator – Destino oscuro (T. Miller). Per farlo, si affida a due fonti di stampo giornalistico: la prima, un articolo pubblicato da Vanity Fair a firma di Marie Brenner, American Nightmare: The Ballad of Richard Jewell; la seconda, un saggio scritto a quattro mani da Kent Alexander e Kevin Salwen, dall’evocativo titolo The Suspect: An Olympic Bombing, the FBI, the Media, and Richard Jewell, the Man Caught in the Middle.

Proprio in questa ultima fonte stanno le basi di quello che vuole essere il messaggio del film, che ritroviamo anche, in modo molto potente, in una delle frasi pronunciate da Nadya, l’assistente del’avvocato di Richard:

Da dove vengo io quando il Governo decide che qualcuno è colpevole allora è innocente. Da voi è diverso?

E questa linea viene mantenuta. Nelle parole di Bobbi Jewell, madre di Richard (interpretata da una intensa Kathy Bates, che più che meritatamente ottiene per il suo ruolo la nomination agli Oscar 2020 come Miglior Attrice Protagonista, da parte di una Academy che nonn ha mai nascosto di non voler essere troppo generosa con i film di Clint Eastwood, giudicato troppo lontano dalle logiche e dall’establishment hollywoodiani), che si chiede stupefatta il perchè il suo anchorman preferito parli male del figlio in tv o quando, accusando sia l’FBI che i Media, dice ci hanno tolto ogni parvenza di privacy, ci hanno tolto la pace.

Kathy Bates è candidata agli Oscar 2020 come Miglioor attrice non protagonista per il suo ruolo in Richard Jewell (C. Eastwood, 2019)

Al di là della vicenda in sé, piuttosto che concentrarsi su chi sia o meno il vero attentatore dell’episodio dinamitardo che sconvolse le Olimpiadi di Atlanta, Richard Jewell punta il dito contro quelli che vengono giudicati i colpevoli di aver distrutto credibilità e vita del protagonista della vicenda e del film, ma anche di aver generato un sistema profondamente ingiusto di cui sono vittima tutti i cittadini americani chiamati ad essere giudicati per un reato (più o meno realmente commesso): l’FBI e i Media, indicate come le due forze più potenti d’America. In questa chiave di lettura bisogna guardare al personaggio di Kathy Scruggs, la giornalista che, dopo aver offerto favori sessuali ad un funzionario dell’FBI pur di avere la notizia in esclusiva dell’apertura di un’indagine federale a carico di Jewell, non si fa scrupoli dallo sbattere il mostro in prima pagina, alla ricerca spasmodica del caso interessante che le permetta di emergere tra i colleghi. Il suo atteggiamento sfrontato, disinibito e totalmente poco deontologico ha portato Olivia Wilde (che ne riveste i succinti panni) a dover difendere il personaggio e addirittura se stessa dalle accuse di maschilismo rivolte al film. Proteste giunte probabilmente senza accorgersi che non è della singola giornalista che Eastwood e i suoi intendono parlare, quanto piuttosto di tutto il sistema giornalistico americano che ha ormai fatto del sensazionalismo la propria unica chiave di lettura, a discapito della verità d’inchiesta, nello specifico, e d’informazione, in generale.

Altro fronte contro cui Richard Jewell scaglia il proprio sviluppo narrativo è quello impersonato dall’agente Tom Shaw (un Jon Hamm che, dopo la fine della serie tv di successo Mad Man e il recente The report – film originale della Amazon Prime Video, in cui recita a fianco di Adam Driver – ritroviamo sul grande schermo in un altro ruolo forte seppur contradditorio), agente FBI presente al momento dell’attentato, nonché il primo ad accusare la guardia della security, anche se nel farlo non si premura di fare quella semplice verifica in grado di scagionarlo sin dalle prime fasi dell’inchiesta. Per lui è molto più importante confermare l’adagio investigativo secondo il quale Si sospetta sempre di chi trova la bomba, come di chi trova il cadavere, piuttosto che costruire un’indagine basata sulla raccolta di prove e responsabilità reali. L’FBI viene rappresentata come il braccio duro, menzognero e approssimativo del Governo americano, incapace di far sentire al sicuro e dare garanzia di giustizia ai propri cittadini.

Ma, mentre FBI e Media sono chiamati a ricoprire il ruolo contemporaneamente di accusatori e accusati, il vero focus narrativo del film resta sul personaggio di Richard Jewell. Ad impersonarlo (anche per una sconcertante somiglianza fisica con la vera guardia della storia) è uno strabiliante Paul Walter Hauser, alla sua vera prova attoriale come protagonista di un lungometraggio importante, mentre lunga è già la sua carriera come interprete di cortometraggi. Ciò che interessa prevalentemente a Clint Eastwood – come è già stato per tutti i suoi precedenti film da regista – è entrare nel profondo di quelli che sono i sogni americani e di quanto poco possa volerci per vederseli strappare via. In tal senso, una frase, pronunciata da Richard mentre abbraccia la madre in lacrime dopo che è intervenuta davanti alle telecamere per difendere il figlio, risulta particolarmente pregnante:

Ha avuto tre giorni per essere fiera di suo figlio. Poi le hanno portato via tutto.

Paul Walter Hauser e Clint Eastwood sul set di Richard Jewell (C. Eastwood, 2019)

Richard è un uomo come tanti altri americani: una famiglia dalle umili origini, ma che compie tutti gli sforzi necessari per vivere dignitosamente; che ha il sogno, spesso esasperato, di entrare a far parte delle forze di polizia per poter servire il proprio paese; un uomo che, come tanti altri statunitesi, vive il culto di possedere un’arma (Siamo in Georgia, certo che ho delle armi, risponde al suo avvocato, prima di mostrare il suo arsenale personale, fatto di fucili di precisione, pistole da competizione e bombe a mano tenute come fermacarte); che, nel pieno di un’indagine dell’FBI che cerca di incastrarlo per un reato che non ha commesso, sembra più preoccupato all’idea che gli inquirenti possano pensare che sia gay piuttosto che cercare di evitare la pena capitale. Un uomo convinto di aver fatto solo il suo dovere (sotto interrogatorio, dice quelle persone sono vive grazie a me), anche quando si tratta di aver abusivamente fermato degli studenti su una superstrada per assicurarsi che non tornassero al suo Campus ubriachi. Richard è un uomo semplice. Che vive la sua vita seguendo un dettame altrettanto semplice, tipicamente americano: difendi la patria, l’onore e la famiglia. Quella bomba sotto a una panchina del Centennial Park, un giornalismo aggressivo e interessato solo ad ottenere uno scoop e vendere il maggiore numero di copie possibili e un’agenzia come l’FBI, descritta come dedita alla menzogna pur di confermare la propria verità d’inchiesta (anche laddove non sia quella dei fatti) distruggono il sogno americano di Richard. E gli stessi elementi (guardando all’attentato come alla frenesia antiterroristica americana post 11 settembre 2001) che, secondo Clint Eastwood, stanno contribuendo a rendere gli Stati Uniti d’America un posto meno giusto e sicuro. La voce del regista diventa, così, quella dell’avvocato Watson Bryant (un Sam Rockwell sempre più attore impegnato e dalla bravura imprescindibile quando si tratta di dover affrontare una dinamica dei personaggi così complessa), che non solo mette tutto se stesso nel tentativo di difendere il proprio assistito (qui Richard esemplificazione del cittadino medio americano), ma che si infervora di fronte alle ingiustizie perpetrate, che non accetta le menzogne, che vuole riportare l’attenzione sull’uomo prima che sul personaggio con cui si vuole descrivere l’attentatore. E così Eastwood riprende il pieno controllo sul messaggio del film proprio nelle didascalie di coda di Richard Jewell. Raccontandoci il lato umano che lo spettatore non deve dimenticare, dandoci nota di come gli uomini raccontati nel film abbiano continuato le loro vite dopo che quella terribile vicenda e le sue conseguenze avevano cercato di stravolgerle.

di Joana Fresu de Azevedo