Taika Waititi, regista e sceneggiatore neozelandese con una testa piena di ricci brizzolati e una collezione di camicie hawaiane e di calzini a dir poco discutibili, ha raggiunto la fama globale nel 2017, dirigendo Thor: Ragnarok, un film capace di portare una ventata di originalità e pura e dolce pazzia all’interno dell’omologato universo Marvel. Da quel momento è diventato una delle personalità più richieste di Hollywood: da The Mandalorian e Rick and Morty ai ruoli in Free Guy con Ryan Reynolds e nel seguito di Suicide Squad. Al momento è impegnato nelle riprese di Next Goal Wins con Michael Fassbender e prossimamente lo troveremo alle prese con Thor: Love and Thunder e un adattamento live-action di Akira. Questo è il presente di un personaggio talmente visionario da rifiutare lo stesso appellativo, a tal punto da autodefinirsi con un curioso neologismo visionistical. Tuttavia, è nel passato che dobbiamo cercare per capire Jojo Rabbit.

Taika Waititi scrisse la sceneggiatura nel 2010, dopo aver sentito sua madre raccontargli la trama della sua ultima lettura, Il cielo in gabbia di Christine Leunens (edito in Italia da SEM). Quell’anno usciva nelle sale neozelandesi anche il suo secondo lungometraggio dal titolo Boy, una storia semplice riproposta in mille chiavi durante la storia del cinema: un bambino che deve fare i conti con un padre fuggente – interpretato dallo stesso Waititi – che però lui idolatra senza riuscirne a vedere i difetti. Ritorna sul tema nel 2016 con Selvaggi in fuga che vede un ragazzino fuggire nei boschi con il suo padre affidatario. In Jojo Rabbit la figura paterna è presente anche se in modo diverso rispetto alla precedente filmografia di Waititi. Difatti il padre del protagonista è partito per la guerra e ora il piccolo Jojo si trova a sostituirlo con un amico, mentore e genitore immaginario: Adolf Hitler.

Jojo Rabbit ci porta nella Germania nazista sul finire della Seconda guerra mondiale, facendocela vedere con gli occhi di un bambino di appena dieci anni: Johannes Betzler, detto Jojo (interpretato da Roman Griffin Davis). Disposto a tutto pur di non deludere il regime e il suo nuovo padre e idolo, prende parte con entusiasmo alle riunioni della Gioventù hitleriana insieme al suo amico Yorki, dove imparano a bruciare libri, a lanciare granate e a uccidere ebrei. Tutte le certezze di Jojo crollano quando scopre che sua madre Rosie (interpretata dalla deliziosa Scarlett Johansson), sempre dimostratasi restia al regime e alla veloce e forzata maturazione di suo figlio, tiene al sicuro nella soffitta di casa loro una ragazzina ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie).

La sequenza che accompagna i titoli di testa del film è forse una delle più esemplificatrici dell’intera opera: vediamo Jojo dirigersi verso una riunione della Gioventù inframezzata da immagini di archivio che vedono Hitler celebrato dalle masse e in sottofondo sentiamo una versione in tedesco di I wanna hold your hand dei Beatles. In un’intervista per Guardian il regista ha dichiarato che quelle immagini dell’epoca gli hanno proprio ricordato il periodo della Beetlemania. Un paragone così azzardato potrebbe sfuggire di mano a chiunque, ma non a Waititi che decide di interpretare lui stesso, un ebreo polinesiano, Adolf Hitler. Si è rifiutato categoricamente di fare ricerche sul ruolo, portando così a un’interpretazione buffonesca, sopra le righe, ma allo stesso tempo brusca della figura storica, un’immagine distorta portata in vita dagli occhi di Jojo, suo ammiratore accecato che nel corso della pellicola riesce ad aprire gli occhi e a vedere la realtà, per quanto brutale sia.

il regista Taika Waititi e Roman Griffin Davis sul set di Jojo Rabbit
(Ph. K. French per Twentieth Century Fox Film Corporation)

Jojo Rabbit, vincitore del premio del Pubblico al Toronto International Film Festival, è un film che guarda al passato, presentando non solo nelle sue sfumature più tragiche, ma anche concentrandosi sulle sue contraddizioni e idiosincrasie più ridicole (in Notes on a scene, celebre rubrica di Vanity Fair, Taika Waititi e l’interprete Stephen Merchant puntualizzano che in un preciso minuto del film i personaggi ripetono più di trenta volte Heil Hitler). A contrastare la durezza del regime troviamo l’ottimismo e la voglia di un domani più radiante di Rosie, che invita il figlio a ballare, a godersi la vita che ci sarà oltre la guerra, cercando allo stesso tempo di preservare la sua purezza. Jojo salta, corre, segue gli ordini dei suoi superiori alle riunioni della Gioventù Hitleriana (nel cast di supporto anche uno strepitoso Sam Rockwell, fresco dell’Oscar per Tre Manifesti a Ebbing Missouri) nella speranza un giorno di vedere trionfare gli ideali della Germania nazista. L’incontro con quello che dovrebbe essere il suo nemico, una ragazzina ebrea, però lo porta a vedere la realtà da un altro punto di vista. Quella che prima sembrava un’osservazione scientifica si trasforma lentamente in un rapporto di complicità. Taika Waititi riesce ad estrarre i risvolti comici da un film che ha tutte le premesse per essere un dramma. La ragione di questa scelta si trova nella stessa impostazione della sua carriera, sempre improntata su una comicità molto precisa e acuta: per lui difatti la risata funziona meglio della tragedia, perché la commedia permette di disarmare i pubblici e portarli ad aprirsi per permettergli di ricevere messaggi più profondi. Per lui è proprio nella tragedia che abbiamo più bisogno di ridere.

Una delle descrizioni più belle ed accurate del cinema di Waititi viene dalle note di produzione del suo primo lungometraggio, Eagle vs Shark:

Lui porta in vita nell’arte cinematografica un mondo che non è in bianco e nero. È un colorato, glorioso casino che merita una seconda occhiata. Taika Waititi non dipinge un quadro. Getta il pubblico in un posto leggermente decentrato e poi toglie le sfocature per permettere di vedere tutto più chiaramente.

Jojo Rabbit si incastra perfettamente nella sua filmografia proprio per queste ragioni: è un film che trabocca di vita pur essendo ambientato in un’epoca così tragica. Emozioni contrastanti si alternano veloci, senza che niente ci possa preparare a quello che succede nel momento precedente. Jojo Rabbit è un film feroce e vivace, pieno di colori, di amore, di speranza. Ci insegna ad accettare noi stessi, il nostro essere il coniglio come direbbe l’amico immaginario di Jojo, il nostro essere outsider, ma anche a trovare il modo di sorridere tra le lacrime. Jojo Rabbit esce nelle sale italiane, domani, 16 gennaio 2020, distribuito da 20th Century Fox.

di Giada Sartori