Portare il cinema a ragazzi di 13 anni è meno semplice di quello che sembra. Soprattutto se tu hai passato i quaranta.
La prima acrobazia indispensabile che ti deve riuscire è mettere insieme quello che sognavi a 13 anni e quello che sei adesso. Portarti dietro le attese di allora con le domande di oggi. E ricordare che davanti a te avrai occhi che ancora non sanno quanto c’è da vedere. Vite sconosciute che aspettano una scintilla. E quella scintilla potresti essere tu.
Anni fa, un giovane insegnante mi chiese di organizzare qualcosa per i suoi ragazzi di terza media. Era una proposta nuova per me; rimasi spiazzata, ma dissi subito di sì; e in quell’istante capì che era la cosa che avevo sempre desiderato: parlare a ragazzi che possono ancora diventare tutto, che vogliono ancora cambiare il mondo.

Nella testa iniziarono a piovermi un milione di idee; dovevo sfilarne via una sola, la più giusta e la più bella.
Cominciai a scrivere senza una scaletta, una sorta di brainstorming solitario in cui mescolavo parole e segni, immagini e schemi, e alla fine scrissi in cima a tutto quel guazzabuglio In viaggio col maestro che, da allora, costituisce il titolo di un racconto a tappe cinematografiche in cui parlo di sogni e fatica, di coraggio e di paura. La paura di sbagliare, di non essere capiti, di essere presi in giro o non amati, la paura di restare soli e di non realizzare i propri sogni.
La peculiarità di questo racconto è che, per dare forza alle parole, mi affido al cinema. Come per ogni viaggio, il decollo è il momento in cui ci si gioca tutto, così, dopo aver sfilato dalla Grecia antica il maestro più rivoluzionario di tutti i tempi, Socrate, spendo la sequenza più sicura della mia playlist, quella del film L’attimo fuggente in cui il professor Keating balza sulla cattedra per vedere il mondo da un punto di vista diverso.

La cosa che, ogni volta, mi piace di più è guardare le facce dei ragazzi mentre guardano le immagini. Non tanto quelli della prima fila, che già sanno di essere sotto controllo, ma gli altri, quelli seduti in fondo. Se li vedo con gli occhi sul film e le bocche come dimenticate, vuol dire che sono partiti, che stiamo viaggiando insieme.
L’altra sequenza che li coinvolge è quella con Mel Gibson nel film L’uomo senza volto. E’ un film che amo moltissimo, il protagonista è un professore con il volto sfigurato a causa di un incidente d’auto in cui ha perso la vita un suo studente. L’uomo viene radiato dall’albo degli insegnanti e si ritira a vivere in una villa solitaria in mezzo ai boschi, finchè un giorno incontra un ragazzino che deve recuperare alcune materie e superare un test molto impegnativo per essere ammesso a una scuola prestigiosa. L’insegnante accetta di dargli lezione per tutta l’estate e così, a poco a poco, nasce tra loro una forte amicizia che non aiuta solo il ragazzino ma anche, e soprattutto, l’insegnante, perché gli ridona la fiducia nella vita e il desiderio di tornare nel mondo.

Mel Gibson dirige e interpreta il protagonista in L’uomo senza volto (1993)

Naturalmente, tutto questo lo racconto io in una manciata di secondi, ma quello che ogni volta cattura i ragazzi è il volto sfigurato dell’insegnante. Appena lui appare, nell’aula elettrica e ribollente di tredicenni, cala il primo silenzio vero della mattinata. Lo sapevo. Quando si è innocenti si sta dalla parte degli emarginati, degli storpiati, di tutti quelli che il mondo considera scarti. Che nessuno vuole e nessuno ama. Per questo quell’insegnante è importante per me, perchè i ragazzi lo sentiranno dalla loro parte e avranno fiducia in lui.

Un altro film capace di emozionarli è Freedom Writers, dove Hilary Swank è una giovane insegnante che cerca di salvare una classe di ragazzi difficili di un quartiere povero di Los Angeles convincendoli a scrivere. A raccontare i loro pensieri e le loro storie. La bellezza della pagina bianca è qualcosa che i ragazzi di oggi rischiano di perdere e questo film mi serve per fargli sentire la scrittura uno strumento non solo emozionante e vitale ma concreto, vicino, naturale. Molto più di quei maledetti smartphone.

Ma la vera sorpresa mi capita sempre alla fine, quando propongo un (per loro) lontano film del 1975, Gli anni in tasca, di Truffaut.
E’ la sequenza finale in cui il maestro, nell’ultimo giorno prima delle vacanze estive, parla ai suoi ragazzi e sceglie di dire loro il perché un loro compagno è stato ritirato da scuola. Perché sua madre e sua nonna lo picchiavano; loro saranno private della potestà genitoriale e Julien affidato a una struttura pubblica.
Perché il vero maestro – racconto – è coraggioso e ci dice la verità, sempre, anche quando è brutta e può fare paura. Anche se sa benissimo che dire la verità può essere pericoloso, perché spesso è scomoda e chi la dice si attira solo critiche e perfino odio. Parlare della parte bella della vita è molto più facile: si è amati, cercati, mentre affrontare la zona buia, quella cattiva, è molto più rischioso.

La vera sorpresa, per me, è stato vedere che i ragazzi cercano il confronto con ciò che è brutto, doloroso, nascosto. Con ciò che è sconfitta e naufragio. Forse perché, inconsciamente, sentono che il senso più vero del vivere sta lì, in quelle uniche e irripetibili occasioni di essere se stessi che lo spietato mondo normale rifiuta.
I ragazzi sono in cerca, anche, di maestri; perché questo mondo non gli basta, e non avendo ancora vissuto vorrebbero sempre capire di più.
Sta a noi adulti meritare le tutte le loro domande.

di Gabriella Maldini